Vincent Lambert: la vita va sempre difesa.

Vincent Lambert con i genitori

Di Sara Manzardo

 

Vincent è senza idratazione da 6 giorni, per volontà di un’ideologia di morte che considera indegno di vivere un uomo con #disabilità grave, e gli toglie l’unico supporto di cui ha bisogno, l’acqua e il cibo, condannandolo a una morte terribile.

Leggo il comunicato dei suoi #genitori, che si sono ormai arresi alla sua morte inevitabile, ma che non smettono di amarlo con tutte le forze e di pregare incessantemente per la sua #Vita che sta per iniziare.

Penso a quanta sofferenza stanno vivendo quella mamma e quel papà, nel sentirsi impotenti e schiacciati, di fronte a un figlio che soffre e che si aggrappa disperatamente alla vita, quella vita bella, piena, segnata dalla sofferenza ma anche dall’#amore. Quella vita che è dono di Dio e altri vorrebbero strappargli.

Penso a quanto mi si spezzerebbe il cuore nel vedermi vietare di dare da bere a mio figlio per 6 giorni e più, di ignorare il suo sguardo. Considerandolo indegno di vivere solo perché non riesce a parlare ed esprimere i suoi bisogni.

E penso che ciascuno di noi, oggi, abbia la grande #responsabilità di scegliere sempre la vita, di difenderla, di prendersene cura soprattutto quando è imperfetta, debole, completamente dipendente dagli altri. E di parlarne, perché chi è intorno a noi non si lasci ipnotizzare da quell’ideologia malata che chiama “vegetale” chi è malato, che non considera umano un bambino nel pancione, che cerca di risparmiare eliminando i disabili e gli anziani, che ti fa credere che il tuo valore dipenda da quanto sei in salute, da quanto produci, da quanto sai essere indipendente dagli altri.

Guardando il mio bambino di un mese che dorme beato, sazio e dissetato, l’unica cosa che riesco a fare è affidare lui e ognuno di noi, insieme a Vincent, a quel Dio che sulla #croce, di fronte a sua madre, diceva “ho sete”.

Non perché ci eviti ogni sofferenza, ma perché ci dia la forza di non arrenderci, il coraggio di #combattere per chi amiamo e per ogni uomo e ogni donna che soffrono, la #serenità di vivere ogni difficoltà con la certezza che in ogni momento possiamo scegliere di farci dissetare da Lui.

E di rinascere di nuovo, nonostante le condanne e le sentenze del mondo.

– Sara Manzardo

#jesoutienvincentlambert #scelgolavita #corxiii

Vale la pena vivere?

vale la pena vivere?

di Mattia Negri – Responsabile del progetto per adolescenti Nello Sguardo di un Altro

Ci sono tre domande che ogni persona che decida di fare un cammino è chiamato a porsi. Tre interrogativi che ruotano intorno al centro dell’esistenza, tre questioni che chi vuol fare sul serio nella vita non può saltare. Esse aiutano a dare un senso e una direzione alla vita, iniziano già a raccontare il gusto di una pienezza che si scoprirà, passo dopo passo, lungo il cammino.

La prima domanda è questa: vale la pena vivere? Sembra essere scontata ma non lo è. È scontata per tutti quelli che non ascoltano il grido che sale da tante vite affaticate, l’urlo silenzioso del popolo che soffre e che fatica a dare una ragione seria per continuare il proprio cammino su questa terra. È anche cruccio quotidiano di tutti coloro che vivono in modo superficiale, non riuscendo a fare il salto che possa regalare una qualità migliore alla propria esistenza.

È domanda celata dietro la porta chiusa della camera di tanti ragazzi che nel silenzio della loro stanza si chiedono quale possa essere il senso di una vita che al momento sembra essere una battaglia difficile da vincere: a scuola dove le relazioni quotidiane con professori e compagni sembrano essere una fatica insostenibile; nel gruppo di amici che spesso risulta essere luogo di esclusione; nella relazione con l’altro sesso che fa emergere la paura di sentirsi inadeguati, premessa ad un rifiuto difficile da sostenere.

>Questa domanda non mente, anzi regala un sano realismo: “vale la pena” è modo di dire che mette in conto che il valore di una cosa è dato anche dalla fatica che essa comporta. E se è vero che la vita va accolta come un dono, probabilmente il più prezioso, lo è altrettanto che essa comporta la responsabilità di un impegno che porti verso il compimento: e non è facile, anzi è spesso faticoso. Ma la fatica stessa ne custodisce la preziosità, come la salita fa con il panorama che si gusta dalla vetta.

