Epifania, ecco cosa puoi imparare dai Re Magi!

di Andrea Navarin

 

Seguendo le impronte dei Magi ho imparato che ogni cercatore di Dio si incammina sapiente, col bagaglio della propria esperienza e delle proprie conoscenze, ma scopre alla fine del viaggio di essere un salvato!

Perciò, il loro percorso rappresenta un “itinerario a tappe” esemplare per chi si domandi come incontrare il Signore e cosa fare dopo averlo incontrato.

 

Tutto inizia con lo scrutare il cielo, guardare in alto, per leggerne i segni. È il primo passo della fede: non solo vedere la realtà, ma interpretarla chiedendosi che senso abbia e soprattutto dia alla propria vita. I Magi si interrogano, inseguono un’intelligenza più profonda e non si accontentano delle risposte altrui. In fondo, se l’uomo non cerca il significato oltre il visibile, difficilmente potrà definirsi uomo…

 

Giunti a Gerusalemme, si preoccupano di trovare il luogo di nascita del re dei giudei, anche se in verità il primo luogo in cui ogni uomo incontra Dio è quello della ricerca stessa, l’inquietudine che lo spinge ad andare. I Magi, d’altro canto, potevano essere soddisfatti di aver visto Erode. Ma quest’uomo non risponde a ciò che inseguono, perché hanno visto la SUA stella. E poco importa sia o meno una cometa perché essa rappresenta l’oggetto della loro scelta: hanno scelto di seguire la stella!

 

Però non basta vedere la stella, andare a Gerusalemme, incontrare Erode, perché il fine di ogni ricerca è ADORARE.

C’è chi cerca per adorare (i Magi), e chi (Erode e gli scribi) compie indagini accurate, usando la Scrittura, ma si ferma lì. Anzi, sfocia nell’uccisione, la strage degli innocenti. Se Dio non lo riconosci come Dio, se hai un altro dio, lo uccidi!

Erode non può adorare, perché non vuole un altro re.
Il cammino di fede invece impegna non solo la mente per capire, ma anche il cuore per amare.
Allora, non si tratterà tanto di trovare un posto in cui è nato il Messia, quanto di coltivare un atteggiamento: “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

 

La gioia è il segno della presenza di Dio! Certo, anche l’inquietudine che muove alla ricerca, la ragione che guida, la Scrittura che chiarisce sono una presenza. Ma dove c’è gioia, c’è LA presenza. Solo Dio ti può dare gioia, anche nella prova, nel dolore, nella morte. Per questo il più grande lavoro spirituale è vivere costantemente nella gioia, cioè alla presenza di Dio.

 

Ed ecco che, vedendo il bambino e sua madre, si prostrano per adorare.

Ad-orare vuol dire portare alla bocca, cioè baciare. Il punto di arrivo del cammino dei Magi è questa gioia tra amanti: è nell’amore che lo incontrano.

L’uomo è fatto per questa comunione di vita con Dio e dove esiste questo desiderio, lì Dio nasce ancora oggi: è il Natale che possiamo vivere ogni giorno.

 

Poi offrono in dono oro (i beni concreti), incenso (i beni spirituali) e mirra (un sollievo alle ferite), ovvero ciò che hanno e che sono. Dio si è offerto a loro nel bambino e loro offrono se stessi a Lui. Così divento come Lui: quando con gioia amo come sono amato da Dio e dono il cuore come Dio si è donato a me.

 

E si conclude sottolineando che “fecero ritorno”.

In greco il verbo significa fecero gli anacoreti (si ritirarono). Anche il cristiano è un anacoreta: vive in questo mondo, ma ha scoperto qualcos’altro che è il senso di questo mondo. Da qui nasce il suo essere pellegrino sulla terra.

Eppure, i Magi non si ritirano nel deserto, ma tornano nel loro paese. Cioè saranno a casa loro, vivranno la loro esistenza quotidiana; ma, avendo scoperto e baciato il Signore e avendogli aperto il loro cuore, saranno sorretti dal senso profondo di essere dei salvati.

 

Se anche noi ogni volta che ci accostiamo alla Parola gustiamo una grandissima gioia, ci prostriamo per adorare e apriamo il cuore, allora possiamo dire che il Signore si è manifestato (epifania) a noi e di aver davvero incontrato la nostra Salvezza!

