You can be saint (Lì dove sei) …altro che Sanremo!

Tou Can Be saint - istituto bearzi don Filippo Gorghetto

Di don Filippo Gorghetto SDB

In un panorama musicale in cui sembra che quello che conti non sia creare qualcosa di vero e di bello ma di apparire per qualche settimana a costo di accettare di tutto, ci sembrava giusto proporre ai ragazzi un progetto accattivante, nel loro linguaggio (quello della musica) e che potesse insegnare ai ragazzi che si può fare qualcosa di buono e bello raccontando se stessi senza dover per forza dire volgarità o parlare male di qualcuno o criticare qualcosa.

Ecco le parole del prof. che ha guidato il progetto

La canzone nasce in realtà agli inizi di novembre come progetto didattico fatto con i ragazzi delle classi dell’Istituto  Salesiano Bearzi di Udine, dove io sono docente. Il tema portante di quest’anno è “Puoi essere Santo, lì dove sei”.

Assieme ad alcuni colleghi abbiamo cercato di trovare un modo efficace per riuscire a trasmettere questa tematica ai ragazzi, poi un giorno parlando del più e del meno con il nostro direttore, don Filippo Gorghetto, lui se ne esce con :”beh facciamo una canzone!!!” e “perché no?” ho detto io. –

Credo che l’esperienza diretta sia il modo migliore per interiorizzare anche i concetti più complessi, da ciò l’idea di raccogliere tra i nostri ragazzi dei pensieri, dei messaggi, delle situazioni di vita concreta, di disagio, di speranza, di rinascita… insomma volevamo cercare di esprimere il loro mondo in maniera autentica partendo proprio dalle loro esperienze” (Simone Rizzi)

E’ nata “You can be saint”, una canzone rap melodico che ha come protagonisti i ragazzi, le loro storie, le loro fatiche, le loro delusioni, ma anche la voglia di rialzarsi e andare avanti, il coraggio di prendere la mano tesa di un adulto e farsi accompagnare nel cammino della vita.

E’ interessante perchè le parole del testo sono le parole con cui i ragazzi hanno scritti i temi, cioè sono le parole con cui si raccontano, che non sono quelle che di solito si sentono sulla bocca di tanti ragazzi: perchè in fondo in fondo il loro cuore è abitato dal desiderio della bellezza, della verità, dell’eternità, di Dio. Basta trovare il modo di…farlo parlare! E ci sembra che la produzione di una canzone sia un buon mezzo per fare in modo che possano far parlare il loro cuore.

Non importa che sia bella o no, che piaccia oppure no, che faccia tanti like o meno. Quello che conta è che più di 100 ragazzi si sono messi in gioco e hanno capito -speriamo!- che la vita non è così vuota come la propone il mondo, ma può essere una vita piena!

Spiegazione della canzone:

Alla prima lettura dei temi raccolti tra i ragazzi è emerso subito, in maniera evidente, il fulcro del disagio che i ragazzi provano e anche la soluzione per superarlo.

Il senso di abbandono, qualcuno che se ne va (fisicamente o no) o semplicemente non li ascolta;  e così inizia la canzone.

Il protagonista è solo nel suo letto con le cuffie in testa (in rete con la sua “gente”) isolato e sordo al mondo e alle sue emozioni. Poi qualcuno di importante se ne va e la conseguente sofferenza e presa di coscienza di questo abbandono gli fa “svegliare” il cuore e gli fa iniziare il percorso evolutivo; sarà poi l’aiuto, la mano, l’ascolto ricevuto dagli altri (la gente – quella vera –  che gli sta accanto) che gli aggiusterà il cuore. La canzone si conclude col protagonista cosciente delle sue emozioni, presente nella sua vita, consapevole di essere parte di un piano più grande, un Uomo Vero, pronto a sostenere e aiutare gli altri come è stato fatto con lui.

Abbiamo cercato di raccontare una percorso evolutivo, che è quello dell’Essere Umano, si parte dalla presa di coscienze di una sofferenza interiore ,si passa per il vivere e superare il dolore nel quotidiano (lì dove sei), fino alla rinascita come essere umano realizzato “Santo” (da qui il titolo).

