Vale la pena vivere?

vale la pena vivere?

di Mattia Negri – Responsabile del progetto per adolescenti Nello Sguardo di un Altro

Ci sono tre domande che ogni persona che decida di fare un cammino è chiamato a porsi. Tre interrogativi che ruotano intorno al centro dell’esistenza, tre questioni che chi vuol fare sul serio nella vita non può saltare. Esse aiutano a dare un senso e una direzione alla vita, iniziano già a raccontare il gusto di una pienezza che si scoprirà, passo dopo passo, lungo il cammino.

La prima domanda è questa: vale la pena vivere? Sembra essere scontata ma non lo è. È scontata per tutti quelli che non ascoltano il grido che sale da tante vite affaticate, l’urlo silenzioso del popolo che soffre e che fatica a dare una ragione seria per continuare il proprio cammino su questa terra. È anche cruccio quotidiano di tutti coloro che vivono in modo superficiale, non riuscendo a fare il salto che possa regalare una qualità migliore alla propria esistenza.

È domanda celata dietro la porta chiusa della camera di tanti ragazzi che nel silenzio della loro stanza si chiedono quale possa essere il senso di una vita che al momento sembra essere una battaglia difficile da vincere: a scuola dove le relazioni quotidiane con professori e compagni sembrano essere una fatica insostenibile; nel gruppo di amici che spesso risulta essere luogo di esclusione; nella relazione con l’altro sesso che fa emergere la paura di sentirsi inadeguati, premessa ad un rifiuto difficile da sostenere.

Questa domanda non mente, anzi regala un sano realismo: “vale la pena” è modo di dire che mette in conto che il valore di una cosa è dato anche dalla fatica che essa comporta. E se è vero che la vita va accolta come un dono, probabilmente il più prezioso, lo è altrettanto che essa comporta la responsabilità di un impegno che porti verso il compimento: e non è facile, anzi è spesso faticoso. Ma la fatica stessa ne custodisce la preziosità, come la salita fa con il panorama che si gusta dalla vetta.

La seconda domanda è: per cosa vale la pena vivere? Sicuramente per vivere è necessario un senso, una direzione, un desiderio che da dentro faccia da motore per la vita. 

Si racconta che un giorno un uomo andò dall’Abbé Pierre manifestandogli il suo desiderio di suicidarsi. L’Abbè non si oppose al suo desiderio di togliersi la vita ma gli disse: “Sono solo e stanco: prima di andare ad ucciderti dammi una mano a costruire case per questi miei fratelli poveri”. L’uomo accettò ed iniziò ad aiutarlo in questo lavoro. Passarono gli anni e continuò ad aiutarlo. Quando giunse agli ultimi giorni della sua vita disse all’Abbè: “Se tu mi avessi dato del denaro, avrei ritentato il suicidio. Non mi mancava qualcosa per vivere, ma i motivi per farlo!”.

Ognuno di noi ha bisogno di dire a se stesso cosa lo spinge ad alzarsi alla mattina, quale sia la cosa per cui ama mettersi in gioco, quella per cui è disposto a giocarsi la vita. Perché la vita non prevede possibilità infinite, ma la necessità di essere capaci di scegliere un percorso preciso che metta in gioco i nostri talenti e che nella sua realizzazione doni gioia alla propria quotidianità.

La terza domanda è: per chi vale la pena vivere? C’è un’illusione dentro la quale tutti passiamo e molti rischiano di rimanere. Tutti desideriamo la felicità, tutti la cerchiamo in modo più o meno consapevole.

Il rischio è quello di cercarla nel modo e nel posto sbagliato. Se la cerchi in te stesso, in una realizzazione personale, non la troverai: è un’illusione. Se la trovi in uno o più volti da amare allora la incontrerai e la vedrai crescere. Infatti la gioia, quella vera, avendo a che fare con l’amore si realizza sempre nel mettersi a servizio della vita di un altro, nel renderla più bella, nell’essere partecipi del compimento della sua vocazione.

Chi ha paura di un cromosoma in più?

chi ha paura di un cromosoma in più

di Sara Manzardo

Sento mio figlio scalciare e cambiare posizione, rispondere alle carezze e al solletico con dei piccoli movimenti, riconoscere la voce di papà che gli canta la ninna nanna attraverso il pancione. Vedo che cresce, là dentro, e mi chiedo di che colore avrà gli occhi, come sarà il suo primo sorriso. Se anche avesse un cromosoma in più, forse non cambierebbe proprio nulla, non me ne accorgerei neanche. Quello che conta ora è che c’è un amore che cresce e che mi coinvolge, che dà linfa nuova alla nostra famiglia.

