Questo Natale svolta!

Questo Natale svolta!

Chissà quanti, leggendo il titolo avranno pensato per un attimo ai buoni propositi, al lavoro, alle relazioni, alla famiglia…

Eh no…per quanto pubblico sia l’evento del Natale, con un Dio che si fa bambino, nel silenzio, nella povertà, nel mistero, il Natale è uno degli eventi più privati e intimi sulla bella faccia di questa Terra.
Natale ti interroga, a tu per tu: quali speranze nutri, a quali orizzonti punti, quali relazioni vivi.

Non è facile sfuggire al morso della solitudine e ai dolori che questo mondo ci riserva, ma c’è un Tu che risuona, tutti i dì a dire il vero, ma in questi giorni forse ce ne possiamo accorgere un pochetto di più. Una canzone dice “All I want for Christmas is You” (Tutto quello che voglio per Natale sei Tu)…e adesso avremmo qualcuno che pensa che mi stia riferendo a Gesù…e invece no, caro mio, mi riferisco a te, proprio proprio ma proprio te!

Spente le ultime lucette di Natale, quando ciò che resta sono i rumori felpati delle fredde notti invernali, a volte surclassati dal frastuono delle nostre preoccupazioni, c’è un TU che risuona: un Dio che si fa bimbo per dirti che tutto ciò che vuole sei Tu. Lui, venuto per incontrare la tua umanità, venuto per sbaragliare i tuoi pensieri, le tue ansie…

Tutto ciò che vuole Dio, anche a Natale, sei tu…

Apri il tuo cuore, le tue orecchie, le tue mani a Lui, svolta!
Cambia prospettiva, sei tu l’amato, sei tu che vali così tanto da costringere Dio a farsi bambino, a venire senza corazze e glorie, solo con il silenzio di chi vuole ascoltare, condividere e sperare insieme a te. Tutto quello che il Dio della speranza vuole, sei tu! Lasciati abbracciare dal Suo amore per te 🙂

Emanuele

Dodici meno dodici… fa strano

di don Filippo Gorghetto

“Volete andarvene anche voi?”, chiede Gesù ai dodici che rimangono, dopo che il resto di quelli che lo seguivano se ne era andato perché il discorso che il Maestro ha fatto sul pane di vita è troppo duro. Così come sono dure, spesso, tante altre parole che Gesù ha pronunciato durante la sua predicazione.

Volete andarvene anche voi? Forse è una domanda che ormai conosciamo e ci dice poco, forse non riusciamo a rivivere la scena e non ci rendiamo conto dell’aria che tirava. Ma la situazione che si è creata è matematicamente (ma non solo) imbarazzante: Gesù è rimasto con i 12, e se anche loro se ne fossero andati sarebbe rimasto da solo. Tanta predicazione, tante chiamate, tanta preghiera notturna per instaurare quel Regno di cui parlava e, in attesa della loro risposta, Gesù stava correndo il rischio di non essere seguito da nessuno.

A parte che forse ci sarebbe da riflettere sul fatto che se Gesù stesso ha fatto un po’ di fatica a evangelizzare, non dovremmo pensare che per noi sia così scontato. Ma ha anche senso, credo, cercare di capire perché si è giunti a questa ipotetica sottrazione pari a zero discepoli al seguito (e chissà con quanta amarezza).

Ci aiutano sempre le parole di Gesù: “questo vi scandalizza?”. Perché i discepoli si sono scandalizzati della bellezza della proposta di Gesù, preferendo la stoltezza di un pensiero affaticato e annebbiato.

È vero, non è facile accogliere, accettare certi discorsi di Gesù, la Sua Parola è sempre stata dura e sempre lo sarà: il giovane ricco se ne è andato, i farisei volevano addirittura in alcune occasioni ucciderlo, uno lo ha tradito, il suo successore non accoglie -anzi- l’annuncio della morte del Maestro. E di episodi così il Vangelo (e la storia della Chiesa) è pieno.

