Nello sguardo di un altro – percorso di fede per ragazzi dai 14 ai 19 anni

nello sguardo di un altro

Quando ci hanno parlato del percorso per adolescenti Nello sguardo di un altro, noi di Corxiii abbiamo deciso di andare a testarlo di persona. Lo abbiamo trovato così bello e così completo da non poter fare a meno di consigliarlo a tutti i gruppi giovanissimi, come percorso che ogni diocesi dovrebbe far partire! Ecco di cosa si tratta e quali sono i suoi obiettivi, ce lo racconta Mattia Negri, il responsabile del progetto.

Quando ci ritroviamo davanti ad un ragazzo che inizia un cammino con noi, custodiamo nel cuore alcuni desideri, pregustiamo la gioia di veder crescere in lui alcuni frutti. Sono cinque anche se in verità ne racchiudono altri più piccoli. E sono frutti perché la logica degli obiettivi da raggiungere non ci appartiene; preferiamo scorgere la presenza di germogli e accompagnarne la maturazione; siamo consapevoli di non poter generare il risultato ma di essere semplicemente coloro che si preoccupano di coltivare un terreno perché il processo giunga a compimento.

1. Il primo è lo sviluppo dell’identità o scoperta del progetto di Dio. La possibilità data ad un ragazzo di rispondere alla domanda chi sono io?. Un cammino di comprensione di sé che porta alla scoperta di essere custodi di un tesoro che abbiamo ricevuto in dono; la consapevolezza di non essere soli a sviluppare questo progetto, ma accompagnati da Colui che ci ha creati; la certezza che si è responsabili di un tesoro che è chiamato a fruttare il centuplo già su questa terra non per una soddisfazione personale, ma per vederlo crescere nella vita dei fratelli.

2. Il secondo è la gestione matura delle relazioni. Perché ogni adolescente quando inizia una relazione di amicizia porta nel cuore il desiderio che sia per sempre. Purtroppo non è stato avvisato che il per sempre non si improvvisa, ma si costruisce, giorno dopo giorno, apprendendo gli strumenti che custodiscono una relazione e allontanando tutti quei comportamenti che la mettono in pericolo.

3. Il terzo è la gestione matura del mondo affettivo. Perché l’adolescente vive l’esplosione di questo ambito della vita. E spesso non sa come gestirlo. Due domande accompagnano questa maturazione: Che uomo o donna voglio diventare? Che coppia voglio costruire? La psicologia parla di mentalizzazione, ossia la capacità di accogliere le trasformazioni che stanno accadendo nel corpo e saper dare un senso ai gesti compiuti attraverso di esso. La teologia porta a compimento tutto questo dicendo che il corpo è il luogo della manifestazione dell’amore che abita in una persona. E la sessualità porta con sé tutta la bellezza di gesti ai quali va restituito un senso profondo, perché non siano vissuti con superficialità. Essa è la manifestazione di una comunione di cuore e di una responsabilità che se non sono presenti nella relazione di coppia rischiano di farla disgregare fino a farla cessare.

4. Il quarto è entrare nella logica upsidedown del Vangelo. Quella per cui essere in cammino verso la felicità porta con sé la necessità di capire e vivere le beatitudini, ossia di permettere all’amore di dare un senso al nonsenso dell’essere afflitti, dell’essere perseguitati (leggi bullizzati per i ragazzi). Quella che vuole essere operatrice di pace in un mondo fortemente votato all’incapacità di gestire il conflitto in modo adeguato. Quella che non si pone obiettivi o che non si basa sulla logica dei risultati, perché ha imparato, come dicevamo all’inizio, che si tratta di coltivare un terreno per poter veder maturare i frutti.

5. Il quinto è scoperta della presenza del Padre. Ossia essere capaci di vivere una relazione profonda con un Padre, che attraverso la sua Parola, ha la possibilità di consegnarci consigli importanti in relazione alle sfide che ogni adolescente è chiamato ad affrontare nella sua quotidianità. È quindi un frutto trasversale agli altri perché permette di portare a compimento tutti i precedenti. E farlo non semplicemente per uno sforzo personale, non solo per l’aiuto di educatori che si sanno prendere cura, ma soprattutto per la presenza di un Padre provvidente che ha cura dei propri figli.

di Mattia Negri – responsabile del progetto

Se vuoi far partire il percorso anche nella tua parrocchia o nel tuo vicariato, o vuoi saperne di più, contatta l’associazione  Nello sguardo di un Altro!