E un bambino con sindrome di down o con qualsiasi altra sindrome, tutto quello che chiede e tutto quello che dà è amore. Conosco coppie a cui era stato consigliato di abortire, che ora vivono la gioia di un bimbo che sì, forse ci metterà un po’ di più a raggiungere certi traguardi, ma che da subito ha imparato a dare amore, sorrisi e gioia ai suoi genitori e ai suoi fratelli.

L’amore non conta i cromosomi, perché l’Amore proprio non sa contare. Quello stesso amore che va in perdita, che dona tutto, che si spreca, come può fermarsi di fronte a un piccolo unico cromosoma in più? Quell’amore infinito e perfetto che tutti sogniamo e ci auguriamo, come può fermarsi di fronte a quella che il mondo chiama imperfezione?

È vero, c’è un amore extra che viene richiesto a quei genitori che hanno un figlio così. Ogni caso specifico richiede delle cure particolari, delle attenzioni maggiori, un piccolo surplus di pazienza e di attesa, la forza di rispondere magari anche alle solite stupide domande e considerazioni che la gente fa.

C’è un extra da considerare, che non è scontato, ma che ti salva la vita. Se hai dei figli o semplicemente se hai almeno un fratello, se sei un educatore in parrocchia, se fai volontariato o sogni di diventare un insegnante, sai bene che ogni bambino, ogni ragazzo, ogni anziano, ogni persona richiede un amore speciale, un modo di essere amato del tutto originale, diverso rispetto a tutti gli altri.

L’amore non ama in serie, ama sul serio. E amare sul serio significa fare lo sforzo di donarsi e di gustare la bellezza là dove il mondo vede solo spreco e mancanza di produttività. Questo tipo di amore, agli occhi di un mondo abituato al massimo comfort e al minimo sforzo possibile, è assurdo da far paura.

E fa paura la gioia, perché ti mette in discussione e scardina quella prigione tanto comoda in cui ti sei chiuso, credendo di stare bene così. Se ci fai caso, un ventunesimo cromosoma è anche sintomo di felicità genuina, non costruita.

Quello che mi hanno insegnato i ragazzi down con cui ho avuto a che fare è che si può essere felici con poco, per le cose belle che spesso io do per scontate. Si può vivere senza il timore di esprimere i propri sentimenti, senza la paura di abbracciare qualcuno dicendogli “ti voglio bene”. Questo fa paura a tanti: la felicità. Perché, come cantava Max Pezzali “chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te”.

Ecco perché la sindrome di Down oggi fa paura. Anche se è stata studiata, anche se teoricamente dovremmo essere sempre più istruiti e inclusivi. La verità è che un mondo che ci vuole tutti ugualmente insoddisfatti e tristi, non può sopportare che la gioia esplosiva della vita fiorisca. Un mondo che ci insegna ad essere felici in base al grado di piacere che riceviamo dalle cose e dalle persone, non può concepire quella felicità gratuita che nasce dal semplice fatto di essere vivi e di sentirsi amati. Un mondo che ci valuta in base a quanto siamo prestanti e produttivi, non può sopportare che la fragilità sia accolta come una forza e come il più grande dei tesori da custodire.

Accogliere la vita significa allora vincere questa paura che il mondo vorrebbe metterti addosso, una paura di cui non devi vergognarti, perché non è una tua colpa, può essere naturale e può riguardare chiunque. Ma se prende il sopravvento può precluderti la gioia di poter amare e di essere amato.

Accogliere la vita significa andare controcorrente, là dove tutti ti direbbero che sei pazzo, che sarà troppo difficile, che non ne vale la pena, che il tuo imprevisto è una sfiga da evitare, una preoccupazione da levarti di dosso. Scegliere la vita, scoprire dove sta la vera gioia, amare senza contare e fare calcoli. È questa l’unica cosa che conta davvero.

 

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10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

di Sara Manzardo

Il vero atto rivoluzionario, oggi, è scegliere la vita là dove il mondo ti spingerebbe a gettare la spugna. Eppure noi cristiani, che dovremmo essere i portatori di un messaggio di vita e di una saggezza evangelica sconvolgente, molto spesso restiamo timidamente intimoriti dalle tesi di una società che vede il piccolo e il fragile come un peso, e che di fronte alla solitudine di una madre in attesa propone come soluzione l’aborto.