La seconda domanda è: per cosa vale la pena vivere? Sicuramente per vivere è necessario un senso, una direzione, un desiderio che da dentro faccia da motore per la vita. 

Si racconta che un giorno un uomo andò dall’Abbé Pierre manifestandogli il suo desiderio di suicidarsi. L’Abbè non si oppose al suo desiderio di togliersi la vita ma gli disse: “Sono solo e stanco: prima di andare ad ucciderti dammi una mano a costruire case per questi miei fratelli poveri”. L’uomo accettò ed iniziò ad aiutarlo in questo lavoro. Passarono gli anni e continuò ad aiutarlo. Quando giunse agli ultimi giorni della sua vita disse all’Abbè: “Se tu mi avessi dato del denaro, avrei ritentato il suicidio. Non mi mancava qualcosa per vivere, ma i motivi per farlo!”.

Ognuno di noi ha bisogno di dire a se stesso cosa lo spinge ad alzarsi alla mattina, quale sia la cosa per cui ama mettersi in gioco, quella per cui è disposto a giocarsi la vita. Perché la vita non prevede possibilità infinite, ma la necessità di essere capaci di scegliere un percorso preciso che metta in gioco i nostri talenti e che nella sua realizzazione doni gioia alla propria quotidianità.

La terza domanda è: per chi vale la pena vivere? C’è un’illusione dentro la quale tutti passiamo e molti rischiano di rimanere. Tutti desideriamo la felicità, tutti la cerchiamo in modo più o meno consapevole.

Il rischio è quello di cercarla nel modo e nel posto sbagliato. Se la cerchi in te stesso, in una realizzazione personale, non la troverai: è un’illusione. Se la trovi in uno o più volti da amare allora la incontrerai e la vedrai crescere. Infatti la gioia, quella vera, avendo a che fare con l’amore si realizza sempre nel mettersi a servizio della vita di un altro, nel renderla più bella, nell’essere partecipi del compimento della sua vocazione.

Chi ha paura di un cromosoma in più?

chi ha paura di un cromosoma in più

di Sara Manzardo

Sento mio figlio scalciare e cambiare posizione, rispondere alle carezze e al solletico con dei piccoli movimenti, riconoscere la voce di papà che gli canta la ninna nanna attraverso il pancione. Vedo che cresce, là dentro, e mi chiedo di che colore avrà gli occhi, come sarà il suo primo sorriso. Se anche avesse un cromosoma in più, forse non cambierebbe proprio nulla, non me ne accorgerei neanche. Quello che conta ora è che c’è un amore che cresce e che mi coinvolge, che dà linfa nuova alla nostra famiglia.

E un bambino con sindrome di down o con qualsiasi altra sindrome, tutto quello che chiede e tutto quello che dà è amore. Conosco coppie a cui era stato consigliato di abortire, che ora vivono la gioia di un bimbo che sì, forse ci metterà un po’ di più a raggiungere certi traguardi, ma che da subito ha imparato a dare amore, sorrisi e gioia ai suoi genitori e ai suoi fratelli.

L’amore non conta i cromosomi, perché l’Amore proprio non sa contare. Quello stesso amore che va in perdita, che dona tutto, che si spreca, come può fermarsi di fronte a un piccolo unico cromosoma in più? Quell’amore infinito e perfetto che tutti sogniamo e ci auguriamo, come può fermarsi di fronte a quella che il mondo chiama imperfezione?

È vero, c’è un amore extra che viene richiesto a quei genitori che hanno un figlio così. Ogni caso specifico richiede delle cure particolari, delle attenzioni maggiori, un piccolo surplus di pazienza e di attesa, la forza di rispondere magari anche alle solite stupide domande e considerazioni che la gente fa.

C’è un extra da considerare, che non è scontato, ma che ti salva la vita. Se hai dei figli o semplicemente se hai almeno un fratello, se sei un educatore in parrocchia, se fai volontariato o sogni di diventare un insegnante, sai bene che ogni bambino, ogni ragazzo, ogni anziano, ogni persona richiede un amore speciale, un modo di essere amato del tutto originale, diverso rispetto a tutti gli altri.

>L’amore non ama in serie, ama sul serio. E amare sul serio significa fare lo sforzo di donarsi e di gustare la bellezza là dove il mondo vede solo spreco e mancanza di produttività. Questo tipo di amore, agli occhi di un mondo abituato al massimo comfort e al minimo sforzo possibile, è assurdo da far paura.

