4 proposte per un calendario dell’Avvento… alternativo!

calendario avvento

C’è un qualcosa di magico quando si parla di attesa…

Nel Piccolo Principe, il tempo dell’attesa tra il principe e la volpe diventa un tempo di gioia, di trepidazione, di preparazione all’incontro tra i due amici. Così il fidanzamento è un tempo vissuto nella gioia, perché prepara all’incontro per eccellenza tra due persone che si amano a tal punto da voler dire il loro “per sempre” all’altro.

Ma non ci si può preparare all’incontro lasciando scorrere i giorni: è necessario invece alimentare la gioia, vegliare, fare attenzione a ciò che succede intorno a noi. Solo così l’attesa potrà essere un tempo fecondo!

E l’Avvento, alla fine, è proprio questo: un tempo di attesa che prepara al tempo della Pienezza, un tempo di preparazione e di gioia che precede l’incontro speciale, personale, unico, tra te e Dio.

Però diciamolo… i cioccolatini nel calendario dell’Avvento sono buoni, e sicuramente aumentano la felicità… ma forse non bastano per prepararci al Natale!

Abbiamo quindi pensato di darti quattro semplici idee in stile Corxiii per un calendario alternativo, a basso costo e ad altissimo beneficio per la tua fede, le tue relazioni e la tua capacità di donare e accogliere il Dono. Puoi sceglierne uno (o anche tutti) o prendere spunto per trovare il tuo personalissimo modo di vivere questi giorni in pienezza! 

Eccoli qui:

1) CALENDARIO DELLA FEDE: Ogni mattina ritagliati 10 minuti per leggere e meditare il Vangelo e le letture del giorno, e scegli una frase da fare tua per tutta la giornata. Puoi annotarla su un diario o scriverla su un biglietto da appendere all’albero di Natale. Giorno dopo giorno, ti accorgerai che ci sono parole che sembrano rivolte proprio a te e che Dio vuole parlare al tuo cuore, per ricordarti che sei figlio amato!

2) CALENDARIO DEGLI AMICI: scrivi, per ogni giorno, il nome di un amico, di un famigliare o di un conoscente che sta vivendo un momento difficile o particolare. Impegnati a ritagliare qualche minuto al giorno per sentire quella persona, offrirle un caffè o semplicemente per ricordarla nella preghiera. Alimentare le relazioni e pregare per gli altri è un bel modo per allargare il cuore e portare speranza!

3) CALENDARIO DELLA CARITÀ: Procurati una scatola o una borsa in cui, ogni giorno, potrai inserire un indumento, un alimento a lunga conservazione, un prodotto per l’igiene o altri oggetti utili. Il 24 dicembre avrai un kit completo da consegnare alla realtà caritatevole più vicina a te. Qualcuno potrebbe passare un Natale più bello grazie al tuo piccolo aiuto.

4) CALENDARIO DEGLI SPOSI: Impegnati a scrivere ogni giorno un biglietto d’amore per tuo marito/tua moglie, da fargli trovare nel vostro calendario d’Avvento, vicino alla tazzina del caffè, o sulla scrivania (magari abbinato a un cioccolatino!). Vi potrete così preparare al Natale alimentando ogni giorno il vostro amore con piccoli gesti!

E tu, come hai deciso di vivere il tempo dell’attesa?

…Buon Avvento!!!

Santi morti o morti santi? Ecco il perché di queste due feste

santi morti o morti santi?

di don Filippo Gorghetto 

In molti momenti dell’anno, la Chiesa mi stupisce la sua saggezza. In alcuni momenti, più che in altri. Il momento che sta per arrivare è uno di questi: 1 novembre il ricordo di tutti i santi, 2 novembre il ricordo di tutti i defunti.

Sono categorie che si escludono? Forse no, tutti i santi sono defunti, e qualche defunto è anche santo. Dobbiamo festeggiare tutti quelli che non si trovano nel calendario? Forse, ma non credo sia solo questo. Dobbiamo ricordare qualche defunto della storia che nessuno più ricorda? Beh, a livello di nomi  ricordare tutta la storia è un po’ complicato, ma per contro ad ogni messa ricordiamo tutti i defunti; e quando si dice tutti, è proprio tutti. No, non è per questi motivi che la Chiesa sarebbe saggia.

È saggia perché accostare queste sue feste (sì, chiamiamole pure feste, perché ricordare qualcuno che ci ha voluto bene e con cui il Signore ci ha concesso di condividere un pezzo di vita è bellissimo!) non è da tutti, anzi. Proporre questa combo in un mondo che promuove solo i supereroi e nasconde la morte, è un rischio, un azzardo.

Ma questo particolare duetto ha in sé una carica enorme. Perché il legame tra la morte e la santità è talmente stretto che celebrarle distanti non ne farebbe comprendere la grandezza (saggezza per saggezza, pensiamo che il giorno dopo Natale, in cui nasce il santo dei santi, ricordiamo il primo martire, scusate se è poco).

Quanto è bello allora ricordarci che il destino della nostra vita è la santità, è la vita piena, è la vita che, se ha fatto sul serio la volontà del Signore, si realizza pienamente. E che per quanto ci sia un momento in cui la vita terrena decide di spegnersi, se ha raggiunto la sua pienezza, questa sarà eterna. Sarà eternamente santa. Sarà santamente eterna. E quel distacco, per quanto doloroso, non è che la conferma che la pienezza su questa terra è proprio la santità.