Oggi tocca a noi giovani dimostrare che il vero progresso è quello che sceglie la vita e la difende, con il buonsenso e l’intelligenza di chi non combatte per ideologia o per partito preso, ma perché la sua ragione e il suo studio approfondito confermano i valori in cui crede. Per difendere la vita in modo coerente e convincente, però, occorre formarsi e conoscere.

Ecco allora 10 delle tesi più usate a favore dell’aborto e le 10 (e più) risposte da dare per dimostrare che scegliere la vita è sempre vincente:

 

1. “Fino al terzo mese non è vita”. L’idea di difendere qualcosa che nell’immaginario collettivo è un grumo di cellule privo di vita, e quindi non cosciente e incapace di sentire dolore e provare sentimenti, appare a molti insensata. Eppure è vero il contrario: il bambino che porti in grembo – dall’istante del concepimento, e non da un determinato momento della gravidanza – è un essere vivente diverso da te. Già nella primissima fase embrionale la nuova creatura invia messaggi all’organismo materno, si fa riconoscere come essere vivente autonomo proprio per non farsi espellere, ma al contrario per farsi proteggere e nutrire fino alla nascita. Dal recente studio della Rockefeller University di New York e dell’Università di Cambridge, risulta che l’embrione è da subito capace di auto-organizzarsi autonomamente anche in assenza di segnali esterni. Questo significa che è vita sin dal concepimento, momento in cui inizia il dialogo materno-embrionale e in cui, secondo la scienza, inizia ufficialmente il ciclo vitale della persona.

 

2. “Per avere un figlio servono i soldi”. Moltissime donne si ritrovano da sole di fronte a una gravidanza inaspettata, non sanno come mantenere il figlio o come garantirgli un’infanzia dignitosa. Sono motivazioni che preoccuperebbero ogni persona responsabile, ma che non dovrebbero impedire a una madre di poter comunque accogliere la vita che porta in sé. Il benessere economico è importante, ma non vale la vita di un bambino che chiede solo protezione e amore. La soluzione al problema, sempre più diffuso, esiste: associazioni, Cav, parrocchie, vicini di casa pronti a dare una mano… Nessuna madre merita di essere lasciata sola e di vedersi costretta a rinunciare a suo figlio per motivi economici.

 

3. “Questa gravidanza è stata un errore”. Le cosiddette gravidanze indesiderate sono per lo più dovute a “incidenti di percorso”, calcoli sbagliati, metodi di contraccezione non efficaci. Se anche il concepimento è stato un “errore”, se anche non è stato desiderato o atteso, il frutto che ne è nato non si sta sviluppando e non sta crescendo come un errore. Dai primissimi istanti della sua vita intrauterina, il bambino si forma in modo perfetto e strabiliante, senza alcun aiuto esterno. Rimediare ad un errore di percorso eliminando la creatura che miracolosamente ha già preso posto in te, è l’unico vero grande errore che puoi fare.

 

4. “Un bambino è un ostacolo alla carriera”. È vero che una gravidanza cambia le priorità, perché ti costringe a rivedere progetti e piani in diversi ambiti della tua vita. Un ricalcolo delle priorità, però, non è per forza un ostacolo alla propria felicità e alla propria realizzazione: oggigiorno sempre più madri riescono ad avere successo nel lavoro e a seguire i propri interessi. Se tutti i datori di lavoro conoscessero la ricchezza che può portare una madre in un’azienda, in termini di capacità organizzative, team building, intraprendenza e umanità, la crisi economica verrebbe sconfitta nel giro di pochi anni.

 

5. “Non posso tenere un bambino che non è frutto di amore”. Una delle tesi a favore dell’aborto riguarda le gravidanze che seguono violenze o semplicemente storie finite nel rancore e nella menzogna. Il dolore che può esserci non deve essere banalizzato, perché reale, ma allo stesso tempo è vero anche che un figlio non è il promemoria di uno sbaglio o di una violenza subita. Uccidere un innocente non può in alcun modo essere considerata una valida terapia, perché provoca inevitabilmente un dolore uguale o più grande, mentre può esserlo difendere la vita che è nata da un atto di violenza, tenendola con sé o comunque dando il bambino in adozione dopo la nascita. In questo modo non si aggiunge dolore al dolore, ma si fa fiorire la vita là dove sembrava esserci stato solo dolore e sofferenza.

