10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

di Sara Manzardo

Il vero atto rivoluzionario, oggi, è scegliere la vita là dove il mondo ti spingerebbe a gettare la spugna. Eppure noi cristiani, che dovremmo essere i portatori di un messaggio di vita e di una saggezza evangelica sconvolgente, molto spesso restiamo timidamente intimoriti dalle tesi di una società che vede il piccolo e il fragile come un peso, e che di fronte alla solitudine di una madre in attesa propone come soluzione l’aborto.

Oggi tocca a noi giovani dimostrare che il vero progresso è quello che sceglie la vita e la difende, con il buonsenso e l’intelligenza di chi non combatte per ideologia o per partito preso, ma perché la sua ragione e il suo studio approfondito confermano i valori in cui crede. Per difendere la vita in modo coerente e convincente, però, occorre formarsi e conoscere.

Ecco allora 10 delle tesi più usate a favore dell’aborto e le 10 (e più) risposte da dare per dimostrare che scegliere la vita è sempre vincente:

 

1. “Fino al terzo mese non è vita”. L’idea di difendere qualcosa che nell’immaginario collettivo è un grumo di cellule privo di vita, e quindi non cosciente e incapace di sentire dolore e provare sentimenti, appare a molti insensata. Eppure è vero il contrario: il bambino che porti in grembo – dall’istante del concepimento, e non da un determinato momento della gravidanza – è un essere vivente diverso da te. Già nella primissima fase embrionale la nuova creatura invia messaggi all’organismo materno, si fa riconoscere come essere vivente autonomo proprio per non farsi espellere, ma al contrario per farsi proteggere e nutrire fino alla nascita. Dal recente studio della Rockefeller University di New York e dell’Università di Cambridge, risulta che l’embrione è da subito capace di auto-organizzarsi autonomamente anche in assenza di segnali esterni. Questo significa che è vita sin dal concepimento, momento in cui inizia il dialogo materno-embrionale e in cui, secondo la scienza, inizia ufficialmente il ciclo vitale della persona.

 

2. “Per avere un figlio servono i soldi”. Moltissime donne si ritrovano da sole di fronte a una gravidanza inaspettata, non sanno come mantenere il figlio o come garantirgli un’infanzia dignitosa. Sono motivazioni che preoccuperebbero ogni persona responsabile, ma che non dovrebbero impedire a una madre di poter comunque accogliere la vita che porta in sé. Il benessere economico è importante, ma non vale la vita di un bambino che chiede solo protezione e amore. La soluzione al problema, sempre più diffuso, esiste: associazioni, Cav, parrocchie, vicini di casa pronti a dare una mano… Nessuna madre merita di essere lasciata sola e di vedersi costretta a rinunciare a suo figlio per motivi economici.

 

3. “Questa gravidanza è stata un errore”. Le cosiddette gravidanze indesiderate sono per lo più dovute a “incidenti di percorso”, calcoli sbagliati, metodi di contraccezione non efficaci. Se anche il concepimento è stato un “errore”, se anche non è stato desiderato o atteso, il frutto che ne è nato non si sta sviluppando e non sta crescendo come un errore. Dai primissimi istanti della sua vita intrauterina, il bambino si forma in modo perfetto e strabiliante, senza alcun aiuto esterno. Rimediare ad un errore di percorso eliminando la creatura che miracolosamente ha già preso posto in te, è l’unico vero grande errore che puoi fare.

 

4. “Un bambino è un ostacolo alla carriera”. È vero che una gravidanza cambia le priorità, perché ti costringe a rivedere progetti e piani in diversi ambiti della tua vita. Un ricalcolo delle priorità, però, non è per forza un ostacolo alla propria felicità e alla propria realizzazione: oggigiorno sempre più madri riescono ad avere successo nel lavoro e a seguire i propri interessi. Se tutti i datori di lavoro conoscessero la ricchezza che può portare una madre in un’azienda, in termini di capacità organizzative, team building, intraprendenza e umanità, la crisi economica verrebbe sconfitta nel giro di pochi anni.