OCCHI NUOVI – Per vivere la Quaresima con uno sguardo diverso sul mondo

a cura di Andrea Navarin

Nel suo recente Messaggio per la Quaresima, papa Francesco scrive: “La “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini”.

Se ci proiettiamo al mattino di Pasqua, è immediato ricordare il Risorto che appare a Maria Maddalena proprio nelle vesti di giardiniere. Egli cioè crea una umanità nuova e prende la figura di quel Dio che, al momento della creazione del mondo, realizza un giardino e lo affida alle cure di Adamo ed Eva. Il giardino in sé è un luogo di convivialità universale e il giardiniere è chiamato a curare con attenzione gli elementi e ad orchestrarli con amore.

Per prendere coscienza ed essere riconoscenti della convivialità di cui ogni cristiano è responsabile, il papa propone tre atteggiamenti fortemente legati al cammino quaresimale.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore.

Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia.

Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene.

E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità”.

Tre passi da gigante nella piena realizzazione di quella “ecologia integrale” che permette di educare lo sguardo mistico e poetico di san Francesco nei confronti del mondo, dei fratelli e di Dio, e che vorremmo coltivare attraverso un cammino speciale.

Ogni lunedì, mercoledì e venerdì, ti verrà proposto un invito per vivere una Quaresima diversa, guidata dalle parole di Papa Francesco e da alcune domande che si trasformino in gesti concreti di profonda conversione degli occhi e del cuore.

Tutta la creazione è “protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). Sei pronto a dare il tuo contributo a questa ardente aspettativa? Sei pronto a guardare con occhi nuovi la realtà che ti circonda?

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Digiunare… da se stessi

digiunare... da se stessi

di don Filippo Gorghetto 

Ogni anno, la Quaresima parte con delle indicazioni bel precise date durante il mercoledì delle ceneri: digiuno, elemosina e preghiera. In questa prima domenica ci presenta Gesù che passa quaranta giorni nel deserto e alla fine, giustamente, ha fame… e nonostante la proposta di Satana continua imperterrito nel suo non mangiare.

Se guardiamo bene, la Bibbia ci parla di un digiuno che più che un togliere, chiede di fare. Solo un esempio, da Isaia:

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Fare qualcosa di più per gli altri, in fondo, vuol dire fare qualcosa di meno per noi. Forse in questa quaresima ci viene chiesto di digiunare da noi stessi. Non nel senso che non pensiamo più a noi, ma nel senso che pensiamo di più agli altri che a noi.

E’ una sfida dura, ammettiamolo. Quante volte ci capita di voler aver ragione, quante volte pensiamo che siamo noi a ragionare correttamente, o che la soluzione migliore sia quella che proponiamo noi, o che il punto di vista migliore su una situazione sia il nostro. Un saggio dei nostri tempi dice ironicamente “È un peccato che le persone che sanno come far funzionare il paese siano troppo occupate a guidare taxi o a tagliare capelli.”

Gesù alla proposta del diavolo avrebbe potuto tranquillamente trasformare le rocce in pane, o gettarsi dal pinnacolo del tempio e volare o inventarsi qualcosa senza ricorrere agli angeli. Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. Perché ha lasciato da parte se stesso, e si è fidato e affidato a Dio. Sarebbe stato molto più facile risolvere al momento la situazione, ma sarebbe stato solamente negli interessi di Satana.

Digiuniamo, allora, digiuniamo. Facciamo digiuno dal nostro io, da noi stessi. Ci sarà più spazio per gli altri e per Dio. È vero, è più difficile, perché fare un passo indietro ci da quasi l’idea di essere perdenti, di essere deboli, ma in realtà sappiamo che proprio quando siamo deboli, allora siamo forti. Già sentita, no?

Outfit 2019: uno sguardo sincero, libero e davvero felice.

Outfit 2019

Di Sara Manzardo

Ho vissuto per anni a Venezia, e ora mi piace tornarci con Emanuele per mostrargli i posti nascosti, le calli meno trafficate, la vita quotidiana che precede l’arrivo giornaliero dei turisti. L’ultima volta che ci siamo stati, abbiamo deciso di uscire in strada di prima mattina: lui era pronto per partire in meno di 5 minuti, io in 10, senza pensare a truccarmi nei minimi dettagli: quando si cammina, si impara che è l’Essenziale a fare la differenza.

