Vale la pena vivere?

vale la pena vivere?

di Mattia Negri – Responsabile del progetto per adolescenti Nello Sguardo di un Altro

Ci sono tre domande che ogni persona che decida di fare un cammino è chiamato a porsi. Tre interrogativi che ruotano intorno al centro dell’esistenza, tre questioni che chi vuol fare sul serio nella vita non può saltare. Esse aiutano a dare un senso e una direzione alla vita, iniziano già a raccontare il gusto di una pienezza che si scoprirà, passo dopo passo, lungo il cammino.

La prima domanda è questa: vale la pena vivere? Sembra essere scontata ma non lo è. È scontata per tutti quelli che non ascoltano il grido che sale da tante vite affaticate, l’urlo silenzioso del popolo che soffre e che fatica a dare una ragione seria per continuare il proprio cammino su questa terra. È anche cruccio quotidiano di tutti coloro che vivono in modo superficiale, non riuscendo a fare il salto che possa regalare una qualità migliore alla propria esistenza.

È domanda celata dietro la porta chiusa della camera di tanti ragazzi che nel silenzio della loro stanza si chiedono quale possa essere il senso di una vita che al momento sembra essere una battaglia difficile da vincere: a scuola dove le relazioni quotidiane con professori e compagni sembrano essere una fatica insostenibile; nel gruppo di amici che spesso risulta essere luogo di esclusione; nella relazione con l’altro sesso che fa emergere la paura di sentirsi inadeguati, premessa ad un rifiuto difficile da sostenere.

Questa domanda non mente, anzi regala un sano realismo: “vale la pena” è modo di dire che mette in conto che il valore di una cosa è dato anche dalla fatica che essa comporta. E se è vero che la vita va accolta come un dono, probabilmente il più prezioso, lo è altrettanto che essa comporta la responsabilità di un impegno che porti verso il compimento: e non è facile, anzi è spesso faticoso. Ma la fatica stessa ne custodisce la preziosità, come la salita fa con il panorama che si gusta dalla vetta.

La seconda domanda è: per cosa vale la pena vivere? Sicuramente per vivere è necessario un senso, una direzione, un desiderio che da dentro faccia da motore per la vita. 

Si racconta che un giorno un uomo andò dall’Abbé Pierre manifestandogli il suo desiderio di suicidarsi. L’Abbè non si oppose al suo desiderio di togliersi la vita ma gli disse: “Sono solo e stanco: prima di andare ad ucciderti dammi una mano a costruire case per questi miei fratelli poveri”. L’uomo accettò ed iniziò ad aiutarlo in questo lavoro. Passarono gli anni e continuò ad aiutarlo. Quando giunse agli ultimi giorni della sua vita disse all’Abbè: “Se tu mi avessi dato del denaro, avrei ritentato il suicidio. Non mi mancava qualcosa per vivere, ma i motivi per farlo!”.

Ognuno di noi ha bisogno di dire a se stesso cosa lo spinge ad alzarsi alla mattina, quale sia la cosa per cui ama mettersi in gioco, quella per cui è disposto a giocarsi la vita. Perché la vita non prevede possibilità infinite, ma la necessità di essere capaci di scegliere un percorso preciso che metta in gioco i nostri talenti e che nella sua realizzazione doni gioia alla propria quotidianità.

La terza domanda è: per chi vale la pena vivere? C’è un’illusione dentro la quale tutti passiamo e molti rischiano di rimanere. Tutti desideriamo la felicità, tutti la cerchiamo in modo più o meno consapevole.

Il rischio è quello di cercarla nel modo e nel posto sbagliato. Se la cerchi in te stesso, in una realizzazione personale, non la troverai: è un’illusione. Se la trovi in uno o più volti da amare allora la incontrerai e la vedrai crescere. Infatti la gioia, quella vera, avendo a che fare con l’amore si realizza sempre nel mettersi a servizio della vita di un altro, nel renderla più bella, nell’essere partecipi del compimento della sua vocazione.

Nello sguardo di un altro – percorso di fede per ragazzi dai 14 ai 19 anni

nello sguardo di un altro

Quando ci hanno parlato del percorso per adolescenti Nello sguardo di un altro, noi di Corxiii abbiamo deciso di andare a testarlo di persona. Lo abbiamo trovato così bello e così completo da non poter fare a meno di consigliarlo a tutti i gruppi giovanissimi, come percorso che ogni diocesi dovrebbe far partire! Ecco di cosa si tratta e quali sono i suoi obiettivi, ce lo racconta Mattia Negri, il responsabile del progetto.