Ma se la Sua Parola ancora ci scandalizza, vuol dire che il mondo non sa più guardarsi, non sa più riconoscere un ordine che ha e che l’uomo, lungo i secoli, in alcune occasioni non ha saputo salvaguardare.

In tante situazioni forse non possiamo fare nulla e gli esempi che tra poco faremo ci sono distanti, ma fanno riflettere.

Ci sono momenti in cui abbiamo una cura dettagliata per gli animali (che ci sta, eh, San Francesco docet), ma non abbiamo ancora risolto il problema della fame del e nel mondo. Dobbiamo accogliere nella Chiesa le coppie “diverse”, modificando l’idea stessa di famiglia per essere più inclusivi, ma tanti fratelli poveri, senzatetto, fragili, con due braccia, due gambe, un volto, un anima, che hanno bisogno di cibo, cure, accoglienza e sostegno, loro no.

Forse, ma proprio forse, Gesù direbbe: non vi scandalizzano quelli che si drogano per sballarsi e vivono una vita senza senso, e invece vi scandalizzano quelli che vanno a messa tutte le domeniche, quasi fossero dei pazzi? Vi scandalizzano quegli uomini che trattano male le donne, in modo diversi ma comunque inconcepibili, e non vi scandalizzano quegli uomini che sfruttano le donne lungo una strada di sera come se fosse tutto legale e morale?

Non è facile pensare come il Vangelo, non è facile viverlo secondo le “istruzioni” che dà. Alle volte, a cercare di viverlo coerentemente e integralmente, il rischio sembra davvero di restare da soli.

Eppure già il sapere che, anche quella volta, almeno 12 sono rimasti, ci da un po’ di speranza. E poi, sapere che chi resta, resta perché solo le parole di Gesù sono le uniche che danno la vita eterna, ci fa capire che anche dopo 2000 anni possiamo seguire una Parola che ha sapore di Paradiso. Sul serio!

Non scandalizziamoci allora se il mondo non capisce chi vive il Vangelo, se il mondo con le sue logiche vorrebbe (alle volte forse anche consapevolmente) annebbiare il nostro pensiero, la nostra coscienza e la nostra volontà. Perché l’unico scandalo -nei secoli dei secoli- sarà di chi non capisce la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo.

Avvento, tempo di costruire strade

Riflessione sull'Avvento

di Andrea Navarin

“Preparate la via al Signore, spianate la strada al nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e colle abbassati, il terreno accidentato si trasformi in piano”. (Isaia 40)

Le moderne autostrade rendono l’idea di come si appiani un percorso irregolare: audaci ponti superano la vallate, profonde gallerie attraversano i monti e nastri di asfalto rendono agevoli i terreni sconnessi. Ma Dio, che può scrivere dritto su righe storte, è un vero gentleman e non si impone con la forza. Piuttosto, chiede il nostro contributo per preparare la strada alla sua venuta, per fare cioè in modo che la sua comunicazione arrivi, non si interrompa, non sia a singhiozzi.

Non quindi un invito alla ristrutturazione urbana, ma a sistemare le arterie che attraversano la mia vita. I sentieri da raddrizzare sono le scelte storte, i pensieri troppo mondani, gli atteggiamenti incoerenti. I burroni da riempire sono i vuoti di tante mie azioni senza significato, dei tanti abissi della mia miseria. I monti da livellare sono la mia cresta della superbia, dell’egoismo, dell’apparire che devo abbassare per raccogliere ciò che veramente conta. Insomma, sono io il cantiere dove i lavori in corso non finiscono mai!

L’invito verrà ripreso da Giovanni il Battista. Lui e Gesù si sono incontrati la prima volta quando erano nel grembo delle rispettive madri, Elisabetta e Maria. Quel giorno le donne li sentono saltellare dentro di loro, ma non avrebbero immaginato che i due si sarebbero messi d’accordo: il primo a preparare la via, il secondo a diventare la via.

