Ma i profeti esistono ancora oggi? Sì, ed ecco perchè…

di don Emilio Cannata, omelia del 28 gennaio 2018

Dopo le tante feste del periodo natalizio che abbiamo vissuto in questi mesi, dopo le serate passate in famiglia e le molte celebrazioni vissute con la comunità, oggi la Liturgia della Parola ci domanda un’attenzione particolare. Sì, perché la prima cosa che mi pare emerga dalle letture di questa domenica è che “ogni cristiano” e quindi ognuno di noi, “illuminato dal Vangelo, è in grado di discernere la volontà di Dio e di comunicarla ai fratelli”. (F. Armellini)
Oggi, come ogni domenica, mi trovo su questo ambone a dover comunicare qualcosa di Dio, della sua Parola. Ma la prima lettura dice: “il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire.” E io spero di non avere mai la presunzione di dire qualcosa che non sia di Dio, ma di saper discernere la volontà di Dio per poterla comunicare a chi incontro.
Il Signore oggi ci sta ricordando che dopo le feste possiamo tornare a pensare e a vivere il nostro cristianesimo della quotidianità, percependo cosa Dio voglia da ognuno di noi. Infatti anche noi, ascoltando la Parola di Dio, pregando e volendo stare con Lui, abbiamo la possibilità di essere dei piccoli profeti.
Ed essere profeti non significa soltanto dire ciò che dice Dio.
Innanzitutto, essere profeti significa vivere insieme a Dio, ogni giorno, come cristiani.
Essere profeta, per ognuno di noi, vuol dire avere la capacità di ritagliarsi del tempo durante la giornata e dedicarlo a Dio, ascoltare la sua Parola, potersi andare a confessare e lasciare che la propria vita, nel piccolo, possa essere condotta dal Signore. 
Si è profeti perché così, con la nostra stessa vita, riusciamo a testimoniare quanto sia bello poter seguire il Signore, poter confessare a lui i nostri peccati, poter camminare con Lui.
Il Vangelo di questa domenica, ci dice che Gesù stava in una sinagoga, insieme ad altri fedeli e ad un certo punto inizia a parlare. Mentre parla, un uomo, posseduto da uno spirito impuro, inizia a gridare e chiede a Gesù “Che cosa vuoi da noi? Sei venuto a rovinarci?”. Gesù risponde con due frasi brevissime: “Taci! Esci da lui!”. Dice al demone che è dentro a quell’uomo “Taci! Esci da lui!”.
Mi pare che Gesù voglia usare questi due verbi anche con ognuno di noi, che prova a vivere la fede cristiana: “Taci! Esci da lui!”.
Penso a quanti tra noi sono pieni di preoccupazioni, quelle preoccupazioni che ci distraggono e ci fanno perdere la speranza quasi facendoci dimenticare che Dio c’è, che è Lui la nostra speranza. Questo potrebbe essere un demone che abbiamo dentro e a cui oggi Gesù dice “Taci, esci da lui!”. Dice alle nostra preoccupazioni di uscire, di andare via, ci chiede di affidare queste preoccupazioni a Dio.
Penso anche a chi magari ha situazioni famigliari difficili. O a chi pensa solo a come accumulare denaro, o a chi ha nel cuore odio nei confronti di un familiare, di un amico, di un datore di lavoro, o a chi vive da egoista e non vuole cambiare… oggi Dio dice a tutti questi nostri demoni “Taci! Esci da lui!”. 
Oggi Gesù ci scuote e ci incoraggia. Oggi, proprio oggi, Gesù comanda a tutti i nostri spiriti impuri di uscire da noi, perché possiamo affidare la nostra vita a Dio, per poter discernere la Sua volontà illuminati dal Vangelo, e portarla anche ai nostri fratelli.
Questo comando di Gesù è pieno di speranza, una speranza che ci dona la vera gioia. Se Gesù comanda a tutti i nostri demoni di andar via, vuol dire che ci dona anche la possibilità di guardare la realtà con occhi nuovi, con un cuore capace di amare, di essere liberi da tutti gli spiriti impuri che soffocano la nostra vita, la nostra crescita.
Con questo comando, mi pare che il Signore voglia invitare proprio noi ad ascoltare la sua voce, il suo grido, “Taci, esci da lui!”, e così poterci affidare a Gesù. Ma seriamente, con responsabilità, sentendoci anche noi dei piccoli profeti che da oggi cammineranno a testa alta, con uno sguardo nuovo, bello e ricco di speranza.