 

5. “Non posso tenere un bambino che non è frutto di amore”. Una delle tesi a favore dell’aborto riguarda le gravidanze che seguono violenze o semplicemente storie finite nel rancore e nella menzogna. Il dolore che può esserci non deve essere banalizzato, perché reale, ma allo stesso tempo è vero anche che un figlio non è il promemoria di uno sbaglio o di una violenza subita. Uccidere un innocente non può in alcun modo essere considerata una valida terapia, perché provoca inevitabilmente un dolore uguale o più grande, mentre può esserlo difendere la vita che è nata da un atto di violenza, tenendola con sé o comunque dando il bambino in adozione dopo la nascita. In questo modo non si aggiunge dolore al dolore, ma si fa fiorire la vita là dove sembrava esserci stato solo dolore e sofferenza.

 

6. “Se è malato o disabile, soffrirà”. La sofferenza, la malattia e la morte non appartengono esclusivamente a chi nasce con disabilità o malattie, ma fanno parte della vita di ciascuno. Di fronte a una gravidanza difficile, è importante che vengano richiesti e offerti tutti gli aiuti necessari e il sostegno concreto per alleviare la fatica e le difficoltà che probabilmente non mancheranno. Ma prima di rinunciare a far nascere una creatura perché potrebbe non avere una vita “normale”, pensaci: se scegli di abortire, non vedrà mai la luce e si accorgerà in quell’istante, in cui sarà cosciente, di non essere desiderato e amato; se scegli la vita rischia di nascere e di soffrire o di vivere poco tempo. Ma rischia anche di essere amato e di amare, di sentirsi accolto e difeso, di guardarti negli occhi e gustarsi il tuo abbraccio ogni volta che ne sentirà il bisogno.

 

7. “Un figlio richiede troppi sacrifici”. È vero, richiede sacrifici. Ma forse abbiamo una concezione negativa di questo termine, che letteralmente significa “rendere sacro”. Nessuno può negare che l’arrivo di un figlio porti con sé la richiesta di maggiori attenzioni, di piccole e grandi rinunce, di una fatica extra. Ma questo è ciò che chiunque accetta quando si pone una meta da raggiungere, in ambito lavorativo, sportivo, scolastico… la differenza tra “privazione” e “sacrificio” sta proprio nella motivazione per cui decidi di ricalcolare il tuo stile di vita e le tue comodità. Se questa motivazione è una creatura che avrà il tuo sorriso, il gioco vale la candela.

 

8. “Non ha senso fare figli se per loro non c’è futuro”. Viviamo in un’epoca difficile per molti aspetti, ma non si può negare che, rispetto ad altri momenti storici, questo sia caratterizzato da un relativo benessere e da una certa stabilità. Molte volte si sente dire che mettere al mondo un figlio è un atto di egoismo, perché verrà condannato a fatiche, a possibili future guerre, all’inquinamento e chi più ne ha più ne metta. Eppure, scegliere la vita significa scegliere una speranza concreta per questo mondo, donare un’opportunità nuova e unica per far sì che l’umanità non muoia, ma cresca in amore, in responsabilità, in cooperazione, in relazione.

 

9. “Tenere o non tenere il bambino è una scelta della donna”. Una delle tesi a favore dell’aborto sostiene che questo riguardi solamente la donna, che liberamente può scegliere di eliminare il frutto del concepimento senza avere conseguenze particolari. La verità è che in una gravidanza sono coinvolte sempre almeno due persone, in stretta relazione e incredibilmente interdipendenti. Al di là della sindrome postaborto e della depressione che esso causa nella madre, di cui già si conosce qualcosa, secondo uno studio dell’Arizona State University dal momento del concepimento alla nascita alcune cellule del feto passano dalla placenta al sangue materno, arrivando nei tessuti e fino al cervello, stabilendosi lì fino addirittura ai 38 anni successivi e condizionando la relazione e l’attaccamento madre-figlio per tutta la vita. Il legame che si crea tra madre e figlio, quindi, non è solo psicologico ma anche estremamente fisico e permanente, anche nel caso in cui la gravidanza non venga subito accettata e accolta.