Sai qual è il significato della campana di Natale?

di don Filippo Gorghetto

Jingle bells. È questo uno dei ritornelli che più ascoltiamo o cantiamo nel periodo di Natale. Una delle classiche canzoncine che accompagnano questo periodo da talmente tanto tempo, che quando ne sentiamo le note, sappiamo che arriva il Natale.

In realtà la canzone si riferisce ai campanelli della slitta di Babbo Natale, ma un po’ di verità questo testo comunque ce l’ha: un po’ perché effettivamente nelle canzoni natalizie uno degli strumenti più usati sono le campanelle, un po’ perché sotto le feste le campane delle varie chiese suonano un po’ di più (fanno festa!), un po’ perché nella notte di Natale attraverso uno strepitio di campanellini si annuncia durante la messa della notte di Natale il ritorno del gloria (che ci aveva lasciati all’inizio dell’avvento per un po’ di meritato riposo).

Queste campane, quindi, in giro per le strade, dovrebbero annunciare una cosa sola: l’arrivo di Gesù. E in effetti Gesù, puntualmente, ogni anno, arriva.

Ed ecco che siamo di nuovo al 25 dicembre. Un’occasione talmente ripetitiva che forse, ormai, queste campane non le sentiamo più, non ci facciamo più caso. Forse si confondono con molti altri suoni che ci propone il Natale, e non sono solo canzoni.

Forse queste campane suonano, e le sentiamo, ma il messaggio che portano facciamo finta non ci riguardi. Forse sentiamo che stanno dicendo qualcosa al nostro cuore, ma preferiamo tenerlo al calduccio delle comodità. O forse lasciamo che queste campane, che annunciano la buona notizia -Gesù-, siano messe a tacere dalle tante altre notizie di cronaca.

Allora, andando a quella mangiatoia, dove si “esegue” l’Evento che cambia la storia, dovremmo come sentire che Gesù tira una corda. Una corda legata ad una campana. E quella campana siamo noi!

Le vere campane del Natale, allora, dovremmo essere noi. Dovremmo farci sentire tra le tante campane che suonano in questi giorni, perché noi a quella grotta ci andiamo e capiamo che il “la” per la nostra vita ce lo da “Quel” bambino.

Troppe campane suonano, e così la voce della mangiatoia viene soffocata, non viene più ascoltata, fa fatica ad emergere. Quel bambino, allora, chiede a noi di essere campane.

Campane che annunciano la vera gioia. Campane che svegliano dalla mediocrità. Campane che scuotono le coscienze. Campane che fanno vibrare il cuore. Campane che suonano la vita.

Sì! Credo che questo Natale ci chieda di essere delle campane. Piccole o grandi che siano, insieme sapranno farsi sentire, e far sentire una melodia che tante persone hanno bisogno di tornare ad ascoltare.

E potrebbe capitare anche a noi che, sentendoci suonare insieme alle altre campane, ci meravigliamo dell’armonia che creiamo, e viviamo di quello stupore di Chiesa, riunita intorno al suo Dio fatto bimbo, che fa tanto bene al nostro cuore.

Novena di Natale Corxiii – Nono giorno

Novena di Natale

Dal Vangelo di Giovanni (1, 14)

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

“Voglio davvero che il piccolo Gesù si trovi così bene nel mio cuore da non pensare più a ritornare in Cielo.” (Santa Teresa di Lisieux)

La nascita di Gesù non è solo un evento storico, ricordato dalla tradizione. La nascita di Gesù è l’evento che dà senso alla tua vita e alle tue relazioni. Perché è per un atto di amore che Dio ha deciso di nascere in una famiglia, di fare esperienza della vita di uomo. Lo ha fatto per donarti la Vita, quella con la V maiuscola, quella che inizia nel grembo di una madre e continua nell’eternità e nella gioia senza fine.

Il Natale ha senso se lo guardi dalla prospettiva della Pasqua: Dio, parola che crea e dà vita, si è fatto carne e si è fatto pane per te. Il vero dono di questo Natale è la presenza reale di quel Dio che tutto farebbe per vederti felice e realizzato, perché ha deciso che tu vali la Sua stessa vita.


Mi chiedo:
Come la piccola Teresa di Lisieux, guardo il mio cuore con gli occhi della fede. E’ un cuore aperto per accogliere la Luce di Dio che vuole abitare la mia vita?

Un impegno concreto: La presenza di Dio nel mondo non è un’occasione speciale del Natale, ma un dono da vivere ogni giorno. Questa sera, durante la S.Messa, preparati a ricevere l’Eucaristia pensando che in quel pane c’è davvero Cristo fatto uomo e fatto pane per te. Prova a gustare quella presenza reale di Dio in te e quell’unione d’amore speciale e indissolubile, tra te e Lui.