Forse non è la memoria che ci salva…

di Sara Manzardo

Il verbo “zachar”, che significa “fare memoria”, ricorre nell’Antico Testamento 222 volte. Quella del popolo ebraico è una tradizione che insiste sul ricordo, di generazione in generazione. Intorno al 27 gennaio capita di rileggere almeno la poesia di Primo Levi che apre il libro Se questo è un uomo, e qui si capisce subito che la memoria è un obbligo: la testimonianza dell’orrore del campo diventa per il sopravvissuto l’unico mezzo per non soccombere, un impulso immediato che viene subito dopo il ritorno a casa, subito dopo il bisogno di mangiare.

Quello che mi colpisce delle opere di Primo Levi è l’umanità variegata che viene descritta, una gamma di persone che procede dalla muta rassegnazione e sconfitta perché ogni recupero è ritenuto ormai impossibile, fino all’ostinata determinazione di quelli che vanno avanti e non si arrendono. E ancora, quelli che vengono eliminati da un progetto diabolico di annientamento psicofisico, e quelli che come Levi vedono l’alba del 27 gennaio e prendono la strada verso casa.

Ci sono i “sommersi” e ci sono i “salvati”. Questo secondo la nostra logica umana. La logica dei fatti storici.

Ma Levi, da “salvato”, vive la “tragedia” della memoria. Il veleno di Auschwitz porta incubi, Levi sognerà tutta la vita di essere ancora nel Lager che, scrive in un commento, è “dilatato a una spiegazione universale, diventa simbolo della condizione umana stessa e si identifica con la morte”. Sempre sentirà rimbombare nella sua testa il comando del risveglio, “Wstawac!”, una voce che “comanda la morte, ed è sommessa perché la morte è iscritta nella vita, è implicita nel destino umano, inevitabile”.

Un ricordo così potente che lo porterà al suicidio. Da salvato, a sommerso.

Forse non è la memoria che ci salva.

Penso ai sommersi della storia, quelli che non hanno avuto voce per raccontarcelo. Fra questi, Etty Hillesum, che ad Auschwitz scrive:

“La miseria che c’è qui è veramente terribile – eppure, la sera tardi, quando il giorno si è inabissato dietro di noi, mi capita spesso di camminare di buon passo lungo il filo spinato, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce,e questa voce dice: la vita è una cosa splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo completamente nuovo. A ogni nuovo crimine o orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi. Possiamo soffrire ma non dobbiamo soccombere “.

E poi, Massimiliano Kolbe, francescano polacco innamorato di Maria Immacolata, martire ad Auschwitz. Ricordandolo, nel 2009 Benedetto XVI ha parlato di un “umanesimo cristiano”, così profondamente diverso dall’umanesimo ateo:

Da una parte ci sono filosofie e ideologie, che esaltano la libertà quale unico principio dell’uomo, in alternativa a Dio, e in tal modo trasformano l’uomo in un dio, che fa dell’arbitrarietà il proprio sistema di comportamento. Dall’altra abbiamo i santi, che, praticando il Vangelo della carità, rendono ragione della loro speranza; essi mostrano il vero volto di Dio, che è Amore, e, allo stesso tempo, il volto autentico dell’uomo, creato a immagine e somiglianza divina.”

Padre Kolbe è un “sommerso” solo sulla carta, ma “salvato” da un Amore così grande da dare il coraggio di vivere la fede e la carità perfino nel luogo più infernale che l’uomo riesca a immaginare.

Ci dev’essere qualcosa molto più potente della forza umana, molto più forte della determinazione e del coraggio di un uomo, perché un frate polacco porti il nome di Cristo tra i suoi compagni di prigionia, offrendo la propria vita per salvare quella di un padre di famiglia e morendo perdonando i suoi uccisori.