Quando ci ritroviamo davanti ad un ragazzo che inizia un cammino con noi, custodiamo nel cuore alcuni desideri, pregustiamo la gioia di veder crescere in lui alcuni frutti. Sono cinque anche se in verità ne racchiudono altri più piccoli. E sono frutti perché la logica degli obiettivi da raggiungere non ci appartiene; preferiamo scorgere la presenza di germogli e accompagnarne la maturazione; siamo consapevoli di non poter generare il risultato ma di essere semplicemente coloro che si preoccupano di coltivare un terreno perché il processo giunga a compimento.

1. Il primo è lo sviluppo dell’identità o scoperta del progetto di Dio. La possibilità data ad un ragazzo di rispondere alla domanda chi sono io?. Un cammino di comprensione di sé che porta alla scoperta di essere custodi di un tesoro che abbiamo ricevuto in dono; la consapevolezza di non essere soli a sviluppare questo progetto, ma accompagnati da Colui che ci ha creati; la certezza che si è responsabili di un tesoro che è chiamato a fruttare il centuplo già su questa terra non per una soddisfazione personale, ma per vederlo crescere nella vita dei fratelli.

2. Il secondo è la gestione matura delle relazioni. Perché ogni adolescente quando inizia una relazione di amicizia porta nel cuore il desiderio che sia per sempre. Purtroppo non è stato avvisato che il per sempre non si improvvisa, ma si costruisce, giorno dopo giorno, apprendendo gli strumenti che custodiscono una relazione e allontanando tutti quei comportamenti che la mettono in pericolo.

3. Il terzo è la gestione matura del mondo affettivo. Perché l’adolescente vive l’esplosione di questo ambito della vita. E spesso non sa come gestirlo. Due domande accompagnano questa maturazione: Che uomo o donna voglio diventare? Che coppia voglio costruire? La psicologia parla di mentalizzazione, ossia la capacità di accogliere le trasformazioni che stanno accadendo nel corpo e saper dare un senso ai gesti compiuti attraverso di esso. La teologia porta a compimento tutto questo dicendo che il corpo è il luogo della manifestazione dell’amore che abita in una persona. E la sessualità porta con sé tutta la bellezza di gesti ai quali va restituito un senso profondo, perché non siano vissuti con superficialità. Essa è la manifestazione di una comunione di cuore e di una responsabilità che se non sono presenti nella relazione di coppia rischiano di farla disgregare fino a farla cessare.

4. Il quarto è entrare nella logica upsidedown del Vangelo. Quella per cui essere in cammino verso la felicità porta con sé la necessità di capire e vivere le beatitudini, ossia di permettere all’amore di dare un senso al nonsenso dell’essere afflitti, dell’essere perseguitati (leggi bullizzati per i ragazzi). Quella che vuole essere operatrice di pace in un mondo fortemente votato all’incapacità di gestire il conflitto in modo adeguato. Quella che non si pone obiettivi o che non si basa sulla logica dei risultati, perché ha imparato, come dicevamo all’inizio, che si tratta di coltivare un terreno per poter veder maturare i frutti.

5. Il quinto è scoperta della presenza del Padre. Ossia essere capaci di vivere una relazione profonda con un Padre, che attraverso la sua Parola, ha la possibilità di consegnarci consigli importanti in relazione alle sfide che ogni adolescente è chiamato ad affrontare nella sua quotidianità. È quindi un frutto trasversale agli altri perché permette di portare a compimento tutti i precedenti. E farlo non semplicemente per uno sforzo personale, non solo per l’aiuto di educatori che si sanno prendere cura, ma soprattutto per la presenza di un Padre provvidente che ha cura dei propri figli.

di Mattia Negri – responsabile del progetto

Se vuoi far partire il percorso anche nella tua parrocchia o nel tuo vicariato, o vuoi saperne di più, contatta l’associazione  Nello sguardo di un Altro!

Digiunare… da se stessi

digiunare... da se stessi

di don Filippo Gorghetto 

Ogni anno, la Quaresima parte con delle indicazioni bel precise date durante il mercoledì delle ceneri: digiuno, elemosina e preghiera. In questa prima domenica ci presenta Gesù che passa quaranta giorni nel deserto e alla fine, giustamente, ha fame… e nonostante la proposta di Satana continua imperterrito nel suo non mangiare.