 

10. “Non mi sento pronta per essere madre”. Questo è l’ultimo ostacolo, ed è quello che accomuna forse tutte le madri di questa terra. Anche se hai da sempre desiderato un figlio, arriva il momento in cui il test di gravidanza ti scuote e ti comunica che c’è già qualcuno che si fa spazio dentro di te, e allora non sai bene se essere più felice o più preoccupata. Quel senso di insicurezza e di inadeguatezza che nasce è del tutto normale, ma non deve travolgerti. Ci saranno nove mesi di tempo in cui giorno dopo giorno, in un modo incredibile, il tuo corpo si preparerà, ti manderà segnali, ti insegnerà le cose giuste da fare. Ci saranno nove mesi in cui curiosamente incontrerai persone che ti arriveranno con dei vestitini usati o con le informazioni che cercavi. Nove mesi in cui piano piano conoscerai tuo figlio, sentendolo scalciare, fare le capriole, anche quando tutti intorno a te vedranno solamente una pancia che cresce. Fidati di te stessa, della tua forza e della tua intuizione: se scegli la vita, la vita sarà abbondante e piena. Avrà gli occhi del tuo stesso colore e ripagherà ogni piccola paura e ogni piccola insicurezza che potrai avere.

Ecco perché la famiglia è il più grande antidoto alla tristezza

di Sara Manzardo

Stamattina mi sono ritrovata sotto il naso due articoli, di giornali diversi, sul matrimonio e la vita di coppia. Il primo diceva che in Italia la famiglia è passata di moda e i divorzi aumentano sempre di più, mentre il secondo provava a dare una spiegazione a questo trend negativo, con delle statistiche e delle opinioni utili quanto l’oroscopo del lunedì.

In questo secondo articolo si diceva, con molti giri di parole e percentuali, che è più felice chi si sposa presto, ma anche chi si sposa tardi. Mentre è un po’ meno felice chi non si sposa né presto né tardi, naturalmente. E che si può essere tristi – ma anche felici, attenzione – se ci si sposa con qualcuno conosciuto a scuola, ma anche al lavoro, ma anche in discoteca, meno attraverso i parenti. Insomma, il giornalista alla fine non diceva niente, dimostrando che le statistiche impazziscono di fronte alla felicità o all’infelicità di una coppia.

Quello che mi ha colpito, però, è che tutto in questi due articoli parlava di un desiderio realizzato o non realizzato di felicità.

La verità è che di felicità e di matrimonio si parla molto, ma spesso senza dire nulla. Si pensa che un matrimonio fallisca quando ti innamori di qualcun altro, quando ti passa l’euforia del primo anno, quando “non lo amo più”, come se l’amore e la felicità fossero emozioni in balia degli eventi esterni, del caso, delle paturnie che abbiamo. Mimmo Armiento, psicologo e psicoterapeuta, lo ripete fino allo sfinimento nei suoi corsi: la felicità non è un evento casuale che arriva quando vuole, la felicità è una scelta.

Così come l’amore, anche dopo anni e anni di calzini abbandonati in salotto, è una scelta di cuore e di testa.

Ecco il punto: si pensa che il matrimonio per funzionare debba renderti felice, o meglio che il tuo coniuge debba renderti felice, ma come posso rendere felice qualcuno che vive di ansie, ha scritto “depressione” in faccia ed è di per sé insoddisfatto della vita?

Ti dicono che un matrimonio deve essere felice per andare avanti (e ci mancherebbe, sfido chiunque a ritenere bella una vita di coppia fatta di tristezza, tradimenti, chiusure e mancanza di amore). Ma nessuno ti ha mai detto che chi sceglie il matrimonio con consapevolezza, lo fa perché è già felice e perché ha conosciuto quella felicità che non può essere spazzata via dalla prima difficoltà.

In due parole: le coppie felici, quelle davvero felici, si sposano.