E fa paura la gioia, perché ti mette in discussione e scardina quella prigione tanto comoda in cui ti sei chiuso, credendo di stare bene così. Se ci fai caso, un ventunesimo cromosoma è anche sintomo di felicità genuina, non costruita.

Quello che mi hanno insegnato i ragazzi down con cui ho avuto a che fare è che si può essere felici con poco, per le cose belle che spesso io do per scontate. Si può vivere senza il timore di esprimere i propri sentimenti, senza la paura di abbracciare qualcuno dicendogli “ti voglio bene”. Questo fa paura a tanti: la felicità. Perché, come cantava Max Pezzali “chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te”.

Ecco perché la sindrome di Down oggi fa paura. Anche se è stata studiata, anche se teoricamente dovremmo essere sempre più istruiti e inclusivi. La verità è che un mondo che ci vuole tutti ugualmente insoddisfatti e tristi, non può sopportare che la gioia esplosiva della vita fiorisca. Un mondo che ci insegna ad essere felici in base al grado di piacere che riceviamo dalle cose e dalle persone, non può concepire quella felicità gratuita che nasce dal semplice fatto di essere vivi e di sentirsi amati. Un mondo che ci valuta in base a quanto siamo prestanti e produttivi, non può sopportare che la fragilità sia accolta come una forza e come il più grande dei tesori da custodire.

Accogliere la vita significa allora vincere questa paura che il mondo vorrebbe metterti addosso, una paura di cui non devi vergognarti, perché non è una tua colpa, può essere naturale e può riguardare chiunque. Ma se prende il sopravvento può precluderti la gioia di poter amare e di essere amato.

Accogliere la vita significa andare controcorrente, là dove tutti ti direbbero che sei pazzo, che sarà troppo difficile, che non ne vale la pena, che il tuo imprevisto è una sfiga da evitare, una preoccupazione da levarti di dosso. Scegliere la vita, scoprire dove sta la vera gioia, amare senza contare e fare calcoli. È questa l’unica cosa che conta davvero.

 

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10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

di Sara Manzardo

Il vero atto rivoluzionario, oggi, è scegliere la vita là dove il mondo ti spingerebbe a gettare la spugna. Eppure noi cristiani, che dovremmo essere i portatori di un messaggio di vita e di una saggezza evangelica sconvolgente, molto spesso restiamo timidamente intimoriti dalle tesi di una società che vede il piccolo e il fragile come un peso, e che di fronte alla solitudine di una madre in attesa propone come soluzione l’aborto.

Oggi tocca a noi giovani dimostrare che il vero progresso è quello che sceglie la vita e la difende, con il buonsenso e l’intelligenza di chi non combatte per ideologia o per partito preso, ma perché la sua ragione e il suo studio approfondito confermano i valori in cui crede. Per difendere la vita in modo coerente e convincente, però, occorre formarsi e conoscere.

Ecco allora 10 delle tesi più usate a favore dell’aborto e le 10 (e più) risposte da dare per dimostrare che scegliere la vita è sempre vincente:

 

1. “Fino al terzo mese non è vita”. L’idea di difendere qualcosa che nell’immaginario collettivo è un grumo di cellule privo di vita, e quindi non cosciente e incapace di sentire dolore e provare sentimenti, appare a molti insensata. Eppure è vero il contrario: il bambino che porti in grembo – dall’istante del concepimento, e non da un determinato momento della gravidanza – è un essere vivente diverso da te. Già nella primissima fase embrionale la nuova creatura invia messaggi all’organismo materno, si fa riconoscere come essere vivente autonomo proprio per non farsi espellere, ma al contrario per farsi proteggere e nutrire fino alla nascita. Dal recente studio della Rockefeller University di New York e dell’Università di Cambridge, risulta che l’embrione è da subito capace di auto-organizzarsi autonomamente anche in assenza di segnali esterni. Questo significa che è vita sin dal concepimento, momento in cui inizia il dialogo materno-embrionale e in cui, secondo la scienza, inizia ufficialmente il ciclo vitale della persona.

 

2. “Per avere un figlio servono i soldi”. Moltissime donne si ritrovano da sole di fronte a una gravidanza inaspettata, non sanno come mantenere il figlio o come garantirgli un’infanzia dignitosa. Sono motivazioni che preoccuperebbero ogni persona responsabile, ma che non dovrebbero impedire a una madre di poter comunque accogliere la vita che porta in sé. Il benessere economico è importante, ma non vale la vita di un bambino che chiede solo protezione e amore. La soluzione al problema, sempre più diffuso, esiste: associazioni, Cav, parrocchie, vicini di casa pronti a dare una mano… Nessuna madre merita di essere lasciata sola e di vedersi costretta a rinunciare a suo figlio per motivi economici.