Ci dev’essere qualcosa di molto più resistente dei nostri ragionamenti di rassegnazione se ogni giorno decidiamo di fare un passo verso la Verità per cercare di proteggere anche solo una vita umana, difendere anche solo uno di quei piccoli.

Ecco cosa supera la memoria: la testimonianza di una carità tutta cristiana che ama “sino alla fine” e non tiene conto del male ricevuto, ma lo combatte con il bene. Ecco cosa salva: la carità. Non basta ricordare il male perché non venga più commesso, occorre invece continuare a dire, come Padre Kolbe, che “solo l’Amore crea”.

C’è solo un Amore che va oltre le nostre logiche, passa per una croce ma non vi soccombe.

Solo l’Amore vince la morte, solo la carità è la risposta alla sofferenza che sperimentiamo e alle ingiustizie che feriscono il mondo.
Solo l’Amore scende negli abissi della nostra morte e li riempie di luce.
Solo l’Amore crea là dove noi vediamo solo morte e devastazione.
Solo l’Amore salva la nostra vita, definitamente.

Che questa giornata della memoria ci aiuti a ricordare ogni giorno che, se lo vogliamo, possiamo davvero vivere da “salvati”.

Scendiamo in piazza, per una vita senza paragoni!

di don Filippo Gorghetto

Pochi giorni fa abbiamo festeggiato l’Epifania. Epifania è una parola che viene dal greco, e vuol dire “manifestazione”: è la manifestazione di Dio all’umanità.  All’arrivo di questa solennità, infatti, la Chiesa sottolinea che quella che viene ricordata è appunto l’Epifania del Signore, anche per evidenziare al mondo come la befana – diventata suo malgrado la protagonista di questa giornata – sia arrivata un bel po’ dopo Gesù.

Befana a parte, di questi tempi troviamo in giro un sacco di manifestazioni. Quante volte sentiamo notizie da cui veniamo a sapere che un gruppo di persone è sceso in piazza: contro quella legge, contro quella soluzione, contro quelle scelte prese. Tante volte sembra che per manifestare non serva dire le proprie idee, portare avanti i propri ideali, ma che basti criticare quello che gli altri hanno fatto. In fondo, tutte le manifestazioni che vediamo sembrano essere sintomo di una insoddisfazione. E quando ne sentiamo parlare sembra che la riuscita o meno della stessa sia basata sul numero dei partecipanti: che poi li comunichi la questura o l’organizzatore poco importa.

Importa poco anche perché la manifestazione di Gesù è un’altra cosa. È manifestazione di luce, è manifestazione di gioia, è manifestazione di bontà. È l’unica manifestazione che non nasce da insoddisfazione, dal bisogno di lamentarsi di qualcosa, ma è la manifestazione definitiva della bellezza dell’amore.

Certo, il mondo che Gesù trova al suo arrivo non è un mondo facile; ma Lui non è venuto per criticare quel mondo, per giudicarlo, ma è venuto per salvarlo. Da re (oro) e messia (incenso), è disposto a dare la sua stessa vita (mirra) per rendere la vita, di ogni persona del mondo, migliore.

La festa della scorsa settimana, porta un impegno a tutti i cristiani: quello di manifestare la vita, di manifestare la gioia. Di manifestare l’amore.  2000 anni fa è sceso in piazza il cosmo: le persone, gli animali, gli astri. Tutti radunati per testimoniare che da quel momento in poi la vita, ogni vita, poteva trovare un senso vivo, vero, profondo.

Scendiamo anche noi nelle piazze della nostra vita per dire al mondo che la vita con Gesù è una vita che non ha paragoni.

Cosa puoi imparare oggi dai tre Re Magi

Di Andrea Navarin

Seguendo le impronte dei Magi ho imparato che ogni cercatore di Dio si incammina sapiente, col bagaglio della propria esperienza e delle proprie conoscenze, ma scopre alla fine del viaggio di essere un salvato!