Vale la pena vivere?

vale la pena vivere?

di Mattia Negri – Responsabile del progetto per adolescenti Nello Sguardo di un Altro

Ci sono tre domande che ogni persona che decida di fare un cammino è chiamato a porsi. Tre interrogativi che ruotano intorno al centro dell’esistenza, tre questioni che chi vuol fare sul serio nella vita non può saltare. Esse aiutano a dare un senso e una direzione alla vita, iniziano già a raccontare il gusto di una pienezza che si scoprirà, passo dopo passo, lungo il cammino.

La prima domanda è questa: vale la pena vivere? Sembra essere scontata ma non lo è. È scontata per tutti quelli che non ascoltano il grido che sale da tante vite affaticate, l’urlo silenzioso del popolo che soffre e che fatica a dare una ragione seria per continuare il proprio cammino su questa terra. È anche cruccio quotidiano di tutti coloro che vivono in modo superficiale, non riuscendo a fare il salto che possa regalare una qualità migliore alla propria esistenza.

È domanda celata dietro la porta chiusa della camera di tanti ragazzi che nel silenzio della loro stanza si chiedono quale possa essere il senso di una vita che al momento sembra essere una battaglia difficile da vincere: a scuola dove le relazioni quotidiane con professori e compagni sembrano essere una fatica insostenibile; nel gruppo di amici che spesso risulta essere luogo di esclusione; nella relazione con l’altro sesso che fa emergere la paura di sentirsi inadeguati, premessa ad un rifiuto difficile da sostenere.

>Questa domanda non mente, anzi regala un sano realismo: “vale la pena” è modo di dire che mette in conto che il valore di una cosa è dato anche dalla fatica che essa comporta. E se è vero che la vita va accolta come un dono, probabilmente il più prezioso, lo è altrettanto che essa comporta la responsabilità di un impegno che porti verso il compimento: e non è facile, anzi è spesso faticoso. Ma la fatica stessa ne custodisce la preziosità, come la salita fa con il panorama che si gusta dalla vetta.

La seconda domanda è: per cosa vale la pena vivere? Sicuramente per vivere è necessario un senso, una direzione, un desiderio che da dentro faccia da motore per la vita. 

Si racconta che un giorno un uomo andò dall’Abbé Pierre manifestandogli il suo desiderio di suicidarsi. L’Abbè non si oppose al suo desiderio di togliersi la vita ma gli disse: “Sono solo e stanco: prima di andare ad ucciderti dammi una mano a costruire case per questi miei fratelli poveri”. L’uomo accettò ed iniziò ad aiutarlo in questo lavoro. Passarono gli anni e continuò ad aiutarlo. Quando giunse agli ultimi giorni della sua vita disse all’Abbè: “Se tu mi avessi dato del denaro, avrei ritentato il suicidio. Non mi mancava qualcosa per vivere, ma i motivi per farlo!”.

Ognuno di noi ha bisogno di dire a se stesso cosa lo spinge ad alzarsi alla mattina, quale sia la cosa per cui ama mettersi in gioco, quella per cui è disposto a giocarsi la vita. Perché la vita non prevede possibilità infinite, ma la necessità di essere capaci di scegliere un percorso preciso che metta in gioco i nostri talenti e che nella sua realizzazione doni gioia alla propria quotidianità.

La terza domanda è: per chi vale la pena vivere? C’è un’illusione dentro la quale tutti passiamo e molti rischiano di rimanere. Tutti desideriamo la felicità, tutti la cerchiamo in modo più o meno consapevole.

Il rischio è quello di cercarla nel modo e nel posto sbagliato. Se la cerchi in te stesso, in una realizzazione personale, non la troverai: è un’illusione. Se la trovi in uno o più volti da amare allora la incontrerai e la vedrai crescere. Infatti la gioia, quella vera, avendo a che fare con l’amore si realizza sempre nel mettersi a servizio della vita di un altro, nel renderla più bella, nell’essere partecipi del compimento della sua vocazione.