Succede anche a noi che fin da quando eravamo nel grembo di nostra madre abbiamo sentito vibrare le sue corde vocali di tante preghiere. Era Dio che veniva a visitarci per stabilire un patto: noi chiamati ogni giorno a preparare la sua venuta e Lui a venire nel mondo per essere via di salvezza

Lì nasce una grande amicizia, nonostante il rischio corso da Giovanni di prendersi per il Messia. Giovanni capisce che non è lui la luce, lo accetta e trova il suo posto nel disegno di Dio. Perché gli amici veri non sono gelosi, ma gioiscono solo nel fatto di esserci. Il marchio della perfetta amicizia, infatti, non è prestare aiuto nel momento del bisogno, ma che, una volta dato, nulla cambi.

 

da 180 battiti di Luce – Officina ContemplATTIVA

 

L’Avvento ai tempi di whatsapp

L'avvento con Whatsapp

di don Sebastiano Bertin

Con whatsapp si possono mandare non solo i messaggi normali ma anche i messaggi audio.

Quando ancora non ero in seminario, e studiavo lingue, una ragazza che era in corso con me era andata in Erasmus e chiedeva al suo fidanzato mandarle i messaggi vocali su whatsapp non tanto per ascoltare il contenuto, ma per riascoltare dopo la sua voce. Una romanticheria, certo, però,è vero: la voce non è lui, non è la sua presenza. La voce non è parola, non è un contenuto, né un concetto. La voce non è Gesù, che è il verbo, ma è qualcosa che ci sa della sua presenza.

La voce è qualcosa di personale, di proprio di quella persona che aspetto, desidero, ho a cuore, anche se non ne vedo la presenza. È l’insieme di quelle cose che sono legate a Lui.

Faccio un secondo esempio, per quelli che invece hanno ancora il telefono fisso! Un missionario della diocesi di Padova è stato mandato in missione in Brasile nel 1969. A quell’epoca non c’erano molti telefoni, fino a quando è stato installato un telefono in quella missione! A quel punto, il missionario ha scritto una lettera a casa, a sua mamma. Perché una lettera arrivasse a casa ci volevano due o tre mesi. Allora lui gli ha indicato una data, quattro mesi dopo, dicendo “il 15 aprile alle 6 di mattina sentirai uno squillo di telefono: uno squillo soltanto. Se il 15 aprile alle 6 di mattina sentirai uno squillo di telefono, saprai che dall’altra parte ci sono io”.

Quello squillo non era lui che tornava a casa. Non era un concetto. Non era la sua presenza. Ma che cosa significa per una mamma sentire uno squillo e sapere che a 8.000 km di distanza c’è suo figlio?

Non è la sua presenza, ma è qualcosa che sa di lui. Il Vangelo descrive così il desiderio che ci può abitare, quel desiderio di scorgere ciò che ci può parlare un po’ di Dio, ciò che ci sa di Dio.

Per questo si parla di un deserto: ogni volta in cui nella Scrittura si nomina il deserto si intende il cammino che il popolo d’Israele ha fatto per arrivare alla terra promessa, alla meta desiderata, all’incontro e la comunione con Dio. Per raggiungere questo bisogna fare di tutto, di tutto, proprio di tutto, dice la seconda lettura di questa seconda domenica di Avvento: fate tutto ciò che potete per restare in pace con il Signore e non allontanarvi da lui. Fate di tutto, direbbe anche la prima lettura, perché il vostro cammino sia orientato a ciò che sa di Dio. Spiana le montagne, riempi le valli, fa’ in modo che ogni occasione di vicinanza con Dio sia preservata.

Allora mi domando: quali sono state le occasioni in cui qualcosa era “voce” di Dio? Quali sono state le persone o le situazioni in cui ho assaporato che c’era qualcosa che mi richiamava a Dio? Quando ho desiderato qualcosa che mi riconducesse a Dio? Mi è mai successo? Almeno con un dialogo, con un fatto, o anche in modo innato con la mia coscienza… ma è mai accaduto?