Perché chi è felice non ha bisogno di “provare” il partner per vedere se è compatibile, non vede il matrimonio come una gabbia e la famiglia come una palla al piede, non mette l’amore al secondo, terzo, quarto, trecentoquarantacinquesimo posto dopo i suoi interessi, i suoi progetti individuali, i suoi amici, il suo gatto.

Soprattutto, chi è felice non si sposerebbe mai per convenzione, per sicurezza, per far contento l’altro o i suoi genitori, o magari per paura di rimanere solo. Chi è felice si sposa, perché si è accorto che la sua vita è meravigliosa, ma insieme all’altro è ancora meglio e non vede l’ora di iniziare quell’avventura stupenda, scegliendola con il cuore e con la testa.

Chi è felice si sposa. E chi si sposa perché è felice, ed è davvero felice di sposarsi, presto scopre che il suo matrimonio è così resistente che supera anche le notti insonni ad allattare, le rinunce da fare, i litigi, i momenti di difficoltà e di incomprensione, e chi più ne ha più ne metta.

Allora, prima di controllare se sono compatibile con il mio fidanzato, prima di metterlo alla prova per vedere se la convivenza funziona e se mi aiuta con i lavori di casa, prima di attaccargli un guinzaglio di ricatti per essere sicura che non mi lasci mai, prima di organizzare il matrimonio da sogno che mia madre ha sempre sognato per me, prima di iniziare un’avventura come se fosse una tappa forzata per stare bene con la coscienza…

…prima di tutto questo devo guardarmi dentro e farmi una domanda: mi sposo per cercare di essere felice o sono davvero, pienamente felice perché scelgo di sposarmi? E se la risposta è la seconda, allora non c’è statistica che tenga: la famiglia è davvero il più grande antidoto contro la tristezza e la solitudine.

 

Oltre l’indifferenza, la Vita.

giornata per la vita 2018

di Giulia Bovassi

Per che cosa stai vivendo tu? La nostra storia è un compito che abbiamo in custodia, simile ad una matriosca: vi è tutto nel nome, involucro unico e irripetibile dentro il quale la tana, il rifugio sicuro, la nostra interiorità, dà sostanza all’elenco di dati biografici che, spesso oggi, più che indicare solamente, definiscono chi siamo.

Equilibrio facilissimo da sbilanciare e complesso da riconoscere. Nel mio libro dico spesso che noi possiamo dire “io” e dispiegare un mondo. Dentro la nostra storia incanaliamo la verità, e quando questa viene inserita nella storia di qualcuno, lascia traccia.

Da questo nasce la responsabilità: essere nel mondo significa accorgersi dell’altro, prestare attenzione incondizionata, disancorata dall’interesse, mentre quel “qualcuno”, diverso da noi, ci guarda negli occhi. Non di spalle, non a distanza, non idealmente, ma davanti, così che non possa sfuggire la bellezza, che parte proprio da un riconoscimento fra pari, ugualmente voluti, ugualmente amati, fratelli. L’indifferenza è totalizzante, mentre la generosità, che scaturisce dal prendersi cura dell’altro, libera dalla costrizione del suo dolore. Riempie i vuoti reciproci.

Per che cosa stai vivendo tu? L’errore è lo strumento più umano che abbiamo per dirci e dire qualcosa di più su noi stessi. Vivere l’istante. Perché moltissime persone nel tempo indeterminato, finale, della loro vita terrena, supplicano o sperano di essere vigili e coscienti? La risposta è che in quella parentesi temuta e arrivata, la coda musicale della nostra vita, siamo impotenti. Non possiamo possedere più nulla perché abbiamo bisogno di tutto l’astratto, il non-contrattuale, che ci sazia.

Gratitudine e Beni imperituri. Quel tutto per cui vale la pena aver vissuto, diverso dal tutto spendibile per appagare il piacere. Il movimento rumoroso di quel guazzabuglio di sensazioni dove, fra timore e sollievo, siamo nudi e accarezzati dal nostro essere stati «chiamati per nome» dal valore sanante. Occasione di umanità. L’istante in cui chi ha bisogno, chiede, donando la sua storia: uniamo il dono di Colui che ci ha voluti per noi stessi, alla restituzione di quel dono reso fecondo da una vita piena, un’esistenza ricca di senso.