E quell’essenzialità che ci aveva fatto volutamente dimenticare a casa bagagli ingombranti, un trucco perfetto e un outfit studiato, ci ha permesso di partire leggeri, vivendo l’esperienza unica di chi trova la bellezza dell’alba là dove pochi andrebbero a cercarla.

Dopo lo splendore dell’alba che tinge di oro lo skyline veneziano, una messa nella cappellina sobria della sagrestia della Basilica di san Marco e una colazione vissuta senza corse o preoccupazioni per la giornata che iniziava, ecco affiorare piano piano i turisti, nei loro outfit impeccabili: wow, sembrava di essere dentro una pubblicità di Vogue!

E mentre Emanuele stava finendo il suo cappuccino, mi domanda: “ma a che serve essere così infighettati se poi hanno quelle facce tristi?”. Ed effettivamente l’ultima moda sembra un po’ questa: sguardi seriosi, distaccati e un po’ tristi, che non lasciano spazio a sorrisi sinceri e liberi e che sempre meno spesso lasciano posto all’originalità. Perché?

Ogni giorno vediamo intorno a noi persone leopardate, impellicciate, risvoltinate,  ma tristi.

Vediamo persone sulla carta perfette e realizzate, ma che nella loro cura minuziosa per valorizzare la loro esteriorità dimenticano che c’è un “accessorio” che non si può mascherare: lo sguardo. Non il volto, quello è facile, ma lo sguardo.

Te ne accorgi girando per una città turistica ed estroversa, ma lo puoi vivere tutti i giorni sulla tua pelle, quando prendi consapevolezza che la tua vita è segnata da un costante velo di ansia da perfezione, dalla convinzione che l’ammirazione dell’altro significhi una maggiore possibilità di essere amato e rispettato. Eppure non è per i punti di forza che cerchi di mostrare, ma è per la tua fragile bellezza nascosta che lo sguardo di chi sa amare si posa su di te. 

Una non sospetta Coco Chanel, che di bellezza se ne intendeva, diceva questo: “Gli unici occhi belli sono quelli che vi guardano con tenerezza”. Ed è vero, c’è una bellezza genuina e incontaminata che ti abita dentro e che cerca solo di emergere attraverso i tuoi gesti quotidiani, attraverso la tua capacità di guardare l’altro con stupore e con tenerezza.

Allora il migliore outfit che puoi scegliere, è scientificamente provato, è il tuo sorriso. Non quello costruito davanti allo specchio o grazie alle prove del selfie perfetto, non quello dai denti finlandesi e sbiancati, non quello di circostanza.

Il tuo migliore abito è quel sorriso che spunta senza che tu te ne accorga, che non si limita ad un’espressione facciale provvisoria: l’abito più bello è quel sorriso che nasce come conseguenza di ciò che abita di bello nel tuo cuore.

Ed è vero o no: il sorriso imperfetto di una persona felice e serena non è contagioso? Non rischia di farti sentire misteriosamente amato e accolto anche se non ti conosce per niente?

Anche per chi crede, lo sguardo, con il suo sorriso sincero, a maggior ragione, diventa l’outfit senza confronti, 4 stagioni su 4.

“Crederò al Risorto quando incontrerò persone che lo hanno incontrato”. È la parafrasi di una citazione di Nietzsche, che riassume un po’ le perplessità delle persone che incontriamo ogni giorno. Se sei cristiano, dimostramelo, sembrano dirci i nostri coetanei. Se mi dici che la tua vita è diversa, è piena, è bella, fammelo vedere.

Perché non arriverò a credere in Dio per una serie di prediche convincenti e ragionamenti razionali sulla Sua esistenza, né per paura di finire all’inferno, né per semplice necessità di spiritualità. Crederò a quello in cui credi tu solo quando il tuo volto si mostrerà trasfigurato dalla gioia di vivere un Incontro, e ti ancora di più, quando ti vedrò sinceramente gioire o piangere per quello che ho nel cuore e che nessun altro sembra vedere. 

Crederò al Risorto quando imbattendomi nei tuoi occhi – e non in quello che indossi o nella tua dialettica – riuscirò a riconoscere davvero la bellezza della Vita che fiorisce. 

Giovani e fede: ecco cosa puoi fare per avvicinare i tuoi coetanei a Dio

Giovani e fede: ecco cosa puoi fare per avvicinare i tuoi coetanei a Dio

di Sara Manzardo

Fammi vedere in che cosa credi veramente, e ti dirò chi sei.