Se guardiamo bene, la Bibbia ci parla di un digiuno che più che un togliere, chiede di fare. Solo un esempio, da Isaia:

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Fare qualcosa di più per gli altri, in fondo, vuol dire fare qualcosa di meno per noi. Forse in questa quaresima ci viene chiesto di digiunare da noi stessi. Non nel senso che non pensiamo più a noi, ma nel senso che pensiamo di più agli altri che a noi.

E’ una sfida dura, ammettiamolo. Quante volte ci capita di voler aver ragione, quante volte pensiamo che siamo noi a ragionare correttamente, o che la soluzione migliore sia quella che proponiamo noi, o che il punto di vista migliore su una situazione sia il nostro. Un saggio dei nostri tempi dice ironicamente “È un peccato che le persone che sanno come far funzionare il paese siano troppo occupate a guidare taxi o a tagliare capelli.”

Gesù alla proposta del diavolo avrebbe potuto tranquillamente trasformare le rocce in pane, o gettarsi dal pinnacolo del tempio e volare o inventarsi qualcosa senza ricorrere agli angeli. Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. Perché ha lasciato da parte se stesso, e si è fidato e affidato a Dio. Sarebbe stato molto più facile risolvere al momento la situazione, ma sarebbe stato solamente negli interessi di Satana.

Digiuniamo, allora, digiuniamo. Facciamo digiuno dal nostro io, da noi stessi. Ci sarà più spazio per gli altri e per Dio. È vero, è più difficile, perché fare un passo indietro ci da quasi l’idea di essere perdenti, di essere deboli, ma in realtà sappiamo che proprio quando siamo deboli, allora siamo forti. Già sentita, no?

Giovani e fede: ecco cosa puoi fare per avvicinare i tuoi coetanei a Dio

Giovani e fede: ecco cosa puoi fare per avvicinare i tuoi coetanei a Dio

di Sara Manzardo

Fammi vedere in che cosa credi veramente, e ti dirò chi sei.

La sfida più grande per noi giovani cristiani è, oggi, quella di contagiare i nostri coetanei con la bellezza della fede. Il fatto che le chiese siano vuote – soprattutto di under 40 – non è colpa dell’insensibilità e della superficialità delle nuove generazioni, quanto piuttosto di un modo sbagliato, superficiale e non abbastanza efficace che fino ad ora è stato adottato per mostrarci che è bello credere, è bello vivere la Chiesa, è bello trovare il senso della propria vita.

Scriveva don Oreste Benzi: “guai a me se non predicassi il Vangelo, perché priverei gli uomini dell’incontro con Gesù”. Credo sia questo il motivo che dovrebbe muoverci nel testimoniare la gioia del Risorto.

Le chiese sono vuote, ma noi giovani abbiamo sete di Dio, sete di infinito, sete di significato. Ecco allora che testimoniare la fede tra i nostri coetanei diventa una priorità, una sfida avvincente che avrà l’entusiasmo di scoprire il “perché” questi giovani si avvicineranno alla pienezza attraverso la nostra amicizia e la nostra vita, senza l’ansia di contare “quante” persone abbiamo trascinato con la forza in parrocchia.

Sì, perché da una parte ci sono le religioni, che vanno in cerca di seguaci e magari rischiano di diventare settarie. Dall’altra c’è la fede che non guarda i numeri ma i cuori. E la fede in Gesù è per tutti gli uomini e le donne del mondo, è una fede che forma cercatori d’oro, che hanno capito dove sta la pienezza della vita e vogliono raccontarlo a tutti.

La differenza sta tutta qui: saremo veri testimoni di Cristo quando non ci limiteremo a raccontare la religione cristiana come insieme di norme e divieti utili per vivere bene e volerci bene. Saremo veri testimoni, sarai un vero testimone di Cristo quando inizierai a vivere in ogni istante quello in cui credi, non per paura di una punizione o per sentirti a posto con la coscienza, ma come spontanea riconoscenza per un Amore che ha donato tutto se stesso per te, che ha reso luminosa la vita di chi ha deciso di seguirlo, che ha risollevato anche me dalla paura, dalla solitudine, dal sentirmi inadeguata e invisibile per molti.

Sarai un vero testimone di Cristo quando ti affiderai completamente alla sua grazia: ti accorgerai che la tua vita acquisterà qualità, ti accorgerai di essere prezioso, unico, speciale, a immagine di chi ti ama così tanto da aver voluto ogni singolo istante della tua vita.

E allora ti verrà voglia di gridarlo dai tetti, di parlarne con i tuoi amici, di non tenere nascoste le tue scelte per paura di essere giudicato, perché cosa te ne fai di una gioia così grande se intorno a te ci sono persone disperate, sole, apatiche, rassegnate? Cosa te ne fai se le persone che hai accanto hanno il cuore annoiato e perso?