Nello sguardo di un altro – percorso di fede per ragazzi dai 14 ai 19 anni

nello sguardo di un altro

Quando ci hanno parlato del percorso per adolescenti Nello sguardo di un altro, noi di Corxiii abbiamo deciso di andare a testarlo di persona. Lo abbiamo trovato così bello e così completo da non poter fare a meno di consigliarlo a tutti i gruppi giovanissimi, come percorso che ogni diocesi dovrebbe far partire! Ecco di cosa si tratta e quali sono i suoi obiettivi, ce lo racconta Mattia Negri, il responsabile del progetto.

Quando ci ritroviamo davanti ad un ragazzo che inizia un cammino con noi, custodiamo nel cuore alcuni desideri, pregustiamo la gioia di veder crescere in lui alcuni frutti. Sono cinque anche se in verità ne racchiudono altri più piccoli. E sono frutti perché la logica degli obiettivi da raggiungere non ci appartiene; preferiamo scorgere la presenza di germogli e accompagnarne la maturazione; siamo consapevoli di non poter generare il risultato ma di essere semplicemente coloro che si preoccupano di coltivare un terreno perché il processo giunga a compimento.

1. Il primo è lo sviluppo dell’identità o scoperta del progetto di Dio. La possibilità data ad un ragazzo di rispondere alla domanda chi sono io?. Un cammino di comprensione di sé che porta alla scoperta di essere custodi di un tesoro che abbiamo ricevuto in dono; la consapevolezza di non essere soli a sviluppare questo progetto, ma accompagnati da Colui che ci ha creati; la certezza che si è responsabili di un tesoro che è chiamato a fruttare il centuplo già su questa terra non per una soddisfazione personale, ma per vederlo crescere nella vita dei fratelli.

2. Il secondo è la gestione matura delle relazioni. Perché ogni adolescente quando inizia una relazione di amicizia porta nel cuore il desiderio che sia per sempre. Purtroppo non è stato avvisato che il per sempre non si improvvisa, ma si costruisce, giorno dopo giorno, apprendendo gli strumenti che custodiscono una relazione e allontanando tutti quei comportamenti che la mettono in pericolo.

3. Il terzo è la gestione matura del mondo affettivo. Perché l’adolescente vive l’esplosione di questo ambito della vita. E spesso non sa come gestirlo. Due domande accompagnano questa maturazione: Che uomo o donna voglio diventare? Che coppia voglio costruire? La psicologia parla di mentalizzazione, ossia la capacità di accogliere le trasformazioni che stanno accadendo nel corpo e saper dare un senso ai gesti compiuti attraverso di esso. La teologia porta a compimento tutto questo dicendo che il corpo è il luogo della manifestazione dell’amore che abita in una persona. E la sessualità porta con sé tutta la bellezza di gesti ai quali va restituito un senso profondo, perché non siano vissuti con superficialità. Essa è la manifestazione di una comunione di cuore e di una responsabilità che se non sono presenti nella relazione di coppia rischiano di farla disgregare fino a farla cessare.

4. Il quarto è entrare nella logica upsidedown del Vangelo. Quella per cui essere in cammino verso la felicità porta con sé la necessità di capire e vivere le beatitudini, ossia di permettere all’amore di dare un senso al nonsenso dell’essere afflitti, dell’essere perseguitati (leggi bullizzati per i ragazzi). Quella che vuole essere operatrice di pace in un mondo fortemente votato all’incapacità di gestire il conflitto in modo adeguato. Quella che non si pone obiettivi o che non si basa sulla logica dei risultati, perché ha imparato, come dicevamo all’inizio, che si tratta di coltivare un terreno per poter veder maturare i frutti.

5. Il quinto è scoperta della presenza del Padre. Ossia essere capaci di vivere una relazione profonda con un Padre, che attraverso la sua Parola, ha la possibilità di consegnarci consigli importanti in relazione alle sfide che ogni adolescente è chiamato ad affrontare nella sua quotidianità. È quindi un frutto trasversale agli altri perché permette di portare a compimento tutti i precedenti. E farlo non semplicemente per uno sforzo personale, non solo per l’aiuto di educatori che si sanno prendere cura, ma soprattutto per la presenza di un Padre provvidente che ha cura dei propri figli.

di Mattia Negri – responsabile del progetto

Se vuoi far partire il percorso anche nella tua parrocchia o nel tuo vicariato, o vuoi saperne di più, contatta l’associazione  Nello sguardo di un Altro!