Giusto per capire: non vi va di pensare che non tutto è finito, non tutto è perduto, ma quelle persone che andiamo a trovare in cimitero sono vive? Che sono vive in eterno? Se vi va, è da pazzi è vero. Ma è bellissimo, perché ci ricorda che anche noi siamo destinati a quello, che la nostra vita qui, che un giorno incontrerà il suo 2 novembre, può essere già vissuta come se fosse l’1 novembre. Perché per meno di questo, diciamocelo, la vita non ha senso.

Godiamoci allora questi due giorni. Senza paura, dosiamo tra loro la gioia della santità e la tristezza che ancora forse un po’ ci prende per qualche caro che è stato davvero caro. Nella consapevolezza che non c’è niente di meglio che vivere in santità e pienezza tutta la vita.

Ps: forse in questi giorni si è parlato molto anche di Halloween. Il giorno in cui capiremo sul serio la preziosità della nostra tradizione, il modo consumistico e pauroso di festeggiare Halloween rimarrà un piccolo giochetto per passare un po’ il tempo. Il vero senso di questi giorni – e perfino di Halloween – non è una parentesi di buio ma è rullo di tamburi, PIENEZZA DI VITA, VITA TOLTA E DONATA: in una parola, SANTITÁ.

Le lettere di Berlicche – Halloween edition

Lettere di berlicche

di Andrea Spiezio

Forse conoscerai Le lettere di Berlicche di C.S. Lewis. Si tratta di una corrispondenza tra Berlicche, un diavolo esperto, e il giovane Malacoda, suo nipote. In occasione di Halloween, abbiamo immaginato una serie di mail tra Berlicche e Malacoda, indaffarati a portare dalla loro parte un giovane adolescente. Il Nemico di cui i diavoli parlano, ovviamente, è Dio Padre.

@Malacoda / 30.10.18:

Carissimo Zio,
Qui è il tuo prediletto Malacoda che ti parla, ho bisogno come al solito delle tue malvagissime lezioni! Questa volta sto “seguendo” uno di quegli umani in miniatura, dovrebbe avere su per giù 11 anni, fa la prima media. È così ingenuo, credo che questa volta il lavoretto sarà facile. Poi questo è il nostro periodo preferito, vero Zio? Lo vedo a ricreazione scambiarsi consigli con gli amici su come festeggiare al meglio la festa di Halloween, quali travestimenti, quali scherzi, quali film horror guarderanno insieme fino a tardi. Quanta stupenda attesa!

Anche io non sto più nella pelle…conto in giorni! Su cosa devo puntare quest’anno perché si trascini dietro tanti piccoli bambocci come lui e arrivino quella notte stessa dritti dritti tra le nostre braccia?
Sai la cosa che amo di più in questo periodo dell’anno? Il Silenzio dei soldati del Nemico!

Con affetto, tuo Malacoda.

@Berlicche / 30.10.18:

Bravo mio caro Malacoda!
Vedo che il tuo apprendistato sta producendo finalmente dei buoni frutti! Ebbene, questa festa è davvero una grande trovata del nostro centro di formazione americano: in questo modo in un colpo solo siamo riusciti a far dimenticare quella tremenda arma che è la preghiera per i defunti e di conseguenza in questi anni abbiamo cancellato in quei mostriciattoli che chiamano bambini il
ricordo dell’esistenza di quella Vita Eterna che purtroppo Lui ha conquistato per loro quel maledetto giorno sul Golgota! Anzi! Ora dei cimiteri hanno paura e come vedi non ci va più nessuno!

Ma non cantare vittoria troppo presto! Non basta distogliere l’attenzione di quei mocciosi con mostri e horror, perché da bambini gli esseri umani sono vicini al Nemico più che mai. Basta un attimo, una parola e loro riconosceranno la sua Voce. No, tu devi chiedere aiuto ai tuoi colleghi che si occupano sapientemente dei suoi genitori così che diranno di sì in modo divertito a quel pigiama party a cui
vuole andare (che goduria, sentono il loro figlio come un peso grazie a noi) e poi chiederei a Pelorosso di occuparsi degli insegnanti a scuola in modo che in questi giorni parlino continuamente di Halloween in tutte le materie. Fai in modo che nessuno si ricordi che la parola stessa deriva dall’inglese All Hallows’ Eve, come sai bene in questo secolo il Nostro Padre che è laggiù li sta confondendo parecchio giocando con le parole, con questa storia della neolingua.

Fagli evitare in tutti i modi quei compagni che vanno nella Casa del Nemico, lo sai che l’anno scorso ci hanno fregato quella ragazza proprio sul più bello! Anzi, potremmo avanzare una bella predica pallosa dell’insegnante di Religione di turno in modo che si pianti nella testa del tuo assistito il pensiero che gli amici del Nemico son tutti degli sfigati!
È proprio vero il Silenzio dei soldati del Nemico è qualcosa di meraviglioso..ma ancor di più è vederli cascare in questi due modi con cui li abbiamo fregati da sempre: chi si diverte scherzando su di noi demoni, perché tanto non esistiamo, siamo un retaggio medievale… ma allo stesso modo chi più ci fa pubblicità, sono quegli alleati del Nemico che usano tutte le loro forze per combatterci e odiare chi è in
nostro potere. Così tradiscono un fascino irresistibile verso di noi e perdono di vista la relazione con Lui.