Perché diciamocelo, noi non ci guadagniamo niente a fare proselitismo, non riceviamo nessun premio se riempiamo le chiese, non abbiamo diritto a nessuna promozione telefonica speciale se portiamo un amico a un incontro in parrocchia, dai frati o ai 10 comandamenti.

Però ci guadagniamo la gioia nel vedere che il nostro amico – che prima pensava di stare bene così com’era – nell’incontro con Gesù scopre dov’è la vera bellezza, scopre qual è la vera pienezza della vita, scopre che essere davvero felici è possibile, realizzabile, esaltante.

Forse uno dei nostri più grandi sbagli è stato quello di annacquare tutto per avvicinare qualche fedele in più. Di far passare la fede cristiana per uno stile di vita come tanti – che si può seguire, ma se la domenica mattina vuoi dormire, va bene anche lo yoga del giovedì sera – , di far credere che il Vangelo sia semplicemente un bel messaggio da contestualizzare, con delle belle parabole e uno stile narrativo scorrevole e che Gesù sia stato un personaggio storico (almeno su questo concordano tutti) che ha detto tante cose belle… di vivere la messa come un momento di festa insieme, togliendole il sacrificio e la croce, per non scandalizzare nessuno.

Ma cosa attira di più, un Dio che si avvicina solo quando la comunità è in festa o un Dio che sa essere presente anche nella sofferenza umana, e anzi la vive in prima persona, lui che è Dio e che se la potrebbe risparmiare, e sconfigge la morte perché ama l’uomo e non ce la fa a vederlo distruggersi così?

Forse la sfida dei cristiani di oggi – e in particolare di noi giovani – è quella di raccontare questo amore, e di far vedere con la nostra vita che è bello e dà vita dedicarsi ai poveri e ai sofferenti, è bello e rende realizzati intessere amicizie costruite sulla Roccia, è bello e liberante stare con Dio e affidargli ogni singolo progetto e ogni singola preoccupazione.

Abbiamo bisogno di giovani che raccontino con la loro vita che è meraviglioso sposarsi, è meraviglioso aprirsi alla vita, è meraviglioso diventare prete o suora, andare in missione, trovare finalmente la propria vocazione, il proprio posto, la propria felicità.

“Dio è amore” significa che crediamo in un Dio che ha inventato quell’Amore che solo stando con Lui possiamo imparare, perché costa sangue, chiede di perdonare, si dedica all’amato al 100%, ogni singolo giorno, fa tutto per l’altro ed è felice, cresce dell’amore che dona, fiorisce ed è sereno anche nelle difficoltà. 

E chi ha provato cosa significa sperimentare questo amore anche solo per un istante, sa quanto sia assurdo pensare di volerne fare a meno…

Riprendiamoci Halloween – 4 cose che non sapevi su questa festa

Halloween 2018

di Andrea Navarin

Riprendiamoci Halloween. Sembra un urlo di guerra, soprattutto se pensiamo alle polemiche nate intorno a questa festa. Non solo per le sue derive consumistiche, per il suo dissonante “innesto” americanizzato nella tradizione italiana, ma anche e soprattutto per uno stile macabro e lugubre che è proprio l’opposto della gioia cristiana nella resurrezione.

In realtà, è proprio di vita che si dovrebbe parlare in questi giorni. Nel tempo, Halloween è diventata una carnevalata dal gusto horror, che celebra le tenebre e scherza con la morte quasi per scaramanzia, con il rischio di cadere in rituali e atteggiamenti che di cristiano hanno ben poco… anzi! Eppure, all’inizio, Halloween era una festa cristiana di origine celtico-irlandese. Basti pensare al nome, All Hallows’ Eve, cioè “vigilia di tutti i santi”. Si parlava di morti, sì, ma per vegliare con loro fino all’alba, in un clima di profonda comunione, fino cioè all’arrivo della luce.

Allora riprendiamoci Halloween, ma non così come ce la propone il mondo, con i vampiri e con le streghe. Riprendiamocela partendo dai suoi 4 simboli principali, per capire come poter approfittare di questa “festa” per riflettere sulla vita, sulla morte, sulla vita eterna, sulla santità.