 

3. “Questa gravidanza è stata un errore”. Le cosiddette gravidanze indesiderate sono per lo più dovute a “incidenti di percorso”, calcoli sbagliati, metodi di contraccezione non efficaci. Se anche il concepimento è stato un “errore”, se anche non è stato desiderato o atteso, il frutto che ne è nato non si sta sviluppando e non sta crescendo come un errore. Dai primissimi istanti della sua vita intrauterina, il bambino si forma in modo perfetto e strabiliante, senza alcun aiuto esterno. Rimediare ad un errore di percorso eliminando la creatura che miracolosamente ha già preso posto in te, è l’unico vero grande errore che puoi fare.

 

4. “Un bambino è un ostacolo alla carriera”. È vero che una gravidanza cambia le priorità, perché ti costringe a rivedere progetti e piani in diversi ambiti della tua vita. Un ricalcolo delle priorità, però, non è per forza un ostacolo alla propria felicità e alla propria realizzazione: oggigiorno sempre più madri riescono ad avere successo nel lavoro e a seguire i propri interessi. Se tutti i datori di lavoro conoscessero la ricchezza che può portare una madre in un’azienda, in termini di capacità organizzative, team building, intraprendenza e umanità, la crisi economica verrebbe sconfitta nel giro di pochi anni.

 

5. “Non posso tenere un bambino che non è frutto di amore”. Una delle tesi a favore dell’aborto riguarda le gravidanze che seguono violenze o semplicemente storie finite nel rancore e nella menzogna. Il dolore che può esserci non deve essere banalizzato, perché reale, ma allo stesso tempo è vero anche che un figlio non è il promemoria di uno sbaglio o di una violenza subita. Uccidere un innocente non può in alcun modo essere considerata una valida terapia, perché provoca inevitabilmente un dolore uguale o più grande, mentre può esserlo difendere la vita che è nata da un atto di violenza, tenendola con sé o comunque dando il bambino in adozione dopo la nascita. In questo modo non si aggiunge dolore al dolore, ma si fa fiorire la vita là dove sembrava esserci stato solo dolore e sofferenza.

 

6. “Se è malato o disabile, soffrirà”. La sofferenza, la malattia e la morte non appartengono esclusivamente a chi nasce con disabilità o malattie, ma fanno parte della vita di ciascuno. Di fronte a una gravidanza difficile, è importante che vengano richiesti e offerti tutti gli aiuti necessari e il sostegno concreto per alleviare la fatica e le difficoltà che probabilmente non mancheranno. Ma prima di rinunciare a far nascere una creatura perché potrebbe non avere una vita “normale”, pensaci: se scegli di abortire, non vedrà mai la luce e si accorgerà in quell’istante, in cui sarà cosciente, di non essere desiderato e amato; se scegli la vita rischia di nascere e di soffrire o di vivere poco tempo. Ma rischia anche di essere amato e di amare, di sentirsi accolto e difeso, di guardarti negli occhi e gustarsi il tuo abbraccio ogni volta che ne sentirà il bisogno.

 

7. “Un figlio richiede troppi sacrifici”. È vero, richiede sacrifici. Ma forse abbiamo una concezione negativa di questo termine, che letteralmente significa “rendere sacro”. Nessuno può negare che l’arrivo di un figlio porti con sé la richiesta di maggiori attenzioni, di piccole e grandi rinunce, di una fatica extra. Ma questo è ciò che chiunque accetta quando si pone una meta da raggiungere, in ambito lavorativo, sportivo, scolastico… la differenza tra “privazione” e “sacrificio” sta proprio nella motivazione per cui decidi di ricalcolare il tuo stile di vita e le tue comodità. Se questa motivazione è una creatura che avrà il tuo sorriso, il gioco vale la candela.

 

8. “Non ha senso fare figli se per loro non c’è futuro”. Viviamo in un’epoca difficile per molti aspetti, ma non si può negare che, rispetto ad altri momenti storici, questo sia caratterizzato da un relativo benessere e da una certa stabilità. Molte volte si sente dire che mettere al mondo un figlio è un atto di egoismo, perché verrà condannato a fatiche, a possibili future guerre, all’inquinamento e chi più ne ha più ne metta. Eppure, scegliere la vita significa scegliere una speranza concreta per questo mondo, donare un’opportunità nuova e unica per far sì che l’umanità non muoia, ma cresca in amore, in responsabilità, in cooperazione, in relazione.