Come potremmo – come singoli e come comunità – preservare in noi il desiderio di sentire ancora la voce del Signore? Come potremmo desiderare di camminare ancora insieme a Lui?

3 cose che è bene sapere sull’8 Dicembre, festa dell’Immacolata Concezione

Cose da sapere sull'Immacolata concezione

di Sara Manzardo

E ci siamo, anche quest’anno è arrivata una delle feste più famose e più attese dell’anno, per qualcuno perché c’è il ponte, per qualcun’altro perché è arrivato il giorno in cui la tradizione di famiglia vuole che si faccia il presepe.

Fino a poco tempo fa, pensavo che quello dell’Immacolata fosse molto semplicemente un dogma di fede, da prendere così come la Chiesa ce lo propone, senza troppe riflessioni esistenziali e senza troppe implicazioni nella mia vita di persona normale, così distante dai privilegi e dalla santità di Maria. Eppure, ora che anch’io ho detto il mio piccolo sì di sposa, mi rendo conto un po’ di più della grandezza e del privilegio che anche noi, “comuni (im)mortali”, possiamo vivere con i nostri piccoli passi di fede quotidiani e con il nostro fidarci e affidarci al disegno di Dio.

Forse non lo sai, ma l’Immacolata Concezione ha un significato molto più profondo ed esaltante, perfino più esaltante degli addobbi di Natale e della tanto desiderata gita sulla neve, perché ti riguarda in prima persona e ti ricorda le promesse più belle che ci sono in ballo per la tua vita!

Ecco, quindi, tre cose che è bene sapere sull’Immacolata Concezione:

1. Non si tratta del concepimento di Gesù, né della Verginità di Maria. La festa dell’Immacolata Concezione si celebra per ricordare che Maria è stata preservata dal peccato ancora prima di nascere: questo non perché è più meritevole, ma perché dall’inizio della creazione è stata scelta da Dio come Madre del suo Figlio. La carne, il cuore e lo spirito di Maria sono immacolati, perché Dio sceglie proprio il suo corpo come luogo privilegiato per incarnarsi ed entrare nel mondo. Il sì di Maria alla proposta che Dio le fa è un sì a cui anche noi possiamo aspirare: il primo passo per la santità è fidarsi del progetto d’Amore che Dio ha pensato per te, perché ogni tuo sì è preceduto dal sì di Dio che ti sceglie, ti plasma e decide di mettere la sua tenda dentro la tua vita, le tue relazioni, i tuoi sogni più belli.

2. L’Immacolata Concezione ci ricorda che la grazia è più grande del peccato. Maria ha due nomi molto simili: uno è quello che lei stessa ha rivelato a Santa Benardette a Lourdes dicendo “io sono l’Immacolata Concezione”, mentre l’altro appellativo, datole dall’angelo, è kecharitoméne, cioè “piena di Grazia”. E Maria è veramente piena di grazia, ricolma della grazia di Dio, così piena di questa grazia da non avere posto in sè per il peccato. Questa grande donna ci ricorda che anche noi siamo chiamati a fare sempre più spazio alla grazia di Dio, che alla fine è il suo Amore, l’unica cosa capace di eliminare la nostra tristezza, dare luce al nostro buio e donarci la purezza del cuore. Più lasciamo che Dio prenda spazio in noi scegliendo di vivere ogni giorno la bellezza e la misericordia, e meno sarà il tempo e lo spazio che dedichiamo al male e alla tristezza. La parola d’ordine infatti, è il contrario della tristezza, e viene rivolta anche a te: “Rallegrati, piena di grazia!”, gioisca la tua anima, perché Dio vuole abitare in te, con tutta la sua luce!

3. L’Immacolata Concezione di Maria è collegata all’Assunzione: la tradizione cristiana ci dice che Maria non ha conosciuto la morte, ma ha vissuto un sonno, una dormizione di passaggio tra la vita terrena e la vita eterna. Questo è collegato al suo essere Immacolata, cioè concepita senza peccato, e Dio ci mostra in Maria la nostra vera immagine di uomini e di donne, la nostra vera dignità, il senso più profondo della nostra vita che ha inizio qui ed è pensato per continuare per sempre nella luce.