1. La zucca. La zucca vuota ricorda Jack o’ Latern che si ispira al personaggio di un racconto irlandese, Stingy Jack. Si narra che quest’uomo molto avaro invitò Satana a bere, offrendogli l’anima in cambio di uno scellino, poca roba… Presa la moneta, la pose accanto ad un crocifisso e ciò impedì al diavolo di prendergli l’anima. Una volta morto, però, al povero Jack fu impedito non solo di accedere al paradiso ma anche all’inferno, tanto che il diavolo lo colpì al volto con un tizzone ardente e lo condannò a vagare per la terra con il volto in fiamme. Di personaggi furbi, o che si credono tali, e che cercano di farla in barba al diavolo ce ne sono tanti! Questa favola ha una morale: insegna che bisogna stare molto attenti a scherzare con il male, perché c’è sempre alla fine un prezzo da pagare.

2. Il lumino. Si collega alla zucca, per l’uso di mettere una luce dentro queste dopo averle scavate. La tradizione nasce dal capodanno celtico chiamato Samhain, una festa ripresa e rielaborata dal cristianesimo, che segnava la fine dell’estate e l’inizio dei mesi più freddi. In un periodo dell’anno in cui cessano le attività umane, si entra in una sorta di “morte apparente”. Tuttavia, la vita nel sottosuolo continua a crescere (pensiamo ai semi); quindi, il mondo dei morti, l’aldilà (sottosuolo) è in realtà un mondo pieno di vita. Per i Celti, questi giorni erano sacri ai morti e si credeva che le loro anime avessero il permesso di tornare sulla terra per festeggiare con la propria famiglia. Non erano le forze oscure a riportare indietro i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente. Niente a che vedere quindi con il terrore degli spiriti maligni, ma una festa di comunione tra i vivi e i morti. Venivano allora poste fuori dalle case delle torce o delle rape cave illuminate da candele, per far sì che i morti potessero trovare la loro strada. Se ci pensate, anche noi poniamo un lumino sulle tombe dei nostri cari defunti. Il lumino indica che il defunto è vissuto nella luce della fede e si invoca, come recita l’Eterno riposo, su di lui la luce perpetua, la luce di Dio e della risurrezione. Ma è anche un modo per dire che finché accendiamo una luce per loro, c’è sempre qualcuno che li ricorda, prega per loro e mantiene viva la loro memoria.

3. Lo scheletro. Quanti se ne vedono in giro in questi giorni: nei negozi, in televisione, nei travestimenti! A dire la verità, i cattolici irlandesi, diretti discendenti dei Celti, ma anche altri popoli, avevano l’usanza di accatastare teschi perché si pensava che i defunti, per un certo tempo, appartenessero a entrambi i mondi dei vivi e dei morti. Preparavano persino dei dolci con questa forma. Ma, al di là di questo, su una cosa Halloween ha ragione: possiamo prendere in giro la morte! Non certo travestendoci da vampiri, mostri, streghe per far prendere paura agli altri; ma perché Qualcuno, ovvero Gesù, l’ha sconfitta. E anche se continuerà a spaventarci, perché la morte fa paura, sappiamo che non ha l’ultima parola e viene già sconfitta dall’amore che ancora ci tiene legati ai nostri cari defunti.

4. Il dolcetto. Nell’antica festa celtica, che il cristianesimo ha poi fatto propria, i morti che tornavano alle loro case di un tempo dovevano trovarvi una tavola apparecchiata. Se così avveniva, facevano ritorno contenti nelle loro tombe, altrimenti si lamentavano con i vivi. In questo modo, ci si augurava di avere di che mangiare e bere per tutti, compresi i propri defunti, per tutto il lungo inverno, in un’epoca in cui la carestia e la fame erano più frequenti di adesso. Da qui la tradizione del ritornello “scherzetto o dolcetto” di Halloween. Ancora una volta un segno positivo e pieno di speranza! Dovete sapere che in tutta Italia esistono numerose tradizioni legate alle festa di Ognissanti e dei defunti (in Puglia si prepara una cena apposta per i morti), e in molti casi si anticipano i doni che si scambiano a Natale o alla Befana. Un’usanza molto comune consiste nel preparare appunto dei dolci. In Veneto, regione con forti radici celtiche, oltre a svuotare le zucche per essere trasformate in lanterne, dette lumere, con dentro una candela che rappresentava l’idea di risurrezione, moltissimi piatti sono dei dolci, ad esempio il pan dei morti, realizzati con biscotti secchi sbriciolati e frutta secca. A sottolineare che la vita è cosa buona, che anche la morte non ci deve lasciare un gusto amaro.