 

9. “Tenere o non tenere il bambino è una scelta della donna”. Una delle tesi a favore dell’aborto sostiene che questo riguardi solamente la donna, che liberamente può scegliere di eliminare il frutto del concepimento senza avere conseguenze particolari. La verità è che in una gravidanza sono coinvolte sempre almeno due persone, in stretta relazione e incredibilmente interdipendenti. Al di là della sindrome postaborto e della depressione che esso causa nella madre, di cui già si conosce qualcosa, secondo uno studio dell’Arizona State University dal momento del concepimento alla nascita alcune cellule del feto passano dalla placenta al sangue materno, arrivando nei tessuti e fino al cervello, stabilendosi lì fino addirittura ai 38 anni successivi e condizionando la relazione e l’attaccamento madre-figlio per tutta la vita. Il legame che si crea tra madre e figlio, quindi, non è solo psicologico ma anche estremamente fisico e permanente, anche nel caso in cui la gravidanza non venga subito accettata e accolta.

 

10. “Non mi sento pronta per essere madre”. Questo è l’ultimo ostacolo, ed è quello che accomuna forse tutte le madri di questa terra. Anche se hai da sempre desiderato un figlio, arriva il momento in cui il test di gravidanza ti scuote e ti comunica che c’è già qualcuno che si fa spazio dentro di te, e allora non sai bene se essere più felice o più preoccupata. Quel senso di insicurezza e di inadeguatezza che nasce è del tutto normale, ma non deve travolgerti. Ci saranno nove mesi di tempo in cui giorno dopo giorno, in un modo incredibile, il tuo corpo si preparerà, ti manderà segnali, ti insegnerà le cose giuste da fare. Ci saranno nove mesi in cui curiosamente incontrerai persone che ti arriveranno con dei vestitini usati o con le informazioni che cercavi. Nove mesi in cui piano piano conoscerai tuo figlio, sentendolo scalciare, fare le capriole, anche quando tutti intorno a te vedranno solamente una pancia che cresce. Fidati di te stessa, della tua forza e della tua intuizione: se scegli la vita, la vita sarà abbondante e piena. Avrà gli occhi del tuo stesso colore e ripagherà ogni piccola paura e ogni piccola insicurezza che potrai avere.

Dai qualità a questo anno partendo dalle tue relazioni

Dai qualità a questo anno partendo dalle tue relazioni

di Sara Manzardo

Il miglior modo per iniziare bene un nuovo anno è quello di non fare buoni propositi. O meglio, di non fare propositi irrealizzabili, con il solo scopo di dare una svolta apparente alla propria vita e alla propria routine, dimenticando che senza una motivazione valida e di vitale importanza possiamo diventare eroi per qualche istante, ma forse non felici.

Quello che ci muove, quello che ci fa cambiare vita, quello che “ci converte” – nel senso letterale che significa “cambiare direzione”- non è il sentito dire, non è un’idea astratta, non è una moda da seguire, non è il “me l’ha detto lui”.

Ciò che veramente dà un senso alla tua decisione di cambiare vita e di abbandonare un comportamento, uno stile, un modo di pensare e di agire, è la consapevolezza che ciò per cui cambi è decisamente e sicuramente migliore di ciò che lasci. Finché non scopri quella cosa per cui vale la pena vivere e cambiare strada, ogni buon proposito, anche il migliore, resterà l’ennesimo eroico tentativo non proprio riuscito a cui ripensare a fine anno.

La motivazione migliore è questa: scoprire quella chiave che ti rende felice, e la felicità – quella vera – lo sai bene che non ha consistenza se non comprende gli affetti, l’amore, la tua interiorità.

Ecco allora la proposta: quest’anno metti da parte le promesse eroiche e parti da qualcosa di concreto, che più concreto non si può. Quest’anno parti dalle tue relazioni, a tutti i livelli.

Parti dalla tua relazione con le persone più vicine a te, con quelle che vanno male e con quelle che comunque potrebbero andare meglio. Parti dall’accorgerti di chi ti vive accanto, dal fare più attenzione a chi incontri di sfuggita. Fai caso all’imprevisto, che ha sempre un volto e una storia e che non entra mai per caso nella tua vita.

Quest’anno parti da quelle relazioni ferite che ti pesano più di tutte, da ciò che dai per scontato, dalla tua incapacità di chiedere scusa, dalla tua abitudine a stare con l’altro solo perché ne hai bisogno. Impara a capire che ci si può accorgere di aver bisogno di qualcuno perché lo si ama realmente, non si può credere di amare qualcuno solo perché si ha bisogno di quella persona.