Quello che solitamente viene chiamato “peccato originale” è il peccato entrato nell’uomo all’inizio della storia, quando l’uomo e la donna hanno scelto di non fidarsi più di Dio e di dare ascolto al serpente. E sono tante le voci sbagliate a cui diamo ascolto, quelle voci che sembrano darci felicità, ma che finiscono per lasciarci con l’amaro in bocca e il cuore ferito. Ma Dio ti ha creato per la gioia e per l’eternità, non per la morte: dal Battesimo, in cui i tuoi genitori hanno scelto di dire sì alla luce di Dio e no alle opere del Maligno, tutta la tua vita è un lungo percorso di crescita e di scelta del “per sempre”… ed è proprio affidandoti a Maria Immacolata che puoi iniziare a intravedere l’infinita bellezza per cui Dio ti ha creato e fare la tua scelta, la scelta più importante di tutte: se dare ascolto alla voce che ti vuole schiavo di un benessere provvisorio o aprire il tuo cuore alla Gioia Piena e senza fine che Dio ti ha promesso.

In questi giorni di festa, in mezzo a tutte le attività e le tradizioni, non dimenticarti di rallegrarti, perché la storia di Maria è anche la tua storia di uomo o di donna amata e scelta da Dio per entrare nel mondo… buona festa dell’Immacolata Concezione!

Avvento, il tempo degli amanti folli…

di Andrea Navarin

Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento (Marco 13,33)

Attenzione è una parola solitamente stampata sui pacchi che trasportano cose delicate, negli avvisi che vogliono metterci in guardia, nei segnali stradali che anticipano un pericolo. Qui però non si tratta di una minaccia; semmai è un richiamo a prendere coscienza che siamo in prossimità di un incrocio di strade: quella di Dio e quella di ciascuno di noi.

Quando due strade si toccano, ecco aprirsi nuove possibilità, anche l’inversione di marcia, che poi è l’altro nome della conversione.

Qui entra in gioco tutta la nostra storia, perché il passato è una questione di memoria, il futuro è una questione di speranza e il presente è questione di fare attenzione, di dare attenzione, di risvegliare l’attenzione. Memoria, attenzione e speranza sono le tre virtù che l’uomo contemporaneo dovrebbe allenare ogni giorno!

L’Avvento è il tempo dell’attesa, o meglio dell’attenzione: l’attesa senza attenzione è perdere tempo e l’attenzione senza attesa è cadere in una anestesia dell’anima che ci taglia da noi stessi. Un sonno che favorisce gli incidenti e i rimpianti, mentre Dio è sempre una sorpresa, come ha detto papa Francesco, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro.

L‘Avvento è un bricco di caffè spirituale per rimanere svegli ed è fatto per quanti vogliono stare attenti, cioè per gli amanti folli, gente pienamente cosciente che i segni sono sempre piccoli e che per accorgersi di loro ci si deve rivestire dell’esplosione viva e vivificante del desiderio di un incontro.

L’Avvento è opportunità per ridare senso vero e pieno al Natale, al Dio che pone la sua tenda in mezzo all’umanità ora, qui, oggi. Anche noi ci attrezziamo ad aspettarlo perché nulla nella nostra vita è a caso e tutto può essere casa, accoglienza che riscalda il cuore e trasforma l’anima.

E quindi mi chiedo… come mi propongo di vivere l’Avvento? Quale attenzione in particolare dovrei coltivare?
Cosa in concreto potrebbe servirmi per gettare i panni inutili delle facili emozioni natalizie e diventare un cristiano sveglio, che vigila sulle tracce lasciate da Dio nella mia quotidianità?