Allora, riprendiamoci Halloween per ricominciare come cristiani a parlare della morte senza averne terrore, a celebrare la santità e la vita eterna, a dare una nuova speranza a chi ha bisogno di sdrammatizzare solo perché ha paura. In un mondo che si diverte a scherzare con streghe e fantasmi, immersi nelle tenebre, mostriamo la bellezza della luce e della santità!

Buona vigilia di tutti i santi!

Ci sono i maschi e ci sono le femmine. Naturale, no?

di don Filippo Gorghetto

Uno dei giochi che va più di moda in questo momento storico è il gioco di ruolo. Non ci sono pedine, non ci sono dadi, ma ci sono relazioni tra personaggi. Anche la vita, quella vera, ha i suoi “giochi di ruolo”. Uno dei più affascinanti è il “gioco” tra maschi e femmine, e uno degli ambienti in cui si può osservare meglio questo gioco è il mondo della scuola.

E quanto bello è vedere come di anno in anno questo “gioco” cambi continuamente, maturi fino ad una pienezza che non porterà mai al diventare marcio (come può capitare con i frutti, ad esempio), ma solo alla pienezza della vita. In fondo questo “gioco” manifesta davvero la bellezza della vita, così com’è!

Quando sono piccoli, sopratutto nei primissimi anni di scuola, la distinzione fondamentale a cui maschi e femmine tengono molto è, fondamentalmente, la porta del bagno che scelgono. Sempre che la indovinino! Ma poi, al di là delle tipiche attitudini maschili o femminili, solitamente si gioca insieme. Ci sono i maschietti, ci sono le femminucce, la questione spesso è chiusa qui.

Negli anni delle elementari le cose cominciano a cambiare. Non solo perché, “inspiegabilmente”, le bambine tendono a giocare tra di loro, e i bambini a cominciare ad emulare i campioni della loro squadra del cuore, ma anche perché si comincia a vedere una certa, abbozzata ricercatezza nel vestire, sopratutto nelle bambine: non importa il colore, ma far notare che “sono una bambina” ci sta. Il bambino, invece, quando ha un abbigliamento che gli permetta di correre o calciare un pallone, o un paio di pantaloni che possano sporcarsi di verde durante una scivolata o possano strapparsi per una caduta, solitamente è soddisfatto.

Passando ai primi anni di medie, le cose cambiano ancora. C’è un denominatore comune: “devo farmi vedere, ovviamente senza farmi notare”! E così le ragazze devono stare attente a come si vestono, a con chi stanno, ci si trova a gruppetti a chiacchierare (chissà poi di cosa!), i capelli vanno curati. I maschietti insistono sui giochi tra di loro, entrando però in quella fasi di conquista per cui si comincia ad avere un obiettivo nella vita; poi comunque ci si tiene un po’ di più al fisico, i capelli devono essere come quelli dei personaggi famosi.

Tenendo conto di questo: non si cresce tutti allo stesso modo, qualcuno ci arriva prima, qualcuno ci arriva dopo. Perché? Non c’è un perché, è il mistero della vita che cresce.

Alle superiori, ormai, se le ragazze cominciano a diventare delle signorine, i ragazzi diventano degli “ometti”. Perché se si esce la sera bisogna cercare di vestirsi bene, perché non c’è più il problema di farsi vedere senza farsi notare ma comincia l’emozione della prima cotta, del primo stare insieme a qualcuno, di una definizione dell’identità sempre più forte (anche perché con il passaggio alla scuola superiore si fanno già grandi scelte di indirizzo nella vita).

Le ragazze si riscoprono sempre più donne, i ragazzi sempre più uomini. Ormai ci sono cose da maschi e cose da femmine, ci sono sere in qui si esce solo ed esclusivamente tra amiche o tra amici.

Si potrebbe andare avanti, ma ci si può fermare, perché basta questo per dire che la vita è SPETTACOLARE!!! È troppo bello vedere come tutto questo capita così, naturalmente: se la vita andasse avanti per conto suo, sarebbe così!

E questo gioco che è sempre lo stesso ma che cambia continuamente, che regala emozioni, ferite, gioie, dolori, stupore, delusioni, è troppo affascinante. È la vita che va avanti, che si fa strada in ogni persona che, pian piano, si sta costruendo. E ogni irruzione volontaria dall’esterno non fa che deviare questa crescita, addirittura con il rischio di interromperla.

Tra l’altro, se possiamo permetterci, fa pensare che chi ha provato a dire il contrario, si sia dovuto ricredere, come nel caso della Svezia. Semplificando un po’, sperando di non travisare lo studio fatto, per vent’anni nelle scuole dagli 1 ai 7 anni non hanno voluto dare indicazioni sul genere sessuale, per cui niente diversità di colori, niente giochi diversi.