Parti dalle relazioni frivole, dai legami di facciata, dai tornaconto, dalle amicizie che non ti fanno andare avanti. Impara a capire che una relazione che non fa bene a te e non fa bene all’altro è una relazione tossica, che non potrà mai renderti felice.

Se sei sposato o fidanzato, parti dalla tua relazione con la persona che ami e che hai scelto, perché è lì che si gioca tutto. Fai la scelta coraggiosa e vincente di prendere decisioni, di fare strada insieme, di non chiudervi a riccio su di voi. Impara a dire grazie perché l’altro è benedizione per te.

E parti dalla tua relazione con Dio. Soprattutto se pensi che non ci sia alcuna relazione tra te e Dio, soprattutto se sai che fai fatica a credere e senti una lontananza tra la tua vita e chi l’ha creata. Parti dalla consapevolezza che con Dio puoi avere una relazione, qualsiasi sia la tua storia, qualsiasi sia la tua situazione oggi. Un Dio che ti ha messo nel cuore il desiderio di non vivere da solitario, non vuole lasciarti solo nella tua interiorità: scopri chi è per te, abbi il coraggio di sentirti amato così come sei.

E se anche non credi che i miracoli possano accadere, impara ad accorgerti, quest’anno, del miracolo che è la tua vita. Parti da qui.

Ci sono i maschi e ci sono le femmine. Naturale, no?

di don Filippo Gorghetto

Uno dei giochi che va più di moda in questo momento storico è il gioco di ruolo. Non ci sono pedine, non ci sono dadi, ma ci sono relazioni tra personaggi. Anche la vita, quella vera, ha i suoi “giochi di ruolo”. Uno dei più affascinanti è il “gioco” tra maschi e femmine, e uno degli ambienti in cui si può osservare meglio questo gioco è il mondo della scuola.

E quanto bello è vedere come di anno in anno questo “gioco” cambi continuamente, maturi fino ad una pienezza che non porterà mai al diventare marcio (come può capitare con i frutti, ad esempio), ma solo alla pienezza della vita. In fondo questo “gioco” manifesta davvero la bellezza della vita, così com’è!

Quando sono piccoli, sopratutto nei primissimi anni di scuola, la distinzione fondamentale a cui maschi e femmine tengono molto è, fondamentalmente, la porta del bagno che scelgono. Sempre che la indovinino! Ma poi, al di là delle tipiche attitudini maschili o femminili, solitamente si gioca insieme. Ci sono i maschietti, ci sono le femminucce, la questione spesso è chiusa qui.

Negli anni delle elementari le cose cominciano a cambiare. Non solo perché, “inspiegabilmente”, le bambine tendono a giocare tra di loro, e i bambini a cominciare ad emulare i campioni della loro squadra del cuore, ma anche perché si comincia a vedere una certa, abbozzata ricercatezza nel vestire, sopratutto nelle bambine: non importa il colore, ma far notare che “sono una bambina” ci sta. Il bambino, invece, quando ha un abbigliamento che gli permetta di correre o calciare un pallone, o un paio di pantaloni che possano sporcarsi di verde durante una scivolata o possano strapparsi per una caduta, solitamente è soddisfatto.

Passando ai primi anni di medie, le cose cambiano ancora. C’è un denominatore comune: “devo farmi vedere, ovviamente senza farmi notare”! E così le ragazze devono stare attente a come si vestono, a con chi stanno, ci si trova a gruppetti a chiacchierare (chissà poi di cosa!), i capelli vanno curati. I maschietti insistono sui giochi tra di loro, entrando però in quella fasi di conquista per cui si comincia ad avere un obiettivo nella vita; poi comunque ci si tiene un po’ di più al fisico, i capelli devono essere come quelli dei personaggi famosi.

Tenendo conto di questo: non si cresce tutti allo stesso modo, qualcuno ci arriva prima, qualcuno ci arriva dopo. Perché? Non c’è un perché, è il mistero della vita che cresce.

Alle superiori, ormai, se le ragazze cominciano a diventare delle signorine, i ragazzi diventano degli “ometti”. Perché se si esce la sera bisogna cercare di vestirsi bene, perché non c’è più il problema di farsi vedere senza farsi notare ma comincia l’emozione della prima cotta, del primo stare insieme a qualcuno, di una definizione dell’identità sempre più forte (anche perché con il passaggio alla scuola superiore si fanno già grandi scelte di indirizzo nella vita).