La sfida più grande per noi giovani cristiani è, oggi, quella di contagiare i nostri coetanei con la bellezza della fede. Il fatto che le chiese siano vuote – soprattutto di under 40 – non è colpa dell’insensibilità e della superficialità delle nuove generazioni, quanto piuttosto di un modo sbagliato, superficiale e non abbastanza efficace che fino ad ora è stato adottato per mostrarci che è bello credere, è bello vivere la Chiesa, è bello trovare il senso della propria vita.

Scriveva don Oreste Benzi: “guai a me se non predicassi il Vangelo, perché priverei gli uomini dell’incontro con Gesù”. Credo sia questo il motivo che dovrebbe muoverci nel testimoniare la gioia del Risorto.

Le chiese sono vuote, ma noi giovani abbiamo sete di Dio, sete di infinito, sete di significato. Ecco allora che testimoniare la fede tra i nostri coetanei diventa una priorità, una sfida avvincente che avrà l’entusiasmo di scoprire il “perché” questi giovani si avvicineranno alla pienezza attraverso la nostra amicizia e la nostra vita, senza l’ansia di contare “quante” persone abbiamo trascinato con la forza in parrocchia.

Sì, perché da una parte ci sono le religioni, che vanno in cerca di seguaci e magari rischiano di diventare settarie. Dall’altra c’è la fede che non guarda i numeri ma i cuori. E la fede in Gesù è per tutti gli uomini e le donne del mondo, è una fede che forma cercatori d’oro, che hanno capito dove sta la pienezza della vita e vogliono raccontarlo a tutti.

La differenza sta tutta qui: saremo veri testimoni di Cristo quando non ci limiteremo a raccontare la religione cristiana come insieme di norme e divieti utili per vivere bene e volerci bene. Saremo veri testimoni, sarai un vero testimone di Cristo quando inizierai a vivere in ogni istante quello in cui credi, non per paura di una punizione o per sentirti a posto con la coscienza, ma come spontanea riconoscenza per un Amore che ha donato tutto se stesso per te, che ha reso luminosa la vita di chi ha deciso di seguirlo, che ha risollevato anche me dalla paura, dalla solitudine, dal sentirmi inadeguata e invisibile per molti.

Sarai un vero testimone di Cristo quando ti affiderai completamente alla sua grazia: ti accorgerai che la tua vita acquisterà qualità, ti accorgerai di essere prezioso, unico, speciale, a immagine di chi ti ama così tanto da aver voluto ogni singolo istante della tua vita.

E allora ti verrà voglia di gridarlo dai tetti, di parlarne con i tuoi amici, di non tenere nascoste le tue scelte per paura di essere giudicato, perché cosa te ne fai di una gioia così grande se intorno a te ci sono persone disperate, sole, apatiche, rassegnate? Cosa te ne fai se le persone che hai accanto hanno il cuore annoiato e perso?

Perché diciamocelo, noi non ci guadagniamo niente a fare proselitismo, non riceviamo nessun premio se riempiamo le chiese, non abbiamo diritto a nessuna promozione telefonica speciale se portiamo un amico a un incontro in parrocchia, dai frati o ai 10 comandamenti.

Però ci guadagniamo la gioia nel vedere che il nostro amico – che prima pensava di stare bene così com’era – nell’incontro con Gesù scopre dov’è la vera bellezza, scopre qual è la vera pienezza della vita, scopre che essere davvero felici è possibile, realizzabile, esaltante.

Forse uno dei nostri più grandi sbagli è stato quello di annacquare tutto per avvicinare qualche fedele in più. Di far passare la fede cristiana per uno stile di vita come tanti – che si può seguire, ma se la domenica mattina vuoi dormire, va bene anche lo yoga del giovedì sera – , di far credere che il Vangelo sia semplicemente un bel messaggio da contestualizzare, con delle belle parabole e uno stile narrativo scorrevole e che Gesù sia stato un personaggio storico (almeno su questo concordano tutti) che ha detto tante cose belle… di vivere la messa come un momento di festa insieme, togliendole il sacrificio e la croce, per non scandalizzare nessuno.

Ma cosa attira di più, un Dio che si avvicina solo quando la comunità è in festa o un Dio che sa essere presente anche nella sofferenza umana, e anzi la vive in prima persona, lui che è Dio e che se la potrebbe risparmiare, e sconfigge la morte perché ama l’uomo e non ce la fa a vederlo distruggersi così?

Forse la sfida dei cristiani di oggi – e in particolare di noi giovani – è quella di raccontare questo amore, e di far vedere con la nostra vita che è bello e dà vita dedicarsi ai poveri e ai sofferenti, è bello e rende realizzati intessere amicizie costruite sulla Roccia, è bello e liberante stare con Dio e affidargli ogni singolo progetto e ogni singola preoccupazione.

Abbiamo bisogno di giovani che raccontino con la loro vita che è meraviglioso sposarsi, è meraviglioso aprirsi alla vita, è meraviglioso diventare prete o suora, andare in missione, trovare finalmente la propria vocazione, il proprio posto, la propria felicità.

“Dio è amore” significa che crediamo in un Dio che ha inventato quell’Amore che solo stando con Lui possiamo imparare, perché costa sangue, chiede di perdonare, si dedica all’amato al 100%, ogni singolo giorno, fa tutto per l’altro ed è felice, cresce dell’amore che dona, fiorisce ed è sereno anche nelle difficoltà. 

E chi ha provato cosa significa sperimentare questo amore anche solo per un istante, sa quanto sia assurdo pensare di volerne fare a meno…

Epifania, ecco cosa puoi imparare dai Re Magi!

di Andrea Navarin

 

Seguendo le impronte dei Magi ho imparato che ogni cercatore di Dio si incammina sapiente, col bagaglio della propria esperienza e delle proprie conoscenze, ma scopre alla fine del viaggio di essere un salvato!

Perciò, il loro percorso rappresenta un “itinerario a tappe” esemplare per chi si domandi come incontrare il Signore e cosa fare dopo averlo incontrato.

 

Tutto inizia con lo scrutare il cielo, guardare in alto, per leggerne i segni. È il primo passo della fede: non solo vedere la realtà, ma interpretarla chiedendosi che senso abbia e soprattutto dia alla propria vita. I Magi si interrogano, inseguono un’intelligenza più profonda e non si accontentano delle risposte altrui. In fondo, se l’uomo non cerca il significato oltre il visibile, difficilmente potrà definirsi uomo…

 

Giunti a Gerusalemme, si preoccupano di trovare il luogo di nascita del re dei giudei, anche se in verità il primo luogo in cui ogni uomo incontra Dio è quello della ricerca stessa, l’inquietudine che lo spinge ad andare. I Magi, d’altro canto, potevano essere soddisfatti di aver visto Erode. Ma quest’uomo non risponde a ciò che inseguono, perché hanno visto la SUA stella. E poco importa sia o meno una cometa perché essa rappresenta l’oggetto della loro scelta: hanno scelto di seguire la stella!

 

Però non basta vedere la stella, andare a Gerusalemme, incontrare Erode, perché il fine di ogni ricerca è ADORARE.

C’è chi cerca per adorare (i Magi), e chi (Erode e gli scribi) compie indagini accurate, usando la Scrittura, ma si ferma lì. Anzi, sfocia nell’uccisione, la strage degli innocenti. Se Dio non lo riconosci come Dio, se hai un altro dio, lo uccidi!

Erode non può adorare, perché non vuole un altro re.
Il cammino di fede invece impegna non solo la mente per capire, ma anche il cuore per amare.
Allora, non si tratterà tanto di trovare un posto in cui è nato il Messia, quanto di coltivare un atteggiamento: “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

 

La gioia è il segno della presenza di Dio! Certo, anche l’inquietudine che muove alla ricerca, la ragione che guida, la Scrittura che chiarisce sono una presenza. Ma dove c’è gioia, c’è LA presenza. Solo Dio ti può dare gioia, anche nella prova, nel dolore, nella morte. Per questo il più grande lavoro spirituale è vivere costantemente nella gioia, cioè alla presenza di Dio.

 

Ed ecco che, vedendo il bambino e sua madre, si prostrano per adorare.

Ad-orare vuol dire portare alla bocca, cioè baciare. Il punto di arrivo del cammino dei Magi è questa gioia tra amanti: è nell’amore che lo incontrano.

L’uomo è fatto per questa comunione di vita con Dio e dove esiste questo desiderio, lì Dio nasce ancora oggi: è il Natale che possiamo vivere ogni giorno.

 

Poi offrono in dono oro (i beni concreti), incenso (i beni spirituali) e mirra (un sollievo alle ferite), ovvero ciò che hanno e che sono. Dio si è offerto a loro nel bambino e loro offrono se stessi a Lui. Così divento come Lui: quando con gioia amo come sono amato da Dio e dono il cuore come Dio si è donato a me.

 

E si conclude sottolineando che “fecero ritorno”.

In greco il verbo significa fecero gli anacoreti (si ritirarono). Anche il cristiano è un anacoreta: vive in questo mondo, ma ha scoperto qualcos’altro che è il senso di questo mondo. Da qui nasce il suo essere pellegrino sulla terra.

Eppure, i Magi non si ritirano nel deserto, ma tornano nel loro paese. Cioè saranno a casa loro, vivranno la loro esistenza quotidiana; ma, avendo scoperto e baciato il Signore e avendogli aperto il loro cuore, saranno sorretti dal senso profondo di essere dei salvati.

 

Se anche noi ogni volta che ci accostiamo alla Parola gustiamo una grandissima gioia, ci prostriamo per adorare e apriamo il cuore, allora possiamo dire che il Signore si è manifestato (epifania) a noi e di aver davvero incontrato la nostra Salvezza!

Sai qual è il significato della campana di Natale?

di don Filippo Gorghetto

Jingle bells. È questo uno dei ritornelli che più ascoltiamo o cantiamo nel periodo di Natale. Una delle classiche canzoncine che accompagnano questo periodo da talmente tanto tempo, che quando ne sentiamo le note, sappiamo che arriva il Natale.

In realtà la canzone si riferisce ai campanelli della slitta di Babbo Natale, ma un po’ di verità questo testo comunque ce l’ha: un po’ perché effettivamente nelle canzoni natalizie uno degli strumenti più usati sono le campanelle, un po’ perché sotto le feste le campane delle varie chiese suonano un po’ di più (fanno festa!), un po’ perché nella notte di Natale attraverso uno strepitio di campanellini si annuncia durante la messa della notte di Natale il ritorno del gloria (che ci aveva lasciati all’inizio dell’avvento per un po’ di meritato riposo).

Queste campane, quindi, in giro per le strade, dovrebbero annunciare una cosa sola: l’arrivo di Gesù. E in effetti Gesù, puntualmente, ogni anno, arriva.

Ed ecco che siamo di nuovo al 25 dicembre. Un’occasione talmente ripetitiva che forse, ormai, queste campane non le sentiamo più, non ci facciamo più caso. Forse si confondono con molti altri suoni che ci propone il Natale, e non sono solo canzoni.

Forse queste campane suonano, e le sentiamo, ma il messaggio che portano facciamo finta non ci riguardi. Forse sentiamo che stanno dicendo qualcosa al nostro cuore, ma preferiamo tenerlo al calduccio delle comodità. O forse lasciamo che queste campane, che annunciano la buona notizia -Gesù-, siano messe a tacere dalle tante altre notizie di cronaca.

Allora, andando a quella mangiatoia, dove si “esegue” l’Evento che cambia la storia, dovremmo come sentire che Gesù tira una corda. Una corda legata ad una campana. E quella campana siamo noi!

Le vere campane del Natale, allora, dovremmo essere noi. Dovremmo farci sentire tra le tante campane che suonano in questi giorni, perché noi a quella grotta ci andiamo e capiamo che il “la” per la nostra vita ce lo da “Quel” bambino.

Troppe campane suonano, e così la voce della mangiatoia viene soffocata, non viene più ascoltata, fa fatica ad emergere. Quel bambino, allora, chiede a noi di essere campane.

Campane che annunciano la vera gioia. Campane che svegliano dalla mediocrità. Campane che scuotono le coscienze. Campane che fanno vibrare il cuore. Campane che suonano la vita.

Sì! Credo che questo Natale ci chieda di essere delle campane. Piccole o grandi che siano, insieme sapranno farsi sentire, e far sentire una melodia che tante persone hanno bisogno di tornare ad ascoltare.

E potrebbe capitare anche a noi che, sentendoci suonare insieme alle altre campane, ci meravigliamo dell’armonia che creiamo, e viviamo di quello stupore di Chiesa, riunita intorno al suo Dio fatto bimbo, che fa tanto bene al nostro cuore.

Grazie anche a te, Babbo Natale!

grazie, Babbo Natale

di don Filippo Gorghetto

È dal 354 che il Natale si festeggia per tutto il mondo il 25 dicembre, anno di redazione di un almanacco che testimonia questa data.

Si dice che sia con papa Giulio I che, intorno al 350, si unificò la data, in quanto prima erano tutte diverse. Tutte lì intorno, però… erano i giorni in cui le giornate si allungavano, segno che una luce nuova stava arrivando nel mondo. È dal 354, insomma, che il 25 dicembre:
1) si festeggia la nascita di Gesù;
2) si fa festa (da qualche decennio anche con regali, Babbo Natale e luci);
3) (forse) si fa vacanza.

1, 2 e 3, ovviamente non sono nell’ordine e sembra, soprattutto in questi ultimi tempi, che la 2 e la 3 abbiano avuto la meglio sulla 1, con l’impressione in qualche caso che addirittura l’abbiano cancellata. A tal punto molti lamentano che il mondo non festeggia più il Natale per quello che è, e che ci si è dimenticati della cosa più importante.

È vero: forse c’è più gente che si ricorda di Babbo Natale che di Gesù, dei regali e delle vacanze piuttosto che dello stare in famiglia. Ma è anche vero che, in questa operazione commerciale/culturale in cui si cerca di cancellare dal mondo ciò che è religioso, i vari regali, le varie lucette, i vari babbi natale ci lasciano comunque un clima di festa e un periodo di vacanza, sempre a ridosso del 25 dicembre.

Quanti pensavano di togliere dal mondo ogni riferimento religioso, in nome di un rispetto apparentemente al di sopra delle parti, stanno solo aiutando il Natale a restare saldo e sicuro in un periodo e in un modo unici e, forse, impossibili da eliminare.

È interessante, a questo proposito, tutto il dibattito sul fare o non fare i presepi. Non si è mai parlato così tanto dei presepi quanto adesso. Magari un musulmano, un buddista, un ateo (vero) avrebbero preferito non sentirne parlare, e invece tutti i giorni, in tanti giornali, parole su parole per difendere o attaccare il tanto innocente presepe.

Cari fedeli cristiani, cattolici, e simili, diciamo grazie a tutti quelli che non vorrebbero un mondo così religioso. Diciamo grazie a Babbo Natale, che per quanti ne vediamo in giro, non smette di essere il sogno proibito di tanti bambini, di trovarlo in casa mentre deposita i regali, perché nella sua “commercialità” ci ricorda che da qualche parte, anche se non lo vedi, c’è un Babbo che pensa a te.

Diciamo grazie a tutti quelli che vorrebbero nascondere Gesù ma, inconsapevoli (e un po’ culturalmente sbadati) non stanno facendo altro che ricordarci ogni anno che il Natale dobbiamo festeggiarlo.

Dobbiamo. Perché sarebbe anti-umano voler nascondere una nascita, soprattutto se questa nascita ha cambiato per sempre le sorti della storia e il senso della vita di tantissime persone. Il mondo non ci riuscirà mai. Suo malgrado, anche per merito suo!

Sai perchè si fa il presepe? Ecco qui la spiegazione …

perché si fa il presepe

di Sara Manzardo

“E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza!”

Così le Fonti Francescane raccontano la storia del primo presepe, voluto da San Francesco d’Assisi quasi 800 anni fa:
“Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la Stella che illuminò tutti i giorni e i tempi. Arriva alla fine Francesco: vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia. Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e si introducono il bue e l’asinello. In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.”

È Avvento e, almeno a casa mia, più che una tradizione il presepe è un appuntamento atteso da tutti.

Forse perché ogni anno si può aggiungere un piccolo dettaglio, inventare qualcosa di creativo, dargli un significato nuovo e attuale. Forse perché è straordinariamente bello tornare a casa e trovare un piccolo segno di luce, quasi a ricordare che la nostra speranza è concreta, quotidiana, domestica, perché inizia da un bambino piccolo piccolo, in una famiglia che agli occhi del mondo sembra normalissima.

E forse perché di fronte al presepe ci fermiamo tutti almeno un istante, chi per rispetto, chi per curiosità, chi per contemplare, nel suo significato etimologico che rimanda al templum, lo spazio del cielo.

Contemplare, guardare verso cielo, guardare attraverso il cielo, trasforma gli occhi perché allena a guardare in profondità, trasforma il cuore perché lo fa soffermare sulla Bellezza. Se Dostoevskij afferma che la Bellezza salverà il mondo ha le sue buone ragioni: di fronte alla semplicità così luminosa e così misteriosa della vita che nasce e muove i suoi primi passi tra le braccia di un uomo e di una donna, chi potrà mai scegliere di rifiutarla a cuor leggero?