Fammi avere presto aggiornamenti

@Malacoda – 31.10.18:

Sta andando tutto a gonfie vele! Sono riuscito a inserire nella sua play list delle canzoni contro il Nemico, a organizzare degli
scherzi di paura e soprattutto i genitori hanno acconsentito come dicevi tu! Con quale ingenuità hanno riso divertiti quando il figlio ha presentato loro il costume da zombie. Non sanno che quello presto sarà il suo volto per l’eternità! Perché stanotte inizierà per la prima volta a provare quelle geniali sigarette che li conducono sempre dove vogliamo noi: nostri schiavi.
Pensa Zio, che ho saputo che in questa Diocesi nessun Soldato del Nemico stanotte pregherà per chi abbiamo in pugno! Avrò piede libero!
Anzi, molti danno il loro assenso alla nostra festa-truffa perché ormai sono rassegnati, arresi! Che bel lavoro fa su di loro il nostro Vermilinguo!

Pensa che il mio paziente è riuscito addirittura a convincere un suo amico (che frequenta la casa del Nemico) a passare con lui la nottata di horror e sballo! In cambio, ho dovuto chiudere un occhio perché gli ha chiesto se possono passare a cena a salutare gli amici
dell’oratorio. Sono o non sono un genio!? La noia e la stucchevole avversità al Male che entrambi vivranno passando di lì…rafforzerà la voglia di trasgredire dopo! Un’ora di noia per una notte intera con noi! E magari fanno evadere altri da quella luminosa prigione! Ci
pensi Zio, tutto un intero gruppo di ragazzi del Nemico nelle nostre mani…mentre i Suoi Soldatini dormono!
Merito una promozione!
Ma siamo sicuri che Lui è davvero Risorto? Sembra essere sparito!
Con trepidante attesa, il tuo amatissimo

@Berlicche – 31.10.18:

Razza di imbecille che non sei altro! Ma proprio non ci arrivi?
Non capisci che Lui vive attraverso di loro? E per colpa di questo suo amico (ecco perché ti avevo detto di vigilare sulle sue amicizie) è stato armato con l’arma più potente che hanno per annientare la nostra buffonata di Halloween: i Santi.
Gente che appena conoscono, fa ritornare a credere nella Vita Eterna… e addio disperazione e sballo per non pensarci!
Eccolo, lo vedi che gli ha dato in mano l’immagine di quel Massimiliano Kolbe che nel ‘45 già ci ha rovinato con quel gesto di vomitevole @more? Per non parlare di come già gli sta raccontando della vita di Carlo Acutis, quello che in soli 15 anni ci ha strappato centinaia di giovani contagiandoli con l’unica arma segreta del Nemico contro cui noi siamo sconfitti? (che ribrezzo Lui quando fa quella cosa assurda di lasciarsi mangiare!).

Puoi anche parlare ai ragazzi di morte, paura e mostri, ma il nostro problema è che non possiamo produrre altro che illusioni, il Nostro Padre di laggiù ce lo ha sempre detto! Mai la Realtà! E se fai scoprire che nella realtà, nella storia, i Santi ci sono e sono vicini a lui…ricomincerà a credere che il Nemico lo @ma e non deve temere la morte!
Ed eccolo tutto felice in oratorio a giocare e a imparare la vita dei Santi, conoscendo quegli educatori pericolosissimi…come hai potuto permettere che alla fine della festa arrivasse addirittura a ritornare a parlare con la Madre Sua!
Questo è troppo! Vedo che è andato al pigiama party e tutta la notte ha parlato a quei 3 amici di come ha vissuto una festa vera e si è commosso a vedere Don Bosco cercare i carcerati e accogliere gli orfani. Ed eccoli lì a piangere davanti al film che racconta quella
nostra epocale sconfitta a Torino.
Pretendo la tua presenza qui…subito! Questa notte ti farò io la festa!

Riprendiamoci Halloween – 4 cose che non sapevi su questa festa

Halloween 2018

di Andrea Navarin

Riprendiamoci Halloween. Sembra un urlo di guerra, soprattutto se pensiamo alle polemiche nate intorno a questa festa. Non solo per le sue derive consumistiche, per il suo dissonante “innesto” americanizzato nella tradizione italiana, ma anche e soprattutto per uno stile macabro e lugubre che è proprio l’opposto della gioia cristiana nella resurrezione.

In realtà, è proprio di vita che si dovrebbe parlare in questi giorni. Nel tempo, Halloween è diventata una carnevalata dal gusto horror, che celebra le tenebre e scherza con la morte quasi per scaramanzia, con il rischio di cadere in rituali e atteggiamenti che di cristiano hanno ben poco… anzi! Eppure, all’inizio, Halloween era una festa cristiana di origine celtico-irlandese. Basti pensare al nome, All Hallows’ Eve, cioè “vigilia di tutti i santi”. Si parlava di morti, sì, ma per vegliare con loro fino all’alba, in un clima di profonda comunione, fino cioè all’arrivo della luce.

Allora riprendiamoci Halloween, ma non così come ce la propone il mondo, con i vampiri e con le streghe. Riprendiamocela partendo dai suoi 4 simboli principali, per capire come poter approfittare di questa “festa” per riflettere sulla vita, sulla morte, sulla vita eterna, sulla santità.

1. La zucca. La zucca vuota ricorda Jack o’ Latern che si ispira al personaggio di un racconto irlandese, Stingy Jack. Si narra che quest’uomo molto avaro invitò Satana a bere, offrendogli l’anima in cambio di uno scellino, poca roba… Presa la moneta, la pose accanto ad un crocifisso e ciò impedì al diavolo di prendergli l’anima. Una volta morto, però, al povero Jack fu impedito non solo di accedere al paradiso ma anche all’inferno, tanto che il diavolo lo colpì al volto con un tizzone ardente e lo condannò a vagare per la terra con il volto in fiamme. Di personaggi furbi, o che si credono tali, e che cercano di farla in barba al diavolo ce ne sono tanti! Questa favola ha una morale: insegna che bisogna stare molto attenti a scherzare con il male, perché c’è sempre alla fine un prezzo da pagare.

2. Il lumino. Si collega alla zucca, per l’uso di mettere una luce dentro queste dopo averle scavate. La tradizione nasce dal capodanno celtico chiamato Samhain, una festa ripresa e rielaborata dal cristianesimo, che segnava la fine dell’estate e l’inizio dei mesi più freddi. In un periodo dell’anno in cui cessano le attività umane, si entra in una sorta di “morte apparente”. Tuttavia, la vita nel sottosuolo continua a crescere (pensiamo ai semi); quindi, il mondo dei morti, l’aldilà (sottosuolo) è in realtà un mondo pieno di vita. Per i Celti, questi giorni erano sacri ai morti e si credeva che le loro anime avessero il permesso di tornare sulla terra per festeggiare con la propria famiglia. Non erano le forze oscure a riportare indietro i morti, ma il ricordo e l’amore dei vivi che li celebravano gioiosamente. Niente a che vedere quindi con il terrore degli spiriti maligni, ma una festa di comunione tra i vivi e i morti. Venivano allora poste fuori dalle case delle torce o delle rape cave illuminate da candele, per far sì che i morti potessero trovare la loro strada. Se ci pensate, anche noi poniamo un lumino sulle tombe dei nostri cari defunti. Il lumino indica che il defunto è vissuto nella luce della fede e si invoca, come recita l’Eterno riposo, su di lui la luce perpetua, la luce di Dio e della risurrezione. Ma è anche un modo per dire che finché accendiamo una luce per loro, c’è sempre qualcuno che li ricorda, prega per loro e mantiene viva la loro memoria.

3. Lo scheletro. Quanti se ne vedono in giro in questi giorni: nei negozi, in televisione, nei travestimenti! A dire la verità, i cattolici irlandesi, diretti discendenti dei Celti, ma anche altri popoli, avevano l’usanza di accatastare teschi perché si pensava che i defunti, per un certo tempo, appartenessero a entrambi i mondi dei vivi e dei morti. Preparavano persino dei dolci con questa forma. Ma, al di là di questo, su una cosa Halloween ha ragione: possiamo prendere in giro la morte! Non certo travestendoci da vampiri, mostri, streghe per far prendere paura agli altri; ma perché Qualcuno, ovvero Gesù, l’ha sconfitta. E anche se continuerà a spaventarci, perché la morte fa paura, sappiamo che non ha l’ultima parola e viene già sconfitta dall’amore che ancora ci tiene legati ai nostri cari defunti.

4. Il dolcetto. Nell’antica festa celtica, che il cristianesimo ha poi fatto propria, i morti che tornavano alle loro case di un tempo dovevano trovarvi una tavola apparecchiata. Se così avveniva, facevano ritorno contenti nelle loro tombe, altrimenti si lamentavano con i vivi. In questo modo, ci si augurava di avere di che mangiare e bere per tutti, compresi i propri defunti, per tutto il lungo inverno, in un’epoca in cui la carestia e la fame erano più frequenti di adesso. Da qui la tradizione del ritornello “scherzetto o dolcetto” di Halloween. Ancora una volta un segno positivo e pieno di speranza! Dovete sapere che in tutta Italia esistono numerose tradizioni legate alle festa di Ognissanti e dei defunti (in Puglia si prepara una cena apposta per i morti), e in molti casi si anticipano i doni che si scambiano a Natale o alla Befana. Un’usanza molto comune consiste nel preparare appunto dei dolci. In Veneto, regione con forti radici celtiche, oltre a svuotare le zucche per essere trasformate in lanterne, dette lumere, con dentro una candela che rappresentava l’idea di risurrezione, moltissimi piatti sono dei dolci, ad esempio il pan dei morti, realizzati con biscotti secchi sbriciolati e frutta secca. A sottolineare che la vita è cosa buona, che anche la morte non ci deve lasciare un gusto amaro.

Allora, riprendiamoci Halloween per ricominciare come cristiani a parlare della morte senza averne terrore, a celebrare la santità e la vita eterna, a dare una nuova speranza a chi ha bisogno di sdrammatizzare solo perché ha paura. In un mondo che si diverte a scherzare con streghe e fantasmi, immersi nelle tenebre, mostriamo la bellezza della luce e della santità!

Buona vigilia di tutti i santi!

Il lancio perfetto di una suora: la fede si gioca in campo

di Becky Roach – Catholic Link

Suor Mary Sobieck è una suora parecchio conosciuta negli Usa, che si occupa di news sportive sul web.

Il suo “lancio perfetto”, realizzato all’inizio di una partita di baseball a Chicago la scorsa primavera, ha catturato l’attenzione della stampa, sta affascinando gli utenti dei social ed è stato perfino menzionato su ESPN [un’emittente televisiva statunitense che trasmette programmi e notiziari sportivi 24 h, ndr].

Dai un’occhiata a quella che il Chigago White Sox ha definito “Uno dei più impressionanti primi lanciatori di tutti i tempi”.

Suor Mary Jo è una suora domenicana, un’amata insegnante e un’allenatrice di pallavolo al Marian Catholic College del comune di Chicago Heights.

Se amiamo le sue abilità di lanciatrice nel baseball, ancora di più amiamo la sua filosofia di insegnamento. In un’intervista, ha detto: “Il mio più grande goal è quello di aiutare gli studenti a capire, andare oltre le cose e ricordare e comprendere davvero ciò che hanno studiato. Ad essere davvero persone capaci di compassione, di generosità e di accoglienza”.

Suor Mary Jo è anche impegnata con il progetto Encounter, che si occupa di creare una sempre più vasta rete di preghiera, e con un gruppo di servizio all’evangelizzazione della scuola, chiamato Go Extreme for Jesus.

È davvero bello vedere come questo tipo di storie diventi virale! Ricorda al mondo che chi ha risposto alla chiamata alla vocazione religiosa è anche chiamato a usare i suoi talenti e i suoi doni per portare gli altri a Dio. Tutti i cattolici sono chiamati a fare lo stesso, qualsiasi sia la vocazione!

E tu, come mostri agli altri la gioia vera di Cristo attraverso i tuoi talenti? La Chiesa ha bisogno anche di te!

 

Traduzione dall’inglese a cura di Corxiii. Qui il link all’articolo in lingua originale.

Perché andare a messa è roba da sfigati

di Sara Manzardo

Se stai leggendo questo articolo, i casi potrebbero essere due: o pensi che andare a messa sia effettivamente una roba da sfigati, oppure sei uno che va messa tutte le domeniche e sta cercando un modo per convincere i suoi amici di non essere uno sfigato. In entrambi i casi, mettiti comodo: sei nel posto giusto!

Per iniziare, ti direi addirittura che la messa oggi è roba per i giovani. Sì, lo so, stai pensando alle vecchiette stonate, alle schitarrate anni ’80 e ai gruppi “anta” che condividono santini e amen sbarluccicosi su whatsapp. Ecco, mettili un momento da parte. Ah, certo, poi ci sono anche un sacco di persone peccatrici, incoerenti, poco misericordiose che vanno a messa… insomma, tante persone che non ti vanno proprio a genio. Ma sarebbe come non voler andare in palestra perché è piena di persone grasse e fuori forma!

Guarda un po’ più in là: non so se lo sai, ma ci sono chiese che si riempiono di giovani fino a scoppiare! I corsi del Sog di Assisi, ad esempio, attirano i giovani come il miele! Oppure i Dieci Comandamenti di don Fabio Rosini, la GMG, le Missioni Universitarie e tante altre proposte… se vai a guardare ci sono chiese che non hanno abbastanza posti a sedere per questi ragazzi. Ma come è possibile?

Ecco i 7 motivi per cui andare a messa non è per niente una cosa da sfigati, ma anzi è una cosa sempre più cool e sempre più giovanile:

1. La messa è la miglior scuola di meditazione. Quanti di noi spendono soldi per fare corsi di yoga o qualsiasi altro tipo di meditazione orientale dai nomi impronunciabili per raggiungere l’infinito cosmico? La Chiesa è una scuola di meditazione gratuita, frequentabile almeno una volta a settimana, in cui non devi raggiungere proprio niente e nessuno, perché è Dio che raggiunge te, attraverso il silenzio, il canto, l’ascolto, l’Eucaristia…

2. La messa è un’ottima palestra per la crescita personale. Non c’è niente da fare, tutti quei valori sani che hai imparato dai tuoi genitori e dalla società, come il rispetto della vita altrui, la solidarietà, la carità, il perdono, sono valori inventati e diffusi dal Cristianesimo. Quale modo migliore di interiorizzare quei valori nella vita quotidiana se non facendosi allenare da chi li ha inventati?

3. Andando a messa, impari il team-building e impari a confrontarti. Lo so, pensi che la fede sia una cosa personale, ma sarebbe troppo facile e poco utile viverla in modo staccato dalla tua vita e da chi ti circonda. Frequentando la parrocchia, scopri di essere parte di una comunità e hai la possibilità di mettere in gioco le tue capacità e le tue conoscenze per migliorarla e per crescere insieme agli altri. Ti sarà utile anche per il lavoro: sempre più aziende danno la precedenza a chi ha fatto esperienza di teambuilding e ha svolto qualche servizio in parrocchia.

4. La messa è un’arma contro la superstizione. Ma come, la fede non è superstizione? Facciamo i fighi dicendo di non credere in Dio, ma crediamo a qualsiasi altra cosa. Al karma, alle energie positive e negative, all’oroscopo, alle nostre sicurezze, ognuno ha i suoi, chi più chi meno. A messa impari che la fortuna e la sfortuna non esistono, e che il tuo destino non è legato al caso, ma alle scelte che fai e al modo in cui scegli di vivere quella particolare situazione. A messa scopri che il Cristianesimo non ti dà scorciatoie né formule magiche, ti responsabilizza.

5. La messa è il modo migliore per uscire dalla tua comfort-zone. Hai presente quella serie di convinzioni tue personali che guai a toccarle? A volte nascondono la paura di metterti in discussione, perché potresti scoprire di avere torto. Esci dal quadrato e per una volta guarda la messa con occhi nuovi e liberi da pregiudizi. Ascolta quello che si dice, osserva i gesti, fai amicizia con nuove persone, cerca un confronto…

6. Durante la messa scopri di far parte di un disegno più grande. Per non pensare troppo all’infinito ci riempiamo di impegni e scappiamo da tutto per andare “alla ricerca di noi stessi” (ma Seneca aveva detto bene, è l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi). Vivendo la fede in Cristo, piano piano scopri che qui ed ora puoi realizzare il progetto di amore e felicità che è stato pensato per te da sempre e per l’eternità.

7. A messa impari che la speranza è l’ultima a morire. Non è una frase fatta, il centro di tutto è davvero semplice e quasi banale: la speranza non muore, la vita non va in fumo, la bellezza non si distrugge, tu puoi vivere da vivo. Punto. Il vero motivo per cui esiste la messa è ricordarci ogni settimana che [spoiler] il sepolcro è vuoto. E che la Vita vince. Sempre!

Dodici meno dodici… fa strano

di don Filippo Gorghetto

“Volete andarvene anche voi?”, chiede Gesù ai dodici che rimangono, dopo che il resto di quelli che lo seguivano se ne era andato perché il discorso che il Maestro ha fatto sul pane di vita è troppo duro. Così come sono dure, spesso, tante altre parole che Gesù ha pronunciato durante la sua predicazione.

Volete andarvene anche voi? Forse è una domanda che ormai conosciamo e ci dice poco, forse non riusciamo a rivivere la scena e non ci rendiamo conto dell’aria che tirava. Ma la situazione che si è creata è matematicamente (ma non solo) imbarazzante: Gesù è rimasto con i 12, e se anche loro se ne fossero andati sarebbe rimasto da solo. Tanta predicazione, tante chiamate, tanta preghiera notturna per instaurare quel Regno di cui parlava e, in attesa della loro risposta, Gesù stava correndo il rischio di non essere seguito da nessuno.

A parte che forse ci sarebbe da riflettere sul fatto che se Gesù stesso ha fatto un po’ di fatica a evangelizzare, non dovremmo pensare che per noi sia così scontato. Ma ha anche senso, credo, cercare di capire perché si è giunti a questa ipotetica sottrazione pari a zero discepoli al seguito (e chissà con quanta amarezza).

Ci aiutano sempre le parole di Gesù: “questo vi scandalizza?”. Perché i discepoli si sono scandalizzati della bellezza della proposta di Gesù, preferendo la stoltezza di un pensiero affaticato e annebbiato.

È vero, non è facile accogliere, accettare certi discorsi di Gesù, la Sua Parola è sempre stata dura e sempre lo sarà: il giovane ricco se ne è andato, i farisei volevano addirittura in alcune occasioni ucciderlo, uno lo ha tradito, il suo successore non accoglie -anzi- l’annuncio della morte del Maestro. E di episodi così il Vangelo (e la storia della Chiesa) è pieno.

Ma se la Sua Parola ancora ci scandalizza, vuol dire che il mondo non sa più guardarsi, non sa più riconoscere un ordine che ha e che l’uomo, lungo i secoli, in alcune occasioni non ha saputo salvaguardare.

In tante situazioni forse non possiamo fare nulla e gli esempi che tra poco faremo ci sono distanti, ma fanno riflettere.

Ci sono momenti in cui abbiamo una cura dettagliata per gli animali (che ci sta, eh, San Francesco docet), ma non abbiamo ancora risolto il problema della fame del e nel mondo. Dobbiamo accogliere nella Chiesa le coppie “diverse”, modificando l’idea stessa di famiglia per essere più inclusivi, ma tanti fratelli poveri, senzatetto, fragili, con due braccia, due gambe, un volto, un anima, che hanno bisogno di cibo, cure, accoglienza e sostegno, loro no.

Forse, ma proprio forse, Gesù direbbe: non vi scandalizzano quelli che si drogano per sballarsi e vivono una vita senza senso, e invece vi scandalizzano quelli che vanno a messa tutte le domeniche, quasi fossero dei pazzi? Vi scandalizzano quegli uomini che trattano male le donne, in modo diversi ma comunque inconcepibili, e non vi scandalizzano quegli uomini che sfruttano le donne lungo una strada di sera come se fosse tutto legale e morale?

Non è facile pensare come il Vangelo, non è facile viverlo secondo le “istruzioni” che dà. Alle volte, a cercare di viverlo coerentemente e integralmente, il rischio sembra davvero di restare da soli.

Eppure già il sapere che, anche quella volta, almeno 12 sono rimasti, ci da un po’ di speranza. E poi, sapere che chi resta, resta perché solo le parole di Gesù sono le uniche che danno la vita eterna, ci fa capire che anche dopo 2000 anni possiamo seguire una Parola che ha sapore di Paradiso. Sul serio!

Non scandalizziamoci allora se il mondo non capisce chi vive il Vangelo, se il mondo con le sue logiche vorrebbe (alle volte forse anche consapevolmente) annebbiare il nostro pensiero, la nostra coscienza e la nostra volontà. Perché l’unico scandalo -nei secoli dei secoli- sarà di chi non capisce la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo.

La canzone da ascoltare la mattina per prepararsi alle sfide della giornata

More than conquerors steven curtis traduzione

Partire col piede giusto la mattina, lo sappiamo tutti, è fondamentale. C’è chi va a correre prima di andare a lavorare, c’è chi si fa una bella doccia fredda, chi la colazione del campione, e chi, invece, oltre a tutte queste belle cose si prende qualche minuto per meditare sul Vangelo del giorno, per pregare, per affidare la sua giornata a Dio.

Allora ecco che noi vi proponiamo una bella canzone, con un testo che, se lo metabolizziamo per benino, ci ricorda come superare le sfide quotidiane, le fatiche e le incomprensioni, perché “in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati” [Romani 8,37].

Ecco  a voi la canzone “More than Conquerors” di Steven Curtis Chapman, che non è altro che la lettera ai Romani 8, 31-39 musicata.

Traduzione del testo – “More than Conquerors” di Steven Curtis Chapman

Ora non c’è condanna, ora non c’è colpa o vergogna
Per coloro che sono stati coperti dal sangue di Gesù
E ora le parole del nostro accusatore sono state derubate di tutto il loro potere
E il nemico è stato sconfitto dal sangue di Gesù
Quindi rimaniamo con i nostri cuori perfettamente lavati
E alziamo le mani e cantiamo

Siamo più che vincitori, siamo più che conquistatori
Dio se tu sei per noi, chi può essere contro di noi
Siamo più che vincitori, siamo più che conquistatori
Dio se tu sei per noi, chi può essere contro di noi

Cosa può separarci dal Tuo amore

Una volta eravamo schiavi e prigionieri, ora siamo figli del re
I figli e le figlie favorite, salvati dal sangue di Gesù
Allora dimmi o morte, dov’è la tua vittoria e dimmi o tomba dov’è il tuo morso
Sei stata inghiottito nella vita, per sempre dal sangue di Gesù
E noi quindi siamo redenti
Mentre alziamo i nostri cuori e cantiamo

Per il sangue dell’Agnello, per la Parola della nostra testimonianza
Il nemico è stato, il nemico sarà sconfitto

Siamo più che vincitori, siamo più che conquistatori
Dio, se tu sei per noi, chi può essere contro di noi
Cosa può separarci dal Tuo amore
Dio, se tu sei per noi, chi può essere contro di noi

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Come può del pane dare senso alla tua vita?

5 pani e due pesci corxiii

di don Filippo Gorghetto

“Io sono il pane della vita”. È una delle tante frasi che ci accompagneranno per le prossime 4 domeniche del tempo ordinario.

Leggeremo infatti, con calma, passo dopo passo (domenica dopo domenica, in realtà), il capitolo 6 del vangelo di Giovanni, composto dalla distribuzione miracolosa di Gesù del pane e del discorso sul medesimo.

Ci sono tante frasi che potremmo riportare, sono tutte belle, tutte significative. Si intrecciano tutte con le altre letture che incontreremo. All’inizio di questo percorso può essere interessante darsi una chiave di lettura, per non perdersi nella densità e nella bellezza delle parole di Gesù.

Seguendo il “miracolo” di Gesù e il suo dialogo con chi non ha capito il suo gesto, la cosa che stupisce di più è proprio il fatto che, appunto, questo gesto non sia proprio stato capito.

Non che fosse facile capire: di sicuro la notizia della “moltiplicazione” (così l’hanno vista i presenti) ha fatto il giro dei paesi limitrofi, è passata di bocca in bocca lasciando stupiti molti. E tutti a discutere, parlare, forse sparlare, di Gesù. Il più like-ato dell’epoca.

Non hanno capito, allora, nel senso che non hanno voluto capire, non hanno voluto cercare di vedere attraverso quello che stava capitando un messaggio molto più profondo. In fondo, chiedono a Gesù: ma come fai a darci un pane che non ci farà avere mai più fame? Come fai, tra l’altro, ad essere tu quel pane? Impossibile. Per cui, chiuso il discorso.

Che può essere molto tranquillamente quello che capita a noi, nel rapporto con Gesù. In fondo, che cosa può fare, che cosa può dare alla nostra vita? Può Gesù dare senso alla nostra vita? Può uno che è morto per noi in croce, dopo tutte le promesse di instaurare un regno, dare gusto alla nostra vita???

In fondo, era questo che Lui voleva fare: darci un senso. Darci una direzione. Darci un ordine. È Gesù stesso che è consapevole che non solo il pane non sfama: “i vostri padri hanno mangiato il pane che è venuto dal cielo nel deserto (come avevano chiesto, ndr), ma sono morti”. Gesù vuole dirci che c’è un pane, quello eucaristico, quello donato, che può dare un senso alla vita, a tante vite che forse di vita non ne vogliono sapere più.