 

6. “Se è malato o disabile, soffrirà”. La sofferenza, la malattia e la morte non appartengono esclusivamente a chi nasce con disabilità o malattie, ma fanno parte della vita di ciascuno. Di fronte a una gravidanza difficile, è importante che vengano richiesti e offerti tutti gli aiuti necessari e il sostegno concreto per alleviare la fatica e le difficoltà che probabilmente non mancheranno. Ma prima di rinunciare a far nascere una creatura perché potrebbe non avere una vita “normale”, pensaci: se scegli di abortire, non vedrà mai la luce e si accorgerà in quell’istante, in cui sarà cosciente, di non essere desiderato e amato; se scegli la vita rischia di nascere e di soffrire o di vivere poco tempo. Ma rischia anche di essere amato e di amare, di sentirsi accolto e difeso, di guardarti negli occhi e gustarsi il tuo abbraccio ogni volta che ne sentirà il bisogno.

 

7. “Un figlio richiede troppi sacrifici”. È vero, richiede sacrifici. Ma forse abbiamo una concezione negativa di questo termine, che letteralmente significa “rendere sacro”. Nessuno può negare che l’arrivo di un figlio porti con sé la richiesta di maggiori attenzioni, di piccole e grandi rinunce, di una fatica extra. Ma questo è ciò che chiunque accetta quando si pone una meta da raggiungere, in ambito lavorativo, sportivo, scolastico… la differenza tra “privazione” e “sacrificio” sta proprio nella motivazione per cui decidi di ricalcolare il tuo stile di vita e le tue comodità. Se questa motivazione è una creatura che avrà il tuo sorriso, il gioco vale la candela.

 

8. “Non ha senso fare figli se per loro non c’è futuro”. Viviamo in un’epoca difficile per molti aspetti, ma non si può negare che, rispetto ad altri momenti storici, questo sia caratterizzato da un relativo benessere e da una certa stabilità. Molte volte si sente dire che mettere al mondo un figlio è un atto di egoismo, perché verrà condannato a fatiche, a possibili future guerre, all’inquinamento e chi più ne ha più ne metta. Eppure, scegliere la vita significa scegliere una speranza concreta per questo mondo, donare un’opportunità nuova e unica per far sì che l’umanità non muoia, ma cresca in amore, in responsabilità, in cooperazione, in relazione.

 

9. “Tenere o non tenere il bambino è una scelta della donna”. Una delle tesi a favore dell’aborto sostiene che questo riguardi solamente la donna, che liberamente può scegliere di eliminare il frutto del concepimento senza avere conseguenze particolari. La verità è che in una gravidanza sono coinvolte sempre almeno due persone, in stretta relazione e incredibilmente interdipendenti. Al di là della sindrome postaborto e della depressione che esso causa nella madre, di cui già si conosce qualcosa, secondo uno studio dell’Arizona State University dal momento del concepimento alla nascita alcune cellule del feto passano dalla placenta al sangue materno, arrivando nei tessuti e fino al cervello, stabilendosi lì fino addirittura ai 38 anni successivi e condizionando la relazione e l’attaccamento madre-figlio per tutta la vita. Il legame che si crea tra madre e figlio, quindi, non è solo psicologico ma anche estremamente fisico e permanente, anche nel caso in cui la gravidanza non venga subito accettata e accolta.

 

10. “Non mi sento pronta per essere madre”. Questo è l’ultimo ostacolo, ed è quello che accomuna forse tutte le madri di questa terra. Anche se hai da sempre desiderato un figlio, arriva il momento in cui il test di gravidanza ti scuote e ti comunica che c’è già qualcuno che si fa spazio dentro di te, e allora non sai bene se essere più felice o più preoccupata. Quel senso di insicurezza e di inadeguatezza che nasce è del tutto normale, ma non deve travolgerti. Ci saranno nove mesi di tempo in cui giorno dopo giorno, in un modo incredibile, il tuo corpo si preparerà, ti manderà segnali, ti insegnerà le cose giuste da fare. Ci saranno nove mesi in cui curiosamente incontrerai persone che ti arriveranno con dei vestitini usati o con le informazioni che cercavi. Nove mesi in cui piano piano conoscerai tuo figlio, sentendolo scalciare, fare le capriole, anche quando tutti intorno a te vedranno solamente una pancia che cresce. Fidati di te stessa, della tua forza e della tua intuizione: se scegli la vita, la vita sarà abbondante e piena. Avrà gli occhi del tuo stesso colore e ripagherà ogni piccola paura e ogni piccola insicurezza che potrai avere.