Bambini tutti uguali, neutri (addirittura non si diceva più lui o lei, ma solo il pronome neutro). Dopo vent’anni, il risultato: maschi e femmine si rispettano di più (in quanto maschi e in quanto femmine), che era quello che ci si aspettava, ma allo stesso tempo – e questo non era previsto – si è notato che i maschietti, crescendo, si comportavano autonomamente da maschietti, e le femminucce da femminucce.

Tanto per capirsi: i maschietti sistematicamente si ritrovavano a giocare con le macchinette, le femminucce con le bambole; potrebbe sembrare uno stereotipo immaturo, fondamentalmente però la sostanza è quella (al massimo cambia la forma, perché di nuovi giochi negli anni se ne inventano).

Forse di queste cose ne discuteremo fino a che esisterà il mondo, ma quanto è bello vedere la vita che cresce, così com’è? Quanto è emozionante vedere uomini e donne che crescono, nella semplicità, con tutto quello che comporta per la loro vita essere uomo e essere donna?

Lasciamoci abbagliare da questa bellezza, lasciamoci folgorare dalla vita. Non pensiamo di averne il potere, non pensiamo di poterla in qualche modo modificare (anche perché ad un certo punto dirà ineluttabilmente “basta” da sola). Lasciamo che sia la vita stessa a dirci chi e come essere, lasciamo che sia la vita stessa a plasmare i nostri giorni, i nostri anni. La nostra vita, con tutto quello che comporta.

Perché andare a messa è roba da sfigati

di Sara Manzardo

Se stai leggendo questo articolo, i casi potrebbero essere due: o pensi che andare a messa sia effettivamente una roba da sfigati, oppure sei uno che va messa tutte le domeniche e sta cercando un modo per convincere i suoi amici di non essere uno sfigato. In entrambi i casi, mettiti comodo: sei nel posto giusto!

Per iniziare, ti direi addirittura che la messa oggi è roba per i giovani. Sì, lo so, stai pensando alle vecchiette stonate, alle schitarrate anni ’80 e ai gruppi “anta” che condividono santini e amen sbarluccicosi su whatsapp. Ecco, mettili un momento da parte. Ah, certo, poi ci sono anche un sacco di persone peccatrici, incoerenti, poco misericordiose che vanno a messa… insomma, tante persone che non ti vanno proprio a genio. Ma sarebbe come non voler andare in palestra perché è piena di persone grasse e fuori forma!

Guarda un po’ più in là: non so se lo sai, ma ci sono chiese che si riempiono di giovani fino a scoppiare! I corsi del Sog di Assisi, ad esempio, attirano i giovani come il miele! Oppure i Dieci Comandamenti di don Fabio Rosini, la GMG, le Missioni Universitarie e tante altre proposte… se vai a guardare ci sono chiese che non hanno abbastanza posti a sedere per questi ragazzi. Ma come è possibile?

Ecco i 7 motivi per cui andare a messa non è per niente una cosa da sfigati, ma anzi è una cosa sempre più cool e sempre più giovanile:

1. La messa è la miglior scuola di meditazione. Quanti di noi spendono soldi per fare corsi di yoga o qualsiasi altro tipo di meditazione orientale dai nomi impronunciabili per raggiungere l’infinito cosmico? La Chiesa è una scuola di meditazione gratuita, frequentabile almeno una volta a settimana, in cui non devi raggiungere proprio niente e nessuno, perché è Dio che raggiunge te, attraverso il silenzio, il canto, l’ascolto, l’Eucaristia…

2. La messa è un’ottima palestra per la crescita personale. Non c’è niente da fare, tutti quei valori sani che hai imparato dai tuoi genitori e dalla società, come il rispetto della vita altrui, la solidarietà, la carità, il perdono, sono valori inventati e diffusi dal Cristianesimo. Quale modo migliore di interiorizzare quei valori nella vita quotidiana se non facendosi allenare da chi li ha inventati?

3. Andando a messa, impari il team-building e impari a confrontarti. Lo so, pensi che la fede sia una cosa personale, ma sarebbe troppo facile e poco utile viverla in modo staccato dalla tua vita e da chi ti circonda. Frequentando la parrocchia, scopri di essere parte di una comunità e hai la possibilità di mettere in gioco le tue capacità e le tue conoscenze per migliorarla e per crescere insieme agli altri. Ti sarà utile anche per il lavoro: sempre più aziende danno la precedenza a chi ha fatto esperienza di teambuilding e ha svolto qualche servizio in parrocchia.