O Signore, che continuamente ci inciti a star svegli, a scrutare l’aurora, a tenere i calzari, fa’ che non ci appisoliamo sui nostri divani, tra le molli braccia in cui ci dondola questo mondo, ma siamo attenti a percepire il mormorio della tua voce, che continuamente passa tra le fronde della vita a portare frescura e novità. Fa’ che la nostra sonnolenza non diventi giaciglio di morte e, se necessario, scuotici perché impariamo a ripartire sempre.

da 180 battiti di Luce – Officina contemplATTIVA

L’inganno del Natale . . .

di don Filippo Gorghetto

La tentazione di cominciare una riflessione sull’avvento, o sul Natale, criticando cosa ci propone il mondo è sempre in agguato: è facile giudicare un mondo che, forse anche per colpa di una testimonianza non sempre credibile, si è preso in carico una festa così importante.

Intanto però, anche se effettivamente un po’ troppo presto, panettoni, canzoncine e babbi Natale ci ricordano che questo, proprio questo, è un tempo importante. È un tempo privilegiato. È un tempo di grazia. È un tempo in cui può accadere qualcosa di particolare.

Eppure, dobbiamo ammetterlo, è un mondo che, per quanto dobbiamo ringraziare perché ci ricorda che questo tempo è speciale, allo stesso tempo però non sa più cosa inventarsi, e l’unica cosa che riesce a fare è marchiare a basso costo (con panettoni e addobbi luccicanti) qualcosa di davvero grande, unico e irripetibile: l’incarnazione.

Ma perché non sa più cosa inventarsi? Dopotutto, è da duemila anni che l’incarnazione plasma i cuori, ce ne sarebbero di cose da dire. Forse, però, per il mondo è meglio mantenere un basso profilo, perché probabilmente ha paura di lasciarsi sorprendere da Dio. Da quel Dio che ė capace di farti gustare la vita in modi sempre nuovi e avvincenti anche se l’incarnazione “è sempre la stessa cosa”.E non è solo questione di ingredienti.

Nei giorni che ci hanno introdotti all’Avvento, uno dei consigli che Gesù dava nel vangelo era quello di non lasciarsi ingannare (Lc 21, 8). Perché se ci lasciamo ingannare da ciò che il mondo ci propone per nascondere la verità di noi, della nostra vita, del nostro cuore, “non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta” (Lc 21, 6). Che sembra tragico, ma in realtà lo è! Perché il Natale a basso costo è una vita a basso costo, una vita che non è così vita come potrebbe essere, una vita che si accontenta di poco.

Allora, non lasciamoci ingannare! Non fermiamoci alla prima impressione, non lasciamo che il Natale sia solo quello che il mondo ci propone, non facciamo in modo di restare in superficie senza andare in profondità.
Non permettiamo alla bontà del pandoro (che comunque ringraziamo perché anche lui, nel suo piccolo, “fa Natale”) di impedirci di gustare la verità dell’incarnazione.

Vegliare è meglio che dormire

di don Sebastiano Bertin

A volte noi abbiamo l’idea che il “vegliare” di cui ci parla il Vangelo sia una sorta di minaccia divina, perché se Dio arriva allora dobbiamo corrispondere alle sue attese altrimenti non riusciremo a salvare la pelle.

Attenzione! Perché a volte con questa idea crediamo che il nostro Dio sia una sorta di tegola che ci cade sulla testa quando meno ce l’aspettiamo. È così? O forse ci vuole dire qualcos’altro?

Credo che tutto parta da ciò che è descritto nella prima lettura di questa prima domenica di Avvento. Si parla di cosa fa Dio quando noi ci allontaniamo da Lui. E lui ci lascia “vagare lontano dalle sue vie”, certo, perché tutti noi siamo liberi di allontanarci dal bene.

In questo brano viene chiesto un intervento divino:  “se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. Prima dell’arrivo di Gesù il popolo d’Israele era certo che per risolvere il problema dell’essere lontani da Lui significasse cose eclatanti, tipo squarciare i cieli… “sussultarono i monti”, dice la prima lettura. Ma è così il nostro Dio?
Non credo.