Perciò, il loro percorso rappresenta un “itinerario a tappe” esemplare per chi si domandi come incontrare il Signore e cosa fare dopo averlo incontrato.

Tutto inizia con lo scrutare il cielo, guardare in alto, per leggerne i segni. È il primo passo della fede: non solo vedere la realtà, ma interpretarla chiedendosi che senso abbia e soprattutto dia alla propria vita. I Magi si interrogano, inseguono un’intelligenza più profonda e non si accontentano delle risposte altrui. In fondo, se l’uomo non cerca il significato oltre il visibile, difficilmente potrà definirsi uomo…

Giunti a Gerusalemme, si preoccupano di trovare il luogo di nascita del re dei giudei, anche se in verità il primo luogo in cui ogni uomo incontra Dio è quello della ricerca stessa, l’inquietudine che lo spinge ad andare. I Magi, d’altro canto, potevano essere soddisfatti di aver visto Erode. Ma quest’uomo non risponde a ciò che inseguono, perché hanno visto la SUA stella. E poco importa sia o meno una cometa perché essa rappresenta l’oggetto della loro scelta: hanno scelto di seguire la stella!

Però non basta vedere la stella, andare a Gerusalemme, incontrare Erode, perché il fine di ogni ricerca è ADORARE.

C’è chi cerca per adorare (i Magi), e chi (Erode e gli scribi) compie indagini accurate, usando la Scrittura, ma si ferma lì. Anzi, sfocia nell’uccisione, la strage degli innocenti. Se Dio non lo riconosci come Dio, se hai un altro dio, lo uccidi!

Erode non può adorare, perché non vuole un altro re.
Il cammino di fede invece impegna non solo la mente per capire, ma anche il cuore per amare.
Allora, non si tratterà tanto di trovare un posto in cui è nato il Messia, quanto di coltivare un atteggiamento: “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

La gioia è il segno della presenza di Dio! Certo, anche l’inquietudine che muove alla ricerca, la ragione che guida, la Scrittura che chiarisce sono una presenza. Ma dove c’è gioia, c’è LA presenza. Solo Dio ti può dare gioia, anche nella prova, nel dolore, nella morte. Per questo il più grande lavoro spirituale è vivere costantemente nella gioia, cioè alla presenza di Dio.

Ed ecco che, vedendo il bambino e sua madre, si prostrano per adorare.

Ad-orare vuol dire portare alla bocca, cioè baciare. Il punto di arrivo del cammino dei Magi è questa gioia tra amanti: è nell’amore che lo incontrano.

L’uomo è fatto per questa comunione di vita con Dio e dove esiste questo desiderio, lì Dio nasce ancora oggi: è il Natale che possiamo vivere ogni giorno.

Poi offrono in dono oro (i beni concreti), incenso (i beni spirituali) e mirra (un sollievo alle ferite), ovvero ciò che hanno e che sono. Dio si è offerto a loro nel bambino e loro offrono se stessi a Lui. Così divento come Lui: quando con gioia amo come sono amato da Dio e dono il cuore come Dio si è donato a me.

E si conclude sottolineando che fecero ritorno.

In greco il verbo significa fecero gli anacoreti (si ritirarono). Anche il cristiano è un anacoreta: vive in questo mondo, ma ha scoperto qualcos’altro che è il senso di questo mondo. Da qui nasce il suo essere pellegrino sulla terra.

Eppure, i Magi non si ritirano nel deserto, ma tornano nel loro paese. Cioè saranno a casa loro, vivranno la loro esistenza quotidiana; ma, avendo scoperto e baciato il Signore e avendogli aperto il loro cuore, saranno sorretti dal senso profondo di essere dei salvati.

Se anche noi ogni volta che ci accostiamo alla Parola gustiamo una grandissima gioia, ci prostriamo per adorare e apriamo il cuore, allora possiamo dire che il Signore si è manifestato (epifania) a noi e di aver davvero incontrato la nostra Salvezza!

Ma Gesù è nato?