In questo momento non c’è il peso di dover dimostrare risultati: non meritiamo di essere degni, lo siamo perché ci vediamo nudi, come alla nascita. Senza nulla, incarniamo la completezza. Oggi, fin troppo spesso, il medesimo errore, che ci giustifica uomini, viene tradotto con “inefficienza”, “bassa qualità”, “sconvenienza” e ciò si ripete nella storia come una drammatica etica della disuguaglianza. È paradossale se pensiamo che la società in cui viviamo si nutre del ruolo di portavoce della tolleranza pura, quando poi, per vedere nell’altro quel compito affidato a noi (che altro non è se non il gusto dell’umanitario, collante globale superiore ad ogni differenza) spesso anteponiamo la presuntuosa pretesa che l’altro debba essere degno secondo il nostro giudizio o necessità, che sia uguale solo se la sua vita non è d’ostacolo alla nostra idea di benessere (fatta coincidere con felicità).

Il passaggio che ci porta a ragionamenti malati nei quali alcuni di noi, ammettendo una specie di gerarchia fra simili, sente l’autorità di decidere della e sulla vita o morte di altri esseri umani, è quantificare la grandezza delle creature di Dio con parametri poveri: produttività, funzionalità, efficienza, criteri selettivi dipendenti da una sbagliata comprensione della nostra identità corporea, psicologica e spirituale.

Ci soffermiamo talmente tanto sulla carne (che non è la corporeità) che da un lato puntiamo tutto su di essa e dall’altro, quando è conveniente, smettiamo di sentirci spiriti incarnati e abbandoniamo l’unità di anima e corpo per far scadere il secondo in un oggetto disponibile, commercializzabile. Il “difetto” sembra a tal punto scomodo da non richiamare più la vera uguaglianza, che è sorgente di carità e compassione, piuttosto l’asservimento di strutture individualistiche ed egoistiche.

Capiamo perché il momento cruciale per noi è proprio quello in cui non abbiamo più nulla da guadagnare, più nulla che possa servirci? Perché è la via di scampo da una vita condotta diventando estranei a noi stessi, con molti “avrei voluto..” finali e pochi “rifarei”.

Oggi, si celebra la Giornata per la Vita. Non ho cercato, di proposito, una riflessione sui temi caldi di chi si spende per la Vita, proprio perché esporsi a sua difesa è una sforzo radicale da definirsi pienamente esistenziale: proprio perché accomunati dai caratteri della nostra umanità, dall’origine ala fine, queste battaglie di valori fanno appello, prima o poi, a tutti, ragion per cui penso sia fondamentale andare alle radici e plasmare con coscienza e consapevolezza affinché l’essere testimoni della Vita sia non solo una teorizzazione, ma una vera e propria conversione.

Ci vuole tenerezza, molta delicatezza e discernimento poiché, proclamare la meraviglia dal concepimento alla morte naturale, significa toccare i cuori agitati di tutte le persone coinvolte ed essere, per loro, occasione di carità. Oggi celebrare la Vita è un vero atto rivoluzionario e spesso spaventa, trascinando con sé un seguito di percosse e sacrifici, ma è necessario che tutti, singolarmente, smettiamo di ignorare la corresponsabilità che abbiamo, tanto agendo quanto restando fermi.

Il cambiamento non aspetta i tiepidi e, in questi casi, una parola, un gesto, potrebbe salvare una Vita. La «crisi di umanità» non ha bisogno di spettatori, ma di attori che sollevino dall’angoscia del futuro: dove persiste il tutto della Vita, infatti, soccombe il nulla della morte. Quindi il mio invito oggi è di essere, ognuno secondo le capacità e le modalità a cui è chiamato, portatori di Vita, presenza di Verità, affinché fra gli uomini torni lo stupore per la nostra natura prima che questa venga convertita in un neutro sottoprodotto insostenibile.