4. La messa è un’arma contro la superstizione. Ma come, la fede non è superstizione? Facciamo i fighi dicendo di non credere in Dio, ma crediamo a qualsiasi altra cosa. Al karma, alle energie positive e negative, all’oroscopo, alle nostre sicurezze, ognuno ha i suoi, chi più chi meno. A messa impari che la fortuna e la sfortuna non esistono, e che il tuo destino non è legato al caso, ma alle scelte che fai e al modo in cui scegli di vivere quella particolare situazione. A messa scopri che il Cristianesimo non ti dà scorciatoie né formule magiche, ti responsabilizza.

5. La messa è il modo migliore per uscire dalla tua comfort-zone. Hai presente quella serie di convinzioni tue personali che guai a toccarle? A volte nascondono la paura di metterti in discussione, perché potresti scoprire di avere torto. Esci dal quadrato e per una volta guarda la messa con occhi nuovi e liberi da pregiudizi. Ascolta quello che si dice, osserva i gesti, fai amicizia con nuove persone, cerca un confronto…

6. Durante la messa scopri di far parte di un disegno più grande. Per non pensare troppo all’infinito ci riempiamo di impegni e scappiamo da tutto per andare “alla ricerca di noi stessi” (ma Seneca aveva detto bene, è l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi). Vivendo la fede in Cristo, piano piano scopri che qui ed ora puoi realizzare il progetto di amore e felicità che è stato pensato per te da sempre e per l’eternità.

7. A messa impari che la speranza è l’ultima a morire. Non è una frase fatta, il centro di tutto è davvero semplice e quasi banale: la speranza non muore, la vita non va in fumo, la bellezza non si distrugge, tu puoi vivere da vivo. Punto. Il vero motivo per cui esiste la messa è ricordarci ogni settimana che [spoiler] il sepolcro è vuoto. E che la Vita vince. Sempre!

Il senso della Quaresima: oltre la maschera, nel segreto del cuore.

di don Filippo Gorghetto

Non tanto stranamente, la Quaresima arriva dopo il carnevale.

La Quaresima arriva dopo un breve periodo in cui l’uomo decide che è bene non essere se stesso, è bene nascondersi, non far vedere chi si è per davvero. Ma che cosa deve nascondere, l’uomo?

Perché, come sempre, quello che l’uomo fa non è mai puramente funzionale: non ci si mette una maschera perché si deve nascondere una imperfezione o un difetto, o del viso o del corpo (che solo qui ci sarebbe da chiedersi chi decreta che una caratteristica sia un difetto).

Quello che si vuole nascondere è dentro, è qualcosa di più profondo, di più radicale per la vita dell’uomo.

Ammettiamolo: ci piace “nasconderci”, ci piace fare in modo che gli altri non sappiano chi siamo realmente, ci piace far finta di essere qualcun altro.

Il problema è che fare così, fare “carnevale” ci fa nascondere la fatica di un rapporto, quello con Dio, che è un rapporto faticoso, alle volte ruvido, ma che non ammette maschere, non ammette nascondimenti, non ammette fraintendimenti. Con Dio non si può far finta di essere qualcun altro.

Il bello è che nessuno vuole togliere il carnevale; ma il buon Dio vorrebbe ci ricordassimo che dopo il carnevale comincia la Quaresima.

“Il Padre tuo che vede nel segreto”, sono le parole con cui ogni Quaresima comincia. E sono il segno della dolce prepotenza con cui Dio vorrebbe camminassimo insieme in questo tempo speciale: per riscoprire un rapporto che direbbe la verità della nostra vita, un rapporto che ci svestirebbe di tutte le maschere che la nostra anima si è messa per far finta che non sia così facile una vita con Dio.

Il Signore ci porta in questa Quaresima, dolcemente, nel segreto: nel segreto del rapporto che ognuno ha con Lui. Quasi a voler riguadagnare un rapporto che c’è (da) sempre ma ha sempre bisogno di una ripresa, di una lucidata, di una “svecchiata”.

Viviamo allora serenamente il nostro quotidiano carnevale, in cui, segretamente, non vorremmo farci riconoscere (quanto fastidio dà non sapere chi c’è dietro o dentro una maschera), ma non dimentichiamo mai, all’inizio di questa Quaresima, ma anche ogni mattina, che il buon Dio ci porta nel segreto del nostro cuore per gustare sempre di più il Suo amore.

Lui e io, io e Lui. E nessun altro.