Santi morti o morti santi? Ecco il perché di queste due feste

santi morti o morti santi?

di don Filippo Gorghetto 

In molti momenti dell’anno, la Chiesa mi stupisce la sua saggezza. In alcuni momenti, più che in altri. Il momento che sta per arrivare è uno di questi: 1 novembre il ricordo di tutti i santi, 2 novembre il ricordo di tutti i defunti.

Sono categorie che si escludono? Forse no, tutti i santi sono defunti, e qualche defunto è anche santo. Dobbiamo festeggiare tutti quelli che non si trovano nel calendario? Forse, ma non credo sia solo questo. Dobbiamo ricordare qualche defunto della storia che nessuno più ricorda? Beh, a livello di nomi  ricordare tutta la storia è un po’ complicato, ma per contro ad ogni messa ricordiamo tutti i defunti; e quando si dice tutti, è proprio tutti. No, non è per questi motivi che la Chiesa sarebbe saggia.

È saggia perché accostare queste sue feste (sì, chiamiamole pure feste, perché ricordare qualcuno che ci ha voluto bene e con cui il Signore ci ha concesso di condividere un pezzo di vita è bellissimo!) non è da tutti, anzi. Proporre questa combo in un mondo che promuove solo i supereroi e nasconde la morte, è un rischio, un azzardo.

Ma questo particolare duetto ha in sé una carica enorme. Perché il legame tra la morte e la santità è talmente stretto che celebrarle distanti non ne farebbe comprendere la grandezza (saggezza per saggezza, pensiamo che il giorno dopo Natale, in cui nasce il santo dei santi, ricordiamo il primo martire, scusate se è poco).

Quanto è bello allora ricordarci che il destino della nostra vita è la santità, è la vita piena, è la vita che, se ha fatto sul serio la volontà del Signore, si realizza pienamente. E che per quanto ci sia un momento in cui la vita terrena decide di spegnersi, se ha raggiunto la sua pienezza, questa sarà eterna. Sarà eternamente santa. Sarà santamente eterna. E quel distacco, per quanto doloroso, non è che la conferma che la pienezza su questa terra è proprio la santità.

Giusto per capire: non vi va di pensare che non tutto è finito, non tutto è perduto, ma quelle persone che andiamo a trovare in cimitero sono vive? Che sono vive in eterno? Se vi va, è da pazzi è vero. Ma è bellissimo, perché ci ricorda che anche noi siamo destinati a quello, che la nostra vita qui, che un giorno incontrerà il suo 2 novembre, può essere già vissuta come se fosse l’1 novembre. Perché per meno di questo, diciamocelo, la vita non ha senso.

Godiamoci allora questi due giorni. Senza paura, dosiamo tra loro la gioia della santità e la tristezza che ancora forse un po’ ci prende per qualche caro che è stato davvero caro. Nella consapevolezza che non c’è niente di meglio che vivere in santità e pienezza tutta la vita.

Ps: forse in questi giorni si è parlato molto anche di Halloween. Il giorno in cui capiremo sul serio la preziosità della nostra tradizione, il modo consumistico e pauroso di festeggiare Halloween rimarrà un piccolo giochetto per passare un po’ il tempo. Il vero senso di questi giorni – e perfino di Halloween – non è una parentesi di buio ma è rullo di tamburi, PIENEZZA DI VITA, VITA TOLTA E DONATA: in una parola, SANTITÁ.

Riprendiamoci Halloween – 4 cose che non sapevi su questa festa

Halloween 2018

di Andrea Navarin

Riprendiamoci Halloween. Sembra un urlo di guerra, soprattutto se pensiamo alle polemiche nate intorno a questa festa. Non solo per le sue derive consumistiche, per il suo dissonante “innesto” americanizzato nella tradizione italiana, ma anche e soprattutto per uno stile macabro e lugubre che è proprio l’opposto della gioia cristiana nella resurrezione.

In realtà, è proprio di vita che si dovrebbe parlare in questi giorni. Nel tempo, Halloween è diventata una carnevalata dal gusto horror, che celebra le tenebre e scherza con la morte quasi per scaramanzia, con il rischio di cadere in rituali e atteggiamenti che di cristiano hanno ben poco… anzi! Eppure, all’inizio, Halloween era una festa cristiana di origine celtico-irlandese. Basti pensare al nome, All Hallows’ Eve, cioè “vigilia di tutti i santi”. Si parlava di morti, sì, ma per vegliare con loro fino all’alba, in un clima di profonda comunione, fino cioè all’arrivo della luce.