Le ragazze si riscoprono sempre più donne, i ragazzi sempre più uomini. Ormai ci sono cose da maschi e cose da femmine, ci sono sere in qui si esce solo ed esclusivamente tra amiche o tra amici.

Si potrebbe andare avanti, ma ci si può fermare, perché basta questo per dire che la vita è SPETTACOLARE!!! È troppo bello vedere come tutto questo capita così, naturalmente: se la vita andasse avanti per conto suo, sarebbe così!

E questo gioco che è sempre lo stesso ma che cambia continuamente, che regala emozioni, ferite, gioie, dolori, stupore, delusioni, è troppo affascinante. È la vita che va avanti, che si fa strada in ogni persona che, pian piano, si sta costruendo. E ogni irruzione volontaria dall’esterno non fa che deviare questa crescita, addirittura con il rischio di interromperla.

Tra l’altro, se possiamo permetterci, fa pensare che chi ha provato a dire il contrario, si sia dovuto ricredere, come nel caso della Svezia. Semplificando un po’, sperando di non travisare lo studio fatto, per vent’anni nelle scuole dagli 1 ai 7 anni non hanno voluto dare indicazioni sul genere sessuale, per cui niente diversità di colori, niente giochi diversi.

Bambini tutti uguali, neutri (addirittura non si diceva più lui o lei, ma solo il pronome neutro). Dopo vent’anni, il risultato: maschi e femmine si rispettano di più (in quanto maschi e in quanto femmine), che era quello che ci si aspettava, ma allo stesso tempo – e questo non era previsto – si è notato che i maschietti, crescendo, si comportavano autonomamente da maschietti, e le femminucce da femminucce.

Tanto per capirsi: i maschietti sistematicamente si ritrovavano a giocare con le macchinette, le femminucce con le bambole; potrebbe sembrare uno stereotipo immaturo, fondamentalmente però la sostanza è quella (al massimo cambia la forma, perché di nuovi giochi negli anni se ne inventano).

Forse di queste cose ne discuteremo fino a che esisterà il mondo, ma quanto è bello vedere la vita che cresce, così com’è? Quanto è emozionante vedere uomini e donne che crescono, nella semplicità, con tutto quello che comporta per la loro vita essere uomo e essere donna?

Lasciamoci abbagliare da questa bellezza, lasciamoci folgorare dalla vita. Non pensiamo di averne il potere, non pensiamo di poterla in qualche modo modificare (anche perché ad un certo punto dirà ineluttabilmente “basta” da sola). Lasciamo che sia la vita stessa a dirci chi e come essere, lasciamo che sia la vita stessa a plasmare i nostri giorni, i nostri anni. La nostra vita, con tutto quello che comporta.

Il lancio perfetto di una suora: la fede si gioca in campo

di Becky Roach – Catholic Link

Suor Mary Sobieck è una suora parecchio conosciuta negli Usa, che si occupa di news sportive sul web.

Il suo “lancio perfetto”, realizzato all’inizio di una partita di baseball a Chicago la scorsa primavera, ha catturato l’attenzione della stampa, sta affascinando gli utenti dei social ed è stato perfino menzionato su ESPN [un’emittente televisiva statunitense che trasmette programmi e notiziari sportivi 24 h, ndr].

Dai un’occhiata a quella che il Chigago White Sox ha definito “Uno dei più impressionanti primi lanciatori di tutti i tempi”.

Suor Mary Jo è una suora domenicana, un’amata insegnante e un’allenatrice di pallavolo al Marian Catholic College del comune di Chicago Heights.

Se amiamo le sue abilità di lanciatrice nel baseball, ancora di più amiamo la sua filosofia di insegnamento. In un’intervista, ha detto: “Il mio più grande goal è quello di aiutare gli studenti a capire, andare oltre le cose e ricordare e comprendere davvero ciò che hanno studiato. Ad essere davvero persone capaci di compassione, di generosità e di accoglienza”.

Suor Mary Jo è anche impegnata con il progetto Encounter, che si occupa di creare una sempre più vasta rete di preghiera, e con un gruppo di servizio all’evangelizzazione della scuola, chiamato Go Extreme for Jesus.

È davvero bello vedere come questo tipo di storie diventi virale! Ricorda al mondo che chi ha risposto alla chiamata alla vocazione religiosa è anche chiamato a usare i suoi talenti e i suoi doni per portare gli altri a Dio. Tutti i cattolici sono chiamati a fare lo stesso, qualsiasi sia la vocazione!