Di fronte ad una donna che si prepara a dare alla luce Dio, chi potrà dire che il Cielo è distante e irraggiungibile?

Il racconto del primo presepe è intriso di parole di meraviglia: “Questa notte è chiara come pieno giorno e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero. La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia. Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, lo spirito vibrante di compunzione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.”

Pare di vederlo, Francesco, meravigliato come un bambino, di fronte a un quadro così semplice e allo stesso tempo così misterioso, con il cuore aperto dinnanzi alla visione di Dio nella paglia della mangiatoia e tra le mani del sacerdote. Contemplare non è solo vedere il bello, ma comprendere che questa bellezza è un dono per te.

Ecco che come il Santo di Assisi, costruendo il nostro piccolo presepe riusciamo capire un po’ di più il mistero grande di Dio che benedice la vita e l’amore della famiglia, i suoi doni più belli, facendosi bambino a Betlemme.

Oggi la terra di Gesù è abitata da palestinesi e israeliani: per i cristiani e i musulmani che parlano arabo, la piccola città di Giudea si chiama Bayt Lahm, che letteralmente significa Casa della Carne. Gli ebrei invece la chiamano Beit Lehem, Casa del Pane.

Nulla è per caso, e ancora il presepe racchiude la bellezza del dono di un Amore concreto che resiste al tempo, ai conflitti, al rifiuto, all’indifferenza: Dio si fa Carne nel grembo materno, raggiunge l’uomo nel suo quotidiano. E Dio si fa anche Pane, spezzato a Gerusalemme trent’anni dopo, vita donata e nutrimento per l’umanità ferita, speranza di vita eterna che è il per sempre reale e luminoso di un sepolcro finalmente vuoto.

Tutto sommato, possiamo fare la differenza – Prima domenica di Avvento

omelia prima avvento

Omelia della prima domenica di Avvento – di don Filippo Gorghetto SDB

“Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte”.

Sono alcune delle parole del Vangelo della prima domenica di Avvento. È Parola di Dio! Comincia proprio così, quest’anno, il nuovo anno liturgico, e più precisamente l’Avvento. E’ un avvio un po’ burrascoso, rumoroso, che poco si addice all’immagine poetica e dolce che di solito abbiamo del Natale, pensando alla nascita di Gesù. Insomma, cominciamo proprio bene!

Se ci fermiamo a queste righe di inizio, dobbiamo dire che si tratta di un avvio che non dovrebbe lasciarci indifferenti. Non dovrebbe lasciarci indifferenti perché se il Signore dice di intervenire così nei “segni” del mare e del cielo, molto di più può farlo con noi.

E sappiamo che dove arriva Gesù di solito non lascia mai le cose come sono. Dove arriva il Signore, qualcosa cambia.

Se guardiamo a noi stessi, dovrebbero essere il nostro cuore, la nostra coscienza, la nostra mente, le nostre scelte, le nostre azioni, a cambiare. Non che nel resto dell’anno possiamo rimanere fermi, ma in un tempo particolare come quello che sta iniziando si possono fare passi speciali.

Comincia quindi un altro Avvento, che ci porta il Natale, in cui ci viene chiesto di non restare indifferenti a ciò che ci capiterà, ai segni che il Signore metterà sul nostro cammino. È solo così, solo non restando indifferenti, che alla fine del cammino, tirando le somme, potremmo essere differenti.

Perché, in fondo, credo sia questo che il Signore ci chiede: fare la differenza. Ci chiede di dire con la nostra vita ad un mondo che sta diventando triste (un po’ triste lo sta diventando, diciamocelo), che una speranza c’è, che la gioia è così bella che non puoi non provarla, e non puoi non testimoniarla (è interessante notare come l’Avvento e il Natale siano fatti di gente che si muove: Maria da Elisabetta, i pastori e i Magi da Gesù, angeli un po’ di qua e un po’ di là, Giuseppe e Maria al tempio… insomma, la gioia va “portata in giro”!)

Operazione strana, quella dell’Avvento: se fai la somma dei segni che il Signore ti mette nel cammino, puoi fare la differenza. E questo moltiplica la speranza e con-divide la gioia.

Sarebbe proprio bello se chi ci incontra vedesse non tanto che siamo diversi (l’Avvento forse non ci cambierà poi così tanto!), ma che siamo differenti, che la vita la affrontiamo in un modo che attira, che dà gusto, che uno dovrebbe dire “anch’io voglio essere così”.

Buon cammino d’Avvento!