Articolo Post Gesù e nato

di don Filippo Gorghetto

È nato! Questo è il grande annuncio che illumina ogni Natale.

Il mondo ha rivolto all’improvviso gli occhi a quella luce, dai più semplici ai più dotti, dai più vicini ai più lontani.

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse”, ha preannunciato il profeta Isaia. E al di là di tutto quello che il Natale è diventato, e non c’è da stupirsi, questo è l’unico vero annuncio che ci fa fare Natale sul serio. È l’unico annuncio che ci dice la dimensione, la portata del Natale: Dio si ė fatto carne, contro ogni previsione umana, annuncio tanto tenero quanto scandaloso.

Tutti rivolti a quel bambino, anche se forse ancora non capivano l’importanza di quell’annuncio, non realizzavano come quel bambino era lì per cambiare il mondo. Ma nonostante questo, tutto il mondo si ė rivolto a quel bambino, tutti sono stati chiamati a raccolta per quello che era non l’evento dell’anno, ma l’evento della vita e della storia.

Eppure, qualche anno dopo quell’evento, sembra quasi che il mondo faccia fatica a rivolgersi a quel bambino. Quasi sia più fastidioso che altro, quasi non possa fare nulla per la nostra vita, quasi sia più un ostacolo per la storia.

A tal punto che l’annuncio che è nato non sembra più una esclamazione di gioia, una certezza della vita, ma sembra essere diventato una domanda: ma Gesù ė nato?

E non perché ormai il Natale è diventato quello che vediamo. Ma perché a guardare il mondo, a guardare quanta fatica fa a trovare un ordine, a vedere quanto si dimentica che potrebbe essere un mondo bello… verrebbe davvero da chiedersi se è nato.

Verrebbe da chiedersi se il mondo ha capito, e soprattutto se si ricorda che quel bambino è venuto per cambiare il mondo, per illuminarlo di una luce che nessun altro può darci.

Noi siamo qui a dirci che non possiamo fare a meno di dire al mondo che Gesù è nato, per davvero. Che Gesù è nato e allora il mondo può cambiare. Che Gesù è nato, e allora non dobbiamo avere paura perché Lui sarà sempre e continuamente in mezzo a noi (al di là di quello che il mondo vuole farci credere).

Dobbiamo dire che Gesù è nato, e allora anche noi possiamo cambiare, possiamo camminare con Lui, possiamo anche permetterci di sbagliare perché siamo sicuri del suo perdono, dobbiamo dire che è apparsa la grazia di Dio, che porta la salvezza a tutti gli uomini.

Ne potremmo dire ancora tante, ognuno potrebbe trovare la sua, ma di sicuro non dobbiamo smettere di annunciare che Lui è nato!

Sì, è nato, e non ce lo togliamo più di torno. Se siamo qui, è perché abbiamo capito che quel bambino può davvero cambiare la nostra vita, e non importa a che punto si trova la nostra fede. E allora è proprio quel bambino che ci manda ad annunciare al mondo che non deve temere, perché stiamo annunciando una gioia che è di tutto il popolo!

E quel segno che tutti devono trovare è proprio la nostra gioia, la nostra semplicità, la nostra umanità, che dice che quel bambino davvero è il Salvatore del mondo, è davvero colui che fa
verità della nostra vita, è sul serio colui che rende bella la nostra esistenza.

Allora, ce lo diciamo ancora, è nato! Sì, è nato, e non dimentichiamolo mai!

C’è posto per Dio nella tua vita?

C'è posto per Dio don Sebastiano Bertin

di don Sebastiano Bertin

Da sempre Dio ha avuto problemi di casa, l’uomo ha sempre cercato un luogo dove Dio potesse abitare.

Nella prima lettura di questa quarta domenica d’Avvento, si legge che  il Re Davide voleva fargli una casa. Forse perché da sempre Dio ha sempre fatto un po’ di fatica a trovare posto nel cuore dell’uomo anche se non ha mai abbandonato l’ambiente senza lasciare un po’ del suo profumo. Tutti noi, in fondo, desideriamo un po’ accogliere qualche aspetto della presenza di Dio. Specialmente quando sembra che Dio sia “avvolto nel silenzio”, quello della seconda lettura.