Allora riprendiamoci Halloween, ma non così come ce la propone il mondo, con i vampiri e con le streghe. Riprendiamocela partendo dai suoi 4 simboli principali, per capire come poter approfittare di questa “festa” per riflettere sulla vita, sulla morte, sulla vita eterna, sulla santità.

1. La zucca. La zucca vuota ricorda Jack o’ Latern che si ispira al personaggio di un racconto irlandese, Stingy Jack. Si narra che quest’uomo molto avaro invitò Satana a bere, offrendogli l’anima in cambio di uno scellino, poca roba… Presa la moneta, la pose accanto ad un crocifisso e ciò impedì al diavolo di prendergli l’anima. Una volta morto, però, al povero Jack fu impedito non solo di accedere al paradiso ma anche all’inferno, tanto che il diavolo lo colpì al volto con un tizzone ardente e lo condannò a vagare per la terra con il volto in fiamme. Di personaggi furbi, o che si credono tali, e che cercano di farla in barba al diavolo ce ne sono tanti! Questa favola ha una morale: insegna che bisogna stare molto attenti a scherzare con il male, perché c’è sempre alla fine un prezzo da pagare.

2. Il lumino. Si collega alla zucca, per l’uso di mettere una luce dentro queste dopo averle scavate. La tradizione nasce dal capodanno celtico chiamato Samhain, una festa ripresa e rielaborata dal cristianesimo, che segnava la fine dell’estate e l’inizio dei mesi più freddi. In un periodo dell’anno in cui cessano le attività umane, si entra in una sorta di “morte apparente”. Tuttavia, la vita nel sottosuolo continua a crescere (pensiamo ai semi); quindi, il mondo dei morti, l’aldilà (sottosuolo) è in realtà un mondo pieno di vita. Per i Celti, questi giorni erano sacri ai morti e si credeva che le loro anime avessero il permesso di tornare sulla terra per festeggiare con la propria famiglia. Non erano le forze oscure a riportare indietro i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente. Niente a che vedere quindi con il terrore degli spiriti maligni, ma una festa di comunione tra i vivi e i morti. Venivano allora poste fuori dalle case delle torce o delle rape cave illuminate da candele, per far sì che i morti potessero trovare la loro strada. Se ci pensate, anche noi poniamo un lumino sulle tombe dei nostri cari defunti. Il lumino indica che il defunto è vissuto nella luce della fede e si invoca, come recita l’Eterno riposo, su di lui la luce perpetua, la luce di Dio e della risurrezione. Ma è anche un modo per dire che finché accendiamo una luce per loro, c’è sempre qualcuno che li ricorda, prega per loro e mantiene viva la loro memoria.

3. Lo scheletro. Quanti se ne vedono in giro in questi giorni: nei negozi, in televisione, nei travestimenti! A dire la verità, i cattolici irlandesi, diretti discendenti dei Celti, ma anche altri popoli, avevano l’usanza di accatastare teschi perché si pensava che i defunti, per un certo tempo, appartenessero a entrambi i mondi dei vivi e dei morti. Preparavano persino dei dolci con questa forma. Ma, al di là di questo, su una cosa Halloween ha ragione: possiamo prendere in giro la morte! Non certo travestendoci da vampiri, mostri, streghe per far prendere paura agli altri; ma perché Qualcuno, ovvero Gesù, l’ha sconfitta. E anche se continuerà a spaventarci, perché la morte fa paura, sappiamo che non ha l’ultima parola e viene già sconfitta dall’amore che ancora ci tiene legati ai nostri cari defunti.

4. Il dolcetto. Nell’antica festa celtica, che il cristianesimo ha poi fatto propria, i morti che tornavano alle loro case di un tempo dovevano trovarvi una tavola apparecchiata. Se così avveniva, facevano ritorno contenti nelle loro tombe, altrimenti si lamentavano con i vivi. In questo modo, ci si augurava di avere di che mangiare e bere per tutti, compresi i propri defunti, per tutto il lungo inverno, in un’epoca in cui la carestia e la fame erano più frequenti di adesso. Da qui la tradizione del ritornello “scherzetto o dolcetto” di Halloween. Ancora una volta un segno positivo e pieno di speranza! Dovete sapere che in tutta Italia esistono numerose tradizioni legate alle festa di Ognissanti e dei defunti (in Puglia si prepara una cena apposta per i morti), e in molti casi si anticipano i doni che si scambiano a Natale o alla Befana. Un’usanza molto comune consiste nel preparare appunto dei dolci. In Veneto, regione con forti radici celtiche, oltre a svuotare le zucche per essere trasformate in lanterne, dette lumere, con dentro una candela che rappresentava l’idea di risurrezione, moltissimi piatti sono dei dolci, ad esempio il pan dei morti, realizzati con biscotti secchi sbriciolati e frutta secca. A sottolineare che la vita è cosa buona, che anche la morte non ci deve lasciare un gusto amaro.

Allora, riprendiamoci Halloween per ricominciare come cristiani a parlare della morte senza averne terrore, a celebrare la santità e la vita eterna, a dare una nuova speranza a chi ha bisogno di sdrammatizzare solo perché ha paura. In un mondo che si diverte a scherzare con streghe e fantasmi, immersi nelle tenebre, mostriamo la bellezza della luce e della santità!

Buona vigilia di tutti i santi!

Ci sono i maschi e ci sono le femmine. Naturale, no?

di don Filippo Gorghetto

Uno dei giochi che va più di moda in questo momento storico è il gioco di ruolo. Non ci sono pedine, non ci sono dadi, ma ci sono relazioni tra personaggi. Anche la vita, quella vera, ha i suoi “giochi di ruolo”. Uno dei più affascinanti è il “gioco” tra maschi e femmine, e uno degli ambienti in cui si può osservare meglio questo gioco è il mondo della scuola.

E quanto bello è vedere come di anno in anno questo “gioco” cambi continuamente, maturi fino ad una pienezza che non porterà mai al diventare marcio (come può capitare con i frutti, ad esempio), ma solo alla pienezza della vita. In fondo questo “gioco” manifesta davvero la bellezza della vita, così com’è!

Quando sono piccoli, sopratutto nei primissimi anni di scuola, la distinzione fondamentale a cui maschi e femmine tengono molto è, fondamentalmente, la porta del bagno che scelgono. Sempre che la indovinino! Ma poi, al di là delle tipiche attitudini maschili o femminili, solitamente si gioca insieme. Ci sono i maschietti, ci sono le femminucce, la questione spesso è chiusa qui.

Negli anni delle elementari le cose cominciano a cambiare. Non solo perché, “inspiegabilmente”, le bambine tendono a giocare tra di loro, e i bambini a cominciare ad emulare i campioni della loro squadra del cuore, ma anche perché si comincia a vedere una certa, abbozzata ricercatezza nel vestire, sopratutto nelle bambine: non importa il colore, ma far notare che “sono una bambina” ci sta. Il bambino, invece, quando ha un abbigliamento che gli permetta di correre o calciare un pallone, o un paio di pantaloni che possano sporcarsi di verde durante una scivolata o possano strapparsi per una caduta, solitamente è soddisfatto.

Passando ai primi anni di medie, le cose cambiano ancora. C’è un denominatore comune: “devo farmi vedere, ovviamente senza farmi notare”! E così le ragazze devono stare attente a come si vestono, a con chi stanno, ci si trova a gruppetti a chiacchierare (chissà poi di cosa!), i capelli vanno curati. I maschietti insistono sui giochi tra di loro, entrando però in quella fasi di conquista per cui si comincia ad avere un obiettivo nella vita; poi comunque ci si tiene un po’ di più al fisico, i capelli devono essere come quelli dei personaggi famosi.

Tenendo conto di questo: non si cresce tutti allo stesso modo, qualcuno ci arriva prima, qualcuno ci arriva dopo. Perché? Non c’è un perché, è il mistero della vita che cresce.

Alle superiori, ormai, se le ragazze cominciano a diventare delle signorine, i ragazzi diventano degli “ometti”. Perché se si esce la sera bisogna cercare di vestirsi bene, perché non c’è più il problema di farsi vedere senza farsi notare ma comincia l’emozione della prima cotta, del primo stare insieme a qualcuno, di una definizione dell’identità sempre più forte (anche perché con il passaggio alla scuola superiore si fanno già grandi scelte di indirizzo nella vita).

Le ragazze si riscoprono sempre più donne, i ragazzi sempre più uomini. Ormai ci sono cose da maschi e cose da femmine, ci sono sere in qui si esce solo ed esclusivamente tra amiche o tra amici.

Si potrebbe andare avanti, ma ci si può fermare, perché basta questo per dire che la vita è SPETTACOLARE!!! È troppo bello vedere come tutto questo capita così, naturalmente: se la vita andasse avanti per conto suo, sarebbe così!

