La Chiesa ha davvero bisogno degli influencer?

Influencer Chiesa cattolica

di Sara Manzardo, founder Corxiii

La Chiesa ha bisogno di influencer?

In questi giorni abbiamo lanciato un sondaggio nelle stories di Instagram di Corxiii, chiedendo chi fosse l’influencer cattolico più amato e seguito dagli under 35.

In mezzo ad alcuni nomi di cantanti e giovani sacerdoti attivi sui social, qualcuno ci ha fatto notare che un cristiano non deve mostrare se stesso, ma fare da tramite al messaggio di Cristo. Che se ci penso è vero, eppure…

Eppure quando io ed Emanuele abbiamo aperto il blog, tre anni fa, abbiamo voluto fare nostra una frase molto bella di una grande donna, Gianna Beretta Molla. Dice così: “nostro compito è rendere la verità visibile nella nostra persona, rendere la verità amabile, offrendo di noi stessi un esempio attraente e , se possibile, eroico.”

Questa donna è diventata santa non perché ha predicato e raccontato Dio a parole, ma perché con il suo esempio e la sua vita concreta ha reso visibile Cristo nel suo modo di vivere, nelle sue scelte, nel suo corpo, fino a dare la vita per la vita che portava nel grembo. Dopo di lei, negli anni, tante madri hanno voluto prendere esempio e hanno seguito la sua scelta di mettere al primo posto la vita dei propri figli rischiando la propria, facendo scelte coraggiose e importanti.

E questo, nella storia del Cristianesimo, è successo un sacco di volte: ogni volta che un santo ha imitato Cristo nell’amore, un sacco di persone lo hanno seguito, accogliendo il suo carisma particolare, cercando di seguire il suo esempio e il suo stile di vita.

Perché una cosa è che qualcuno ti parli del coraggio e dell’importanza di vivere la fede, altra cosa è che qualcuno lo faccia sul serio e ti dimostri che è possibile fare scelte coraggiose. Che si può vivere il Vangelo, che si può imitare Cristo fino in fondo.

Insomma, i santi sono forse i veri influencer della Chiesa. Certo, non promuovono un brand o un prodotto. Promuovono Cristo e il suo Vangelo. Eppure indossando l’abito della fede, della speranza e della carità, stanno attenti a curare l’estetica dell’anima fino a distinguersi in mezzo agli altri e a diventare così attraenti da “influenzare” chi ha sete di Dio e vuole farne esperienza concreta.

Quindi la risposta è sì. La Chiesa, oggi, più che di teologi ha bisogno di influencer. O meglio, ha bisogno di santi influencer, e anche di influencer santi, con lo smartphone e un profilo instagram, perchè no?

La Chiesa ha bisogno di giovani controcorrente, di sposi bellissimi e innamorati, di uomini e donne pieni di Spirito Santo che vivono la loro vocazione con il sorriso. Perché la teoria è come le fondamenta, ma la pratica è quella che fa muovere l’anima.

“Il dire soltanto non trascina, ma il far vedere, sì!”, – diceva sempre la nostra influencer santa che citavo prima.

E un giovane è costantemente in ricerca di un esempio attraente e coraggioso che magari in famiglia gli è mancato, di qualcuno che lo faccia sognare e gli mostri la strada, che gli mostri che si può essere cattolici e felici, credenti e attraenti.

Tocca a noi, innamorati di Dio, prendere in mano la situazione: se da una parte c’è il rischio di montarsi la testa in modo narcisistico, mostrando solo se stessi e crogiolandosi nei like, dall’altra c’è il pericolo di nascondersi, pensando che il Vangelo si annunci da solo o tramite lettere anonime. L’una e l’altra sono strade che non portano alla meta, atteggiamenti che non servono a nulla nell’evangelizzazione.

Facciamo come i santi: alleniamoci ad essere noi stessi, a ricercare la Verità e a renderla visibile e concreta nella nostra persona, nel nostro modo di pensare e di parlare, e anche nel nostro corpo.

E non abbiamo paura di mostrarci alle persone che incontriamo, online e offline. In mezzo a tanti influencer che pubblicizzano marche e stili di vita mainstream, possono esserci influencer santi.

Una missione per tutti, se ci pensi.  Essere sale e lievito, risplendere con un astro in mezzo alle tenebre, riflettere la luce di Dio non come un semplice specchio, ma come solo tu puoi fare, con i tuoi talenti e la tua testimonianza, unica e diversa da qualsiasi altra.

Tu, con il tuo nome e la tua storia di innamorato Dio, puoi essere allo