Da sempre Dio è senza casa, e senza suoni. Senza farsi troppo vedere, diremmo adesso, e questa è una delle principali accuse di cui è solitamente incolpato. Eppure, invece del silenzio, si dovrebbe trattare di un re della gloria.

Il vangelo ci descrive il modo con cui possiamo intendere questo Dio. Dove potrà trovare una casa Colui che è avvolto nel silenzio? Solo rimanendo nel silenzio della Vergine, solo rimanendo nascosto – con un suo naturale nascondimento silenzioso – in coloro che lo accolgono, in cui non si vede la presenza ma se ne percepisce l’effetto.

Dov’è ora la casa del re della gloria? Non è una casa di legno e mura, è il silenzio del grembo di Maria, e in tutte e tre le letture si parla di “un regno stabile per sempre”, “a lui la gloria”, “il suo regno non avrà fine”. Forse la difficoltà per noi oggi è quella di saper accogliere la presenza silenziosa di Dio, di saperlo riconoscere e di aprirgli la porta per accoglierlo in casa nostra: a Betlemme non c’era posto per lui, ma nell’anima di Maria sì, c’era posto.

Nell’anima di chi lo accoglie c’è posto. Lì si nasconde nel silenzio il re della gloria e il suo regno non avrà fine. Accogliere la sua presenza assicura la partecipazione alla vita divina, propone la pace e la stabilità di un regno che non avrà fine, che è il regno della pace e della sua presenza vitale.

Se ciascuno di noi sarà la casa accogliente di Dio, lui abiterà avvolto nel silenzio in noi, ma lì eserciterà la sua gloria e il suo regno, accompagnandoci per sempre con il dono della pace.

5 Modi per preparare la Via al Signore: un Esercizio Spirituale per l’Avvento

Articolo originale su Catholic Link

L’Avvento è il momento per preparare il proprio cuore all’arrivo di Gesù a Natale e per preparare chi ci sta intorno a riceverLo come loro Salvatore. Specialmente con i non-Cattolici e i non-Cristiani nella nostra vita, come si può usare questo momento di grazia per aiutare gli altri ad aprirsi alla libertà e alla gioia che si trova nella Parola, Gesù Cristo?

Questa domenica facciamo nostra una proposta di Padre Ian Vanhausen (qui puoi trovare il video in inglese), il quale presenta una riflessione sul Vangelo e un esercizio spirituale delle letture della Messa della terza domenica d’Avvento, in particolare su Isaia 61,1, Tessalonicesi 5,16 e l’inizio del Vangelo di Giovanni, con la testimonianza di Giovanni Battista.

 

Ecco allora 5 Modi per preparare la Via al Signore:

1. Ascolto empatico ed accompagnamento: Gesù è venuto per liberare i prigionieri, per liberare i cuori. Possiamo farlo per le persone nella nostra vita quando li ascoltiamo e li accompagniamo, passando del tempo con loro.

2. Rallegrarsi nel bene. Incoraggiare le persone: chi ha bisogno di incoraggiamento? Chi fa cose buone e ha bisogno di aiuto per vedere la gioia, anche se non è esplicitamente cattolico? Chi ha bisogno della tua influenza per usare il bene della sua vita per sentirsi più unito a Dio?

3. Pregare senza interruzione: quando noi stessi siamo persone in continua conversione, questo diventa visibile e attraente per gli altri intorno a noi.

4. Testimoniare la luce: parliamo e nominiamo la grazia nella nostra vita e in quella degli altri. Puntiamo ad una vita virtuosa… anche se non esplicitamente cristiana. Aiutiamo le persone a riconoscere il bene nominandolo.

5. Essere voce e lasciare che Cristo sia la Parola: Giovanni il Battista fu voce, ma dobbiamo sempre tenere presente che Gesù fu ed È la Parola. È lui che dobbiamo testimoniare.