E noi, come 2000 anni fa, facciamo fatica a capire l’intenzione di Gesù, facciamo fatica a sentire che quella distribuzione miracolosa aggiustava la vita e non lo stomaco. Facciamo fatica ad andare oltre, perché alle volte siamo presi da ciò che è immediato, tangibile, soddisfacibile al momento.

Invece Gesù dice “io sono il pane della vita”, perché attraverso quel pane ci dona la sua vita per la nostra, di vita. Alla fine del discorso dirà: “e il pane che io vi darò è la mia carne per la vita del mondo”. E il pane della vita non è altro che la possibilità di realizzare, concretizzare, dare un senso ai nostri desideri, ai nostri sentimenti, ai nostri affetti, ai nostri bisogni.

Se questa è la chiave di lettura, uno l’atteggiamento: lasciamoci affascinare da queste parole, lasciamoci prendere. Aspettiamo un po’ prima di dire che non è possibile, che non è vero, che è un bel discorso ma la vita è un’altra cosa.

Lasciamo nel nostro cuore lo spazio a Gesù, perché possa riempirci di Lui, perché ci faccia gustare la vita, quella che Lui ha totalmente donato, come nessun altro è in grado di fare.

Il goal più bello dei mondiali? Il tuo!

Il goal più bello dei mondiali

di Sara Manzardo

Ognuno di noi, chi più chi meno, in questi giorni si è interessato alle partite, ha commentato i risultati, ha visto almeno un goal. Bene, ora che sono finiti i mondiali, possiamo cominciare a parlare seriamente di goal e di strategie di gioco.

Perché la vera domanda, quella che mi ha sempre messo in movimento, quella che seppure fastidiosa mi ha sempre aiutato a scollarmi dal divano è questa: stai facendo goal nella vita? 

Certo, sicuramente avrai raggiunto dei traguardi importanti, avrai finito un ciclo scolastico, avrai passato quell’esame tanto difficile, avrai finito un dottorato di ricerca, avrai trovato un buon lavoro che ti soddisfa… Ma prova ad andare in profondità, prova a farti questa domanda: nella tua vita che pallone stai rincorrendo? Verso quale rete lo stai calciando?

Ho molti amici che si dicono realizzati, ma in realtà sono insoddisfatti. C’è sempre qualcosa che sembra mancare, c’è sempre quel capitolo che non si chiude, c’è sempre una sottile noia di fondo che sembra non avere nome, un leggero malcontento che rovina in qualche modo la propria vita realizzata e piena di traguardi, di coppe, di grandi soddisfazioni. Sorridenti in pubblico, pieni di ansie a casa.

La verità è che dirsi soddisfatti di sé, delle proprie scelte e della propria vita non basta. Abbiamo dentro un qualcosa che ci vuole molto, molto, molto, molto, molto felici. Niente di meno.

Fino a poco tempo fa invidiavo quelle persone belle che, quando gli chiedi come stanno, ti rispondono “sto da Dio!”, “sono felice!”, “sto tanto tanto bene!”. Non lo fanno per finzione, non lo fanno per superficialità, anche se magari poi scopri che hanno mille problemi e pensieri. Lo dicono con il cuore, e te ne accorgi quando qualcuno è entusiasta della vita, perché gli brillano gli occhi.

E così ti accorgi di aver fatto goal nella vita quando alla domanda “come stai?” ti viene da dire “sono felice!”. Ti accorgi quando tu sei davvero felice perché vorresti che tutti lo fossero, che tutti sapessero come hai fatto a diventarlo! Ti accorgi che la tua vita sta portando frutto. E portare frutto non vuol dire comportarsi da bravi cristiani, essere bravi studenti, essere lavoratori responsabili, fare volontariato, avere una bella relazione duratura (tanto duratura che rischia di andare avanti fino ai 50 anni) con il proprio fidanzato. Questa è solo la condizione iniziale, ma non basta.

Portare frutto significa accorgersi che Dio abita in te, che ti ha creato bello, che ti ha creato per amare, per dare il centuplo, per essere felice. Ora, oggi.

E fare goal nella vita non è questione di fortuna e di bravura, come succede durante una partita di calcio, ma si tratta di volontà e di fiducia.

Farai goal nella vita quando ti accorgerai di essere rimasto troppo tempo tra le quattro pareti asfissianti della tua sicurezza, delle tue manie, delle tue ansie, delle tue abitudini, invece di uscire e rincorrere il sogno grande che ti farebbe felice.

Farai goal nella vita quando ti renderai conto del fatto che la tua vocazione non si realizzerà nel servizio che porti avanti da anni in parrocchia, nel sentirti a posto con la coscienza, nell’attesa che qualcosa accada, che arrivi l’uomo o la donna dei tuoi sogni, o un segno divino di conferma, ma nella ferma decisione di amare e lasciarti amare. Perché sei chiamato a un altro e a un Altro, mai al tuo ombelico.

Farai goal nella vita quando inizierai a chiedere aiuto e troverai il coraggio di fare scelte definitive, quando smetterai di crogiolarti nei tuoi pensieri e nei tuoi problemi solo per evitare di scoprire che basta un nulla per essere felice (perché a volte ci piacciono moltissimo i problemi, pochissimo le soluzioni).

Farai goal nella vita quando ti deciderai a scegliere la felicità vera, e a sceglierla per sempre. Anzi, che dico, a quel punto avrai anche vinto il mondiale!