 

Novena di Natale Corxiii – Ottavo giorno

Novena di Natale

Dal Vangelo di Luca (1,45)

«E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto»

“So dove vado, sono pronto al tuffo in Dio.” (Servo di Dio Carlo Grisolia)

Beata te, che hai creduto. Si tratta della prima beatitudine del Vangelo, ed è rivolta a Maria. Nel saluto di Elisabetta, in questa amicizia fondata sulla fede e sul riconoscere le benedizioni di vita di Dio, si nasconde il nocciolo della nostra fede.

Beata te, che hai creduto in quello che Dio ti ha detto. Beato te, che sei pronto a tuffarti in Dio, anche se non capisci del tutto quello che ti sta accadendo. Il giovane Carlo Grisolia, nella sua malattia, sapeva che Dio poteva dare senso alla sua sofferenza e al suo futuro. Sapeva che Dio, quel Dio che si era fatto uomo per lui, stava condividendo quella croce e lo chiamava a tuffarsi nelle sue braccia.


Mi chiedo: 
Come sto vivendo la mia fede di fronte alle situazioni di difficoltà e di buio che la vita mi mette di fronte?

Un impegno concreto: Pensa a una situazione difficile che stai vivendo o che hai di fronte, una situazione che ti fa paura o che ti preoccupa particolarmente. Scrivila su un bigliettino e mettilo sotto o vicino la mangiatoia del tuo presepe, così da poterla affidare a Gesù Bambino la notte di Natale. Tuffati in Dio che nasce per te!

 

Grazie anche a te, Babbo Natale!

grazie, Babbo Natale

di don Filippo Gorghetto

È dal 354 che il Natale si festeggia per tutto il mondo il 25 dicembre, anno di redazione di un almanacco che testimonia questa data.

Si dice che sia con papa Giulio I che, intorno al 350, si unificò la data, in quanto prima erano tutte diverse. Tutte lì intorno, però… erano i giorni in cui le giornate si allungavano, segno che una luce nuova stava arrivando nel mondo. È dal 354, insomma, che il 25 dicembre:
1) si festeggia la nascita di Gesù;
2) si fa festa (da qualche decennio anche con regali, Babbo Natale e luci);
3) (forse) si fa vacanza.

1, 2 e 3, ovviamente non sono nell’ordine e sembra, soprattutto in questi ultimi tempi, che la 2 e la 3 abbiano avuto la meglio sulla 1, con l’impressione in qualche caso che addirittura l’abbiano cancellata. A tal punto molti lamentano che il mondo non festeggia più il Natale per quello che è, e che ci si è dimenticati della cosa più importante.

È vero: forse c’è più gente che si ricorda di Babbo Natale che di Gesù, dei regali e delle vacanze piuttosto che dello stare in famiglia. Ma è anche vero che, in questa operazione commerciale/culturale in cui si cerca di cancellare dal mondo ciò che è religioso, i vari regali, le varie lucette, i vari babbi natale ci lasciano comunque un clima di festa e un periodo di vacanza, sempre a ridosso del 25 dicembre.

Quanti pensavano di togliere dal mondo ogni riferimento religioso, in nome di un rispetto apparentemente al di sopra delle parti, stanno solo aiutando il Natale a restare saldo e sicuro in un periodo e in un modo unici e, forse, impossibili da eliminare.

È interessante, a questo proposito, tutto il dibattito sul fare o non fare i presepi. Non si è mai parlato così tanto dei presepi quanto adesso. Magari un musulmano, un buddista, un ateo (vero) avrebbero preferito non sentirne parlare, e invece tutti i giorni, in tanti giornali, parole su parole per difendere o attaccare il tanto innocente presepe.

Cari fedeli cristiani, cattolici, e simili, diciamo grazie a tutti quelli che non vorrebbero un mondo così religioso. Diciamo grazie a Babbo Natale, che per quanti ne vediamo in giro, non smette di essere il sogno proibito di tanti bambini, di trovarlo in casa mentre deposita i regali, perché nella sua “commercialità” ci ricorda che da qualche parte, anche se non lo vedi, c’è un Babbo che pensa a te.

Diciamo grazie a tutti quelli che vorrebbero nascondere Gesù ma, inconsapevoli (e un po’ culturalmente sbadati) non stanno facendo altro che ricordarci ogni anno che il Natale dobbiamo festeggiarlo.

Dobbiamo. Perché sarebbe anti-umano voler nascondere una nascita, soprattutto se questa nascita ha cambiato per sempre le sorti della storia e il senso della vita di tantissime persone. Il mondo non ci riuscirà mai. Suo malgrado, anche per merito suo!

Questo Natale svolta!

Questo Natale svolta!

Chissà quanti, leggendo il titolo avranno pensato per un attimo ai buoni propositi, al lavoro, alle relazioni, alla famiglia…

Eh no…per quanto pubblico sia l’evento del Natale, con un Dio che si fa bambino, nel silenzio, nella povertà, nel mistero, il Natale è uno degli eventi più privati e intimi sulla bella faccia di questa Terra.
Natale ti interroga, a tu per tu: quali speranze nutri, a quali orizzonti punti, quali relazioni vivi.

Non è facile sfuggire al morso della solitudine e ai dolori che questo mondo ci riserva, ma c’è un Tu che risuona, tutti i dì a dire il vero, ma in questi giorni forse ce ne possiamo accorgere un pochetto di più. Una canzone dice “All I want for Christmas is You” (Tutto quello che voglio per Natale sei Tu)…e adesso avremmo qualcuno che pensa che mi stia riferendo a Gesù…e invece no, caro mio, mi riferisco a te, proprio proprio ma proprio te!

Spente le ultime lucette di Natale, quando ciò che resta sono i rumori felpati delle fredde notti invernali, a volte surclassati dal frastuono delle nostre preoccupazioni, c’è un TU che risuona: un Dio che si fa bimbo per dirti che tutto ciò che vuole sei Tu. Lui, venuto per incontrare la tua umanità, venuto per sbaragliare i tuoi pensieri, le tue ansie…

Tutto ciò che vuole Dio, anche a Natale, sei tu…

Apri il tuo cuore, le tue orecchie, le tue mani a Lui, svolta!
Cambia prospettiva, sei tu l’amato, sei tu che vali così tanto da costringere Dio a farsi bambino, a venire senza corazze e glorie, solo con il silenzio di chi vuole ascoltare, condividere e sperare insieme a te. Tutto quello che il Dio della speranza vuole, sei tu! Lasciati abbracciare dal Suo amore per te 🙂

Emanuele

Cosa puoi imparare oggi dai tre Re Magi

Di Andrea Navarin

Seguendo le impronte dei Magi ho imparato che ogni cercatore di Dio si incammina sapiente, col bagaglio della propria esperienza e delle proprie conoscenze, ma scopre alla fine del viaggio di essere un salvato!

Perciò, il loro percorso rappresenta un “itinerario a tappe” esemplare per chi si domandi come incontrare il Signore e cosa fare dopo averlo incontrato.

Tutto inizia con lo scrutare il cielo, guardare in alto, per leggerne i segni. È il primo passo della fede: non solo vedere la realtà, ma interpretarla chiedendosi che senso abbia e soprattutto dia alla propria vita. I Magi si interrogano, inseguono un’intelligenza più profonda e non si accontentano delle risposte altrui. In fondo, se l’uomo non cerca il significato oltre il visibile, difficilmente potrà definirsi uomo…

Giunti a Gerusalemme, si preoccupano di trovare il luogo di nascita del re dei giudei, anche se in verità il primo luogo in cui ogni uomo incontra Dio è quello della ricerca stessa, l’inquietudine che lo spinge ad andare. I Magi, d’altro canto, potevano essere soddisfatti di aver visto Erode. Ma quest’uomo non risponde a ciò che inseguono, perché hanno visto la SUA stella. E poco importa sia o meno una cometa perché essa rappresenta l’oggetto della loro scelta: hanno scelto di seguire la stella!

Però non basta vedere la stella, andare a Gerusalemme, incontrare Erode, perché il fine di ogni ricerca è ADORARE.

C’è chi cerca per adorare (i Magi), e chi (Erode e gli scribi) compie indagini accurate, usando la Scrittura, ma si ferma lì. Anzi, sfocia nell’uccisione, la strage degli innocenti. Se Dio non lo riconosci come Dio, se hai un altro dio, lo uccidi!