Credo che tutti noi in cuore desideriamo un intervento di Dio imponente, o prepotente, ma non è così.
Credo che il nostro Dio sia più simile a un amico che chiede ad un altro amico di passare un po’ di tempo insieme.

Martedì sera me ne sono reso conto: pur essendo stanco morto, un mio amico prete mi ha detto che voleva che facessimo due chiacchiere… e ovviamente si è fatto molto tardi. Per me quello è stato un vero e proprio vegliare. Non importava più il dormire.

È stato un lungo tempo di veglia, attiva, in cui permettere al delicato presentarsi di questo amico di dirmi qualcosa di sé. Credo che ne valesse la pena.

Credo che il vegliare con Dio sia la stessa cosa. Dio non si impone, ma si lascia accogliere, se vuoi vegliare e ascoltarlo. Per questo verrà come un bambino. Scende dal cielo, facendosi accogliere.

C’è una frase che dicono i muezzin ogni mattina alle 5 per svegliare i musulmani e invitarli alla preghiera, ed è “pregare è meglio di dormire”. Può valere anche per noi, se la leggiamo dal nostro punto di vista cristiano: pregare, ascoltare la voce del Signore, lasciarlo farsi presente, creare comunione con Lui, leggere e rimasticare la Parola di Dio.

Questa parola è detta per tutti, dice il Vangelo, perché tutti noi prima o poi accoglieremo qualcosa. Tutti possono stare in ascolto, e tutti prima o poi accoglieranno qualcosa. Tutti prima o poi avranno un incontro con il Signore, che squarcia i cieli e si fa accogliere. Tutti possiamo incontrare Dio, se vegliamo.

L’avvento che viviamo è proprio cercare di vegliare con Dio, in attesa di questo bambino, ascoltando che cosa ti vuole dire. Allora sì che Dio scenderà dai cieli.

Rendere a Cesare ciò che è… di chi???

Dare a Cesarea e dare a Dio.

don Filippo Gorghetto

Per capire che bisogna rendere a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio, bisognerebbe capire che cosa è di Cesare e che cosa è di Dio.

Che cosa allora è di Cesare e che cosa è di Dio? Basterà una moneta a decretarlo? No, forse no.

Credo che Gesù non volesse scagliarsi contro chi non capiva la distinzione tra divino e umano (in fondo in fondo, c’è di mezzo l’incarnazione, che non è troppo facile da capire) bensì contro chi confonde quello che dovrebbe dare a Cesare e quello che dovrebbe dare a Dio.

Potremmo leggerla così, in modo un po’ superficiale: vediamo tutti santi giorni come non sia facile rendere a Cesare quello che è di Cesare – e pensiamo a quante persone evadono le tasse, fanno fatica ad essere onesti -, e come non sia facile rendere a Dio quello che è di Dio – e pensiamo a quanto è facile dimenticarsi di pregare, di fare una vita secondo il Vangelo, quanto può essere (soprattutto per tanti giovani) una seccatura andare a messa la domenica… E chi più ne ha, più ne metta.

Ma possibile che Gesù si sia fermato solo a fare la predichetta e a dare la regoletta? No, troppo strano. Perché se incrociamo la regola, capiamo che in palio c’è ben di più! C’è il rischio di rendere a Cesare quello che è di Dio e soltanto di Dio.

Attenzione, lo ripeto: dare a Cesare quello che è di Dio, dare a Cesare quello che lo stesso Cesare non saprebbe neppure da che parte prendere e comprendere.

Dopo tutto però, in un mondo che fa fatica a riconoscere Dio, non ci resta che Cesare. E pensiamo a quante cose stanno andando in mano a Cesare:

La vita, che ha sempre più la possibilità di essere gestita e decisa dalla tecnologia e del progresso scientifico, più che da un gesto di amore; una vita sempre più curata, sempre più alimentata (e come…), sempre più visitata; ma, forse, mai pienamente vissuta e amata (e il paradosso è che a volte andiamo in palestra amando più il nostro ego che il nostro corpo e la nostra salute).