E questo gioco che è sempre lo stesso ma che cambia continuamente, che regala emozioni, ferite, gioie, dolori, stupore, delusioni, è troppo affascinante. È la vita che va avanti, che si fa strada in ogni persona che, pian piano, si sta costruendo. E ogni irruzione volontaria dall’esterno non fa che deviare questa crescita, addirittura con il rischio di interromperla.

Tra l’altro, se possiamo permetterci, fa pensare che chi ha provato a dire il contrario, si sia dovuto ricredere, come nel caso della Svezia. Semplificando un po’, sperando di non travisare lo studio fatto, per vent’anni nelle scuole dagli 1 ai 7 anni non hanno voluto dare indicazioni sul genere sessuale, per cui niente diversità di colori, niente giochi diversi.

Bambini tutti uguali, neutri (addirittura non si diceva più lui o lei, ma solo il pronome neutro). Dopo vent’anni, il risultato: maschi e femmine si rispettano di più (in quanto maschi e in quanto femmine), che era quello che ci si aspettava, ma allo stesso tempo – e questo non era previsto – si è notato che i maschietti, crescendo, si comportavano autonomamente da maschietti, e le femminucce da femminucce.

Tanto per capirsi: i maschietti sistematicamente si ritrovavano a giocare con le macchinette, le femminucce con le bambole; potrebbe sembrare uno stereotipo immaturo, fondamentalmente però la sostanza è quella (al massimo cambia la forma, perché di nuovi giochi negli anni se ne inventano).

Forse di queste cose ne discuteremo fino a che esisterà il mondo, ma quanto è bello vedere la vita che cresce, così com’è? Quanto è emozionante vedere uomini e donne che crescono, nella semplicità, con tutto quello che comporta per la loro vita essere uomo e essere donna?

Lasciamoci abbagliare da questa bellezza, lasciamoci folgorare dalla vita. Non pensiamo di averne il potere, non pensiamo di poterla in qualche modo modificare (anche perché ad un certo punto dirà ineluttabilmente “basta” da sola). Lasciamo che sia la vita stessa a dirci chi e come essere, lasciamo che sia la vita stessa a plasmare i nostri giorni, i nostri anni. La nostra vita, con tutto quello che comporta.

Notte dei Santi 2017 – Fai brillare la tua luce!

la notte dei santi

   Con la fine del relax estivo e l’inizio ufficiale dell’autunno, anche Corxiii riparte con una proposta tutta luminosa per festeggiare la vigilia di tutti i Santi, il prossimo 31 ottobre, per vivere alla grande la Notte dei santi!

L’obiettivo? Diffondere nella nostra città, nel nostro gruppo di amici, nei luoghi in cui abitiamo la bellezza della santità e la gioia della fede!

Parola d’ordine? LUCE! Sì, perché tu, proprio tu, sei stato creato per la luce. Ancora di più, sei chiamato ad essere luce, a trasformare la tua vita in un inno di gioia e di bellezza.

“Voi siete la luce del mondo”. E quindi, visto che la luce deve diffondersi e illuminare ogni luogo, abbiamo bisogno della tua collaborazione: anche tu puoi creare il tuo piccolo evento per la Notte dei Santi 2017!

È molto semplice, ora ti spieghiamo la nostra idea
in 6 brevi passaggi per vivere alla grande la Notte dei Santi:


1. QUANDO?
La sera del 31 ottobre, vigilia della Festa di tutti i Santi.

2. CHI? Coinvolgi i tuoi amici, il gruppo giovani della parrocchia, il tuo parroco, la tua famiglia, chiunque.

3. COSA? Dai vita ad un momento di preghiera, un’adorazione, un rosario, una testimonianza di luce.

4. COME? Nella gioia e nella festa, accompagnando alla preghiera una cena, un aperitivo, una castagnata, una serata di canti, balli e risate.

5. PERCHÉ? Per seguire le orme dei Santi, uomini e donne come te che hanno scelto di vivere da Figli della Luce!

6. DOVE? Ovunque ti trovi! Illumina la tua piccola parte di mondo, la tua famiglia, la tua città. Ricorda che anche una sola piccola luce può squarciare il buio!


FAI BRILLARE LA TUA LUCE NELLA NOTTE DEI SANTI ! 

>> Condividi con i tuoi amici l’evento Facebook: CLICCA QUI

“Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.” (Mt 5, 14-16)

 

>> PUOI SCARICARE L’IMMAGINE DA QUI!!!