Erode non può adorare, perché non vuole un altro re.
Il cammino di fede invece impegna non solo la mente per capire, ma anche il cuore per amare.
Allora, non si tratterà tanto di trovare un posto in cui è nato il Messia, quanto di coltivare un atteggiamento: “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

La gioia è il segno della presenza di Dio! Certo, anche l’inquietudine che muove alla ricerca, la ragione che guida, la Scrittura che chiarisce sono una presenza. Ma dove c’è gioia, c’è LA presenza. Solo Dio ti può dare gioia, anche nella prova, nel dolore, nella morte. Per questo il più grande lavoro spirituale è vivere costantemente nella gioia, cioè alla presenza di Dio.

Ed ecco che, vedendo il bambino e sua madre, si prostrano per adorare.

Ad-orare vuol dire portare alla bocca, cioè baciare. Il punto di arrivo del cammino dei Magi è questa gioia tra amanti: è nell’amore che lo incontrano.

L’uomo è fatto per questa comunione di vita con Dio e dove esiste questo desiderio, lì Dio nasce ancora oggi: è il Natale che possiamo vivere ogni giorno.

Poi offrono in dono oro (i beni concreti), incenso (i beni spirituali) e mirra (un sollievo alle ferite), ovvero ciò che hanno e che sono. Dio si è offerto a loro nel bambino e loro offrono se stessi a Lui. Così divento come Lui: quando con gioia amo come sono amato da Dio e dono il cuore come Dio si è donato a me.

E si conclude sottolineando che fecero ritorno.

In greco il verbo significa fecero gli anacoreti (si ritirarono). Anche il cristiano è un anacoreta: vive in questo mondo, ma ha scoperto qualcos’altro che è il senso di questo mondo. Da qui nasce il suo essere pellegrino sulla terra.

Eppure, i Magi non si ritirano nel deserto, ma tornano nel loro paese. Cioè saranno a casa loro, vivranno la loro esistenza quotidiana; ma, avendo scoperto e baciato il Signore e avendogli aperto il loro cuore, saranno sorretti dal senso profondo di essere dei salvati.

Se anche noi ogni volta che ci accostiamo alla Parola gustiamo una grandissima gioia, ci prostriamo per adorare e apriamo il cuore, allora possiamo dire che il Signore si è manifestato (epifania) a noi e di aver davvero incontrato la nostra Salvezza!

L’inganno del Natale . . .

di don Filippo Gorghetto

La tentazione di cominciare una riflessione sull’avvento, o sul Natale, criticando cosa ci propone il mondo è sempre in agguato: è facile giudicare un mondo che, forse anche per colpa di una testimonianza non sempre credibile, si è preso in carico una festa così importante.

Intanto però, anche se effettivamente un po’ troppo presto, panettoni, canzoncine e babbi Natale ci ricordano che questo, proprio questo, è un tempo importante. È un tempo privilegiato. È un tempo di grazia. È un tempo in cui può accadere qualcosa di particolare.

Eppure, dobbiamo ammetterlo, è un mondo che, per quanto dobbiamo ringraziare perché ci ricorda che questo tempo è speciale, allo stesso tempo però non sa più cosa inventarsi, e l’unica cosa che riesce a fare è marchiare a basso costo (con panettoni e addobbi luccicanti) qualcosa di davvero grande, unico e irripetibile: l’incarnazione.

Ma perché non sa più cosa inventarsi? Dopotutto, è da duemila anni che l’incarnazione plasma i cuori, ce ne sarebbero di cose da dire. Forse, però, per il mondo è meglio mantenere un basso profilo, perché probabilmente ha paura di lasciarsi sorprendere da Dio. Da quel Dio che ė capace di farti gustare la vita in modi sempre nuovi e avvincenti anche se l’incarnazione “è sempre la stessa cosa”.E non è solo questione di ingredienti.

Nei giorni che ci hanno introdotti all’Avvento, uno dei consigli che Gesù dava nel vangelo era quello di non lasciarsi ingannare (Lc 21, 8). Perché se ci lasciamo ingannare da ciò che il mondo ci propone per nascondere la verità di noi, della nostra vita, del nostro cuore, “non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta” (Lc 21, 6). Che sembra tragico, ma in realtà lo è! Perché il Natale a basso costo è una vita a basso costo, una vita che non è così vita come potrebbe essere, una vita che si accontenta di poco.

Allora, non lasciamoci ingannare! Non fermiamoci alla prima impressione, non lasciamo che il Natale sia solo quello che il mondo ci propone, non facciamo in modo di restare in superficie senza andare in profondità.
Non permettiamo alla bontà del pandoro (che comunque ringraziamo perché anche lui, nel suo piccolo, “fa Natale”) di impedirci di gustare la verità dell’incarnazione.