Sta andando in mano a Cesare l’educazione, che vive più di leggi e norme che di presenza e di accompagnamento; che sembra sempre più lasciata al caso, all’ultimo pensiero, all’ultima teoria, piuttosto che essere guidata da chi ha scritto i nostri nomi nel cielo.

E sta andando in mano a Cesare la morte che, per quanto non sia un momento facile da affrontare, è sempre più in mano a se stessi: è diventata una decisione dell’uomo, che cerca di allontanarla ad ogni costo, o di farla arrivare il prima possibile.

Sembra quasi, mi sia concesso, che non sia questione di fede: di alcuni aspetti, semplicemente l’uomo non può portarne il peso.

C’è qualcosa che è di Dio, e solo suo.

E grazie a Dio, verrebbe da dire.

Miracoli e ketchup

– di don Filippo Gorghetto –

Il mese scorso è avvenuto quello che i più chiamano “miracolo di San Gennaro”, e cioè lo scioglimento del sangue dello stesso nel giorno del suo ricordo (19 settembre).

Dopo questo miracolo, però, ne è avvenuto un’altro: se infatti in quei giorni aveste cercato su Google “sangue di San Gennaro”, non avreste trovato nessuna spiegazione del fenomeno, o qualche link a preghiere rivolte al santo partenopeo, ma la critica -feroce?- di un matematico impertinente allo stesso miracolo, con relativa “prova scientifica” dello stesso. Il problema è che ipotesi e tesi del matematico vertono sul fatto che quello dentro l’ampolla del miracolo non sia sangue, ma ketchup. Non è davvero un miracolo che una critica del genere sia così cercata su un motore di ricerca?

Ora, tralasciando il fatto che neppure il matematico abbia potuto applicare il metodo scientifico al miracolo (cioè verificare che sia effettivamente ketchup), e quindi che cerchi di sostenere una tesi contro addirittura la cercata evidenza di grande maestro Galileo (manca, tappa fondamentale, l’esperimento), la domanda più profonda è un’altra.

E la domanda da porsi non è nemmeno come mai il matematico ci tenga così tanto a parlare di fede e non di scienza… ma la domanda è:


cosa ci cambia sapere effettivamente se quel sangue è davvero sangue?
Perché bisogna metterlo in 
dubbio?
La fede non è forse la certezza dell’uomo che la potenza di Dio è una garanzia?


Io ci credo
, per me quel sangue è davvero il sangue, e ogni anno lo stesso giorno avviene un miracolo. E prima di chiederci se questo sia possibile, dobbiamo ricordare che è la potenza di Dio, e non quella dell’uomo, ad andare in scena. Come va in scena, senza interruzione come fosse un atto unico, dall’inizio del mondo.
Non è essere creduloni. Un cristiano sa benissimo di aver fede perché Gesù si è incarnato, ha sofferto, è morto ed è risorto, e non perché del sangue si scioglie. Se anche non ci fossero i miracoli non verrebbe meno la fede di chi crede, non sarebbe minimamente intaccata.

E allora perché non poter credere che la potenza di Dio (che poi è il suo amore) può fare molto di più di quello che noi immaginiamo? Che può fare l’impossibile?

Certo, forse può dar fastidio il fatto che ogni anno un bel po’ di gente (e anche molti media) si affolli a Napoli per vedere se ancora una volta san Gennaio batta un colpo. Ma questa, caro matematico, è una piccola espressione della fede e della devozione di molte persone, contro cui non si può far nulla. Nel passato hanno tentato di far fuori chi credeva, ma hanno ottenuto l’effetto contrario, perché il Cristianesimo è cresciuto e si è rafforzato. D’altra parte, è proprio attraverso la morte in croce che il suo fondatore ha sconfitto la morte.

Dà fastidio, vero?
Al prossimo anno, allora. E se San Gennaro dovesse ancora bussare, beh, apriamogli.