 

Alla luce di questi spunti, dopo aver letto con attenzione le letture di oggi, o anche solamente il Vangelo, puoi fare questo esercizio spirituale per vivere in pienezza l’ultima settimana di questo Avvento ed essere voce per annunciare la nascita di Gesù:

Trova un luogo tranquillo, solitario e trascorri un po’ di tempo in preghiera questa settimana, creando silenzio in mezzo agli impegni. Chiedi al Signore di aiutarti a farGli spazio e ad essere paziente con quello spazio e calma in questo momento speciale prima di Natale.

Nelle tue preghiere tieni presente le persone della tua vita che hanno bisogno di aiuto a prepararsi alla nascita di Cristo o alla Sua presenza nelle loro vite. Forse è evidente chi ha particolarmente bisogno di aiuto. Se così non fosse, chiedi al Signore e alla Madonna di mostrarti le persone e i momenti in cui potrai essere un buon testimone e ascoltatore… chi ha bisogno del tuo tempo, della tua pazienza e gentilezza… chi ha bisogno di celebrare il buono nella loro vita?

Chiedi a Gesù e a Maria di donarti un coraggio santo nella tua vita, così che tu possa essere come Giovanni il Battista la voce della Parola di Dio. Dov’è che sei troppo timido? Quand’è che perdi opportunità per dire la Parola di Cristo nel mondo e nei cuori e nelle menti di coloro con cui entri in contatto? Decidi di ascoltarLo e sii aperto a come potresti fare un lavoro migliore, usando i tuoi talenti. 

Traduzione in italiano a cura di Elisabetta Tognolli

Il senso della Quaresima: oltre la maschera, nel segreto del cuore.

di don Filippo Gorghetto

Non tanto stranamente, la Quaresima arriva dopo il carnevale.

La Quaresima arriva dopo un breve periodo in cui l’uomo decide che è bene non essere se stesso, è bene nascondersi, non far vedere chi si è per davvero. Ma che cosa deve nascondere, l’uomo?

Perché, come sempre, quello che l’uomo fa non è mai puramente funzionale: non ci si mette una maschera perché si deve nascondere una imperfezione o un difetto, o del viso o del corpo (che solo qui ci sarebbe da chiedersi chi decreta che una caratteristica sia un difetto).

Quello che si vuole nascondere è dentro, è qualcosa di più profondo, di più radicale per la vita dell’uomo.

Ammettiamolo: ci piace “nasconderci”, ci piace fare in modo che gli altri non sappiano chi siamo realmente, ci piace far finta di essere qualcun altro.

Il problema è che fare così, fare “carnevale” ci fa nascondere la fatica di un rapporto, quello con Dio, che è un rapporto faticoso, alle volte ruvido, ma che non ammette maschere, non ammette nascondimenti, non ammette fraintendimenti. Con Dio non si può far finta di essere qualcun altro.

Il bello è che nessuno vuole togliere il carnevale; ma il buon Dio vorrebbe ci ricordassimo che dopo il carnevale comincia la Quaresima.

“Il Padre tuo che vede nel segreto”, sono le parole con cui ogni Quaresima comincia. E sono il segno della dolce prepotenza con cui Dio vorrebbe camminassimo insieme in questo tempo speciale: per riscoprire un rapporto che direbbe la verità della nostra vita, un rapporto che ci svestirebbe di tutte le maschere che la nostra anima si è messa per far finta che non sia così facile una vita con Dio.

Il Signore ci porta in questa Quaresima, dolcemente, nel segreto: nel segreto del rapporto che ognuno ha con Lui. Quasi a voler riguadagnare un rapporto che c’è (da) sempre ma ha sempre bisogno di una ripresa, di una lucidata, di una “svecchiata”.

Viviamo allora serenamente il nostro quotidiano carnevale, in cui, segretamente, non vorremmo farci riconoscere (quanto fastidio dà non sapere chi c’è dietro o dentro una maschera), ma non dimentichiamo mai, all’inizio di questa Quaresima, ma anche ogni mattina, che il buon Dio ci porta nel segreto del nostro cuore per gustare sempre di più il Suo amore.

Lui e io, io e Lui. E nessun altro.