E tu, come mostri agli altri la gioia vera di Cristo attraverso i tuoi talenti? La Chiesa ha bisogno anche di te!

 

Traduzione dall’inglese a cura di Corxiii. Qui il link all’articolo in lingua originale.

Dodici meno dodici… fa strano

di don Filippo Gorghetto

“Volete andarvene anche voi?”, chiede Gesù ai dodici che rimangono, dopo che il resto di quelli che lo seguivano se ne era andato perché il discorso che il Maestro ha fatto sul pane di vita è troppo duro. Così come sono dure, spesso, tante altre parole che Gesù ha pronunciato durante la sua predicazione.

Volete andarvene anche voi? Forse è una domanda che ormai conosciamo e ci dice poco, forse non riusciamo a rivivere la scena e non ci rendiamo conto dell’aria che tirava. Ma la situazione che si è creata è matematicamente (ma non solo) imbarazzante: Gesù è rimasto con i 12, e se anche loro se ne fossero andati sarebbe rimasto da solo. Tanta predicazione, tante chiamate, tanta preghiera notturna per instaurare quel Regno di cui parlava e, in attesa della loro risposta, Gesù stava correndo il rischio di non essere seguito da nessuno.

A parte che forse ci sarebbe da riflettere sul fatto che se Gesù stesso ha fatto un po’ di fatica a evangelizzare, non dovremmo pensare che per noi sia così scontato. Ma ha anche senso, credo, cercare di capire perché si è giunti a questa ipotetica sottrazione pari a zero discepoli al seguito (e chissà con quanta amarezza).

Ci aiutano sempre le parole di Gesù: “questo vi scandalizza?”. Perché i discepoli si sono scandalizzati della bellezza della proposta di Gesù, preferendo la stoltezza di un pensiero affaticato e annebbiato.

È vero, non è facile accogliere, accettare certi discorsi di Gesù, la Sua Parola è sempre stata dura e sempre lo sarà: il giovane ricco se ne è andato, i farisei volevano addirittura in alcune occasioni ucciderlo, uno lo ha tradito, il suo successore non accoglie -anzi- l’annuncio della morte del Maestro. E di episodi così il Vangelo (e la storia della Chiesa) è pieno.

Ma se la Sua Parola ancora ci scandalizza, vuol dire che il mondo non sa più guardarsi, non sa più riconoscere un ordine che ha e che l’uomo, lungo i secoli, in alcune occasioni non ha saputo salvaguardare.

In tante situazioni forse non possiamo fare nulla e gli esempi che tra poco faremo ci sono distanti, ma fanno riflettere.

Ci sono momenti in cui abbiamo una cura dettagliata per gli animali (che ci sta, eh, San Francesco docet), ma non abbiamo ancora risolto il problema della fame del e nel mondo. Dobbiamo accogliere nella Chiesa le coppie “diverse”, modificando l’idea stessa di famiglia per essere più inclusivi, ma tanti fratelli poveri, senzatetto, fragili, con due braccia, due gambe, un volto, un anima, che hanno bisogno di cibo, cure, accoglienza e sostegno, loro no.

Forse, ma proprio forse, Gesù direbbe: non vi scandalizzano quelli che si drogano per sballarsi e vivono una vita senza senso, e invece vi scandalizzano quelli che vanno a messa tutte le domeniche, quasi fossero dei pazzi? Vi scandalizzano quegli uomini che trattano male le donne, in modo diversi ma comunque inconcepibili, e non vi scandalizzano quegli uomini che sfruttano le donne lungo una strada di sera come se fosse tutto legale e morale?

Non è facile pensare come il Vangelo, non è facile viverlo secondo le “istruzioni” che dà. Alle volte, a cercare di viverlo coerentemente e integralmente, il rischio sembra davvero di restare da soli.

Eppure già il sapere che, anche quella volta, almeno 12 sono rimasti, ci da un po’ di speranza. E poi, sapere che chi resta, resta perché solo le parole di Gesù sono le uniche che danno la vita eterna, ci fa capire che anche dopo 2000 anni possiamo seguire una Parola che ha sapore di Paradiso. Sul serio!

Non scandalizziamoci allora se il mondo non capisce chi vive il Vangelo, se il mondo con le sue logiche vorrebbe (alle volte forse anche consapevolmente) annebbiare il nostro pensiero, la nostra coscienza e la nostra volontà. Perché l’unico scandalo -nei secoli dei secoli- sarà di chi non capisce la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo.