L’Avvento ai tempi di whatsapp

Come potremmo - come singoli e come comunità - preservare in noi il desiderio di sentire ancora la voce del Signore? Come potremmo desiderare di camminare ancora insieme a Lui?
L'avvento con Whatsapp

di don Sebastiano Bertin

Con whatsapp si possono mandare non solo i messaggi normali ma anche i messaggi audio.

Quando ancora non ero in seminario, e studiavo lingue, una ragazza che era in corso con me era andata in Erasmus e chiedeva al suo fidanzato mandarle i messaggi vocali su whatsapp non tanto per ascoltare il contenuto, ma per riascoltare dopo la sua voce. Una romanticheria, certo, però,è vero: la voce non è lui, non è la sua presenza. La voce non è parola, non è un contenuto, né un concetto. La voce non è Gesù, che è il verbo, ma è qualcosa che ci sa della sua presenza.

La voce è qualcosa di personale, di proprio di quella persona che aspetto, desidero, ho a cuore, anche se non ne vedo la presenza. È l’insieme di quelle cose che sono legate a Lui.

Faccio un secondo esempio, per quelli che invece hanno ancora il telefono fisso! Un missionario della diocesi di Padova è stato mandato in missione in Brasile nel 1969. A quell’epoca non c’erano molti telefoni, fino a quando è stato installato un telefono in quella missione! A quel punto, il missionario ha scritto una lettera a casa, a sua mamma. Perché una lettera arrivasse a casa ci volevano due o tre mesi. Allora lui gli ha indicato una data, quattro mesi dopo, dicendo “il 15 aprile alle 6 di mattina sentirai uno squillo di telefono: uno squillo soltanto. Se il 15 aprile alle 6 di mattina sentirai uno squillo di telefono, saprai che dall’altra parte ci sono io”.

Quello squillo non era lui che tornava a casa. Non era un concetto. Non era la sua presenza. Ma che cosa significa per una mamma sentire uno squillo e sapere che a 8.000 km di distanza c’è suo figlio?

Non è la sua presenza, ma è qualcosa che sa di lui. Il Vangelo descrive così il desiderio che ci può abitare, quel desiderio di scorgere ciò che ci può parlare un po’ di Dio, ciò che ci sa di Dio.

Per questo si parla di un deserto: ogni volta in cui nella Scrittura si nomina il deserto si intende il cammino che il popolo d’Israele ha fatto per arrivare alla terra promessa, alla meta desiderata, all’incontro e la comunione con Dio. Per raggiungere questo bisogna fare di tutto, di tutto, proprio di tutto, dice la seconda lettura di questa seconda domenica di Avvento: fate tutto ciò che potete per restare in pace con il Signore e non allontanarvi da lui. Fate di tutto, direbbe anche la prima lettura, perché il vostro cammino sia orientato a ciò che sa di Dio. Spiana le montagne, riempi le valli, fa’ in modo che ogni occasione di vicinanza con Dio sia preservata.

Allora mi domando: quali sono state le occasioni in cui qualcosa era “voce” di Dio? Quali sono state le persone o le situazioni in cui ho assaporato che c’era qualcosa che mi richiamava a Dio? Quando ho desiderato qualcosa che mi riconducesse a Dio? Mi è mai successo? Almeno con un dialogo, con un fatto, o anche in modo innato con la mia coscienza… ma è mai accaduto?

Come potremmo – come singoli e come comunità – preservare in noi il desiderio di sentire ancora la voce del Signore? Come potremmo desiderare di camminare ancora insieme a Lui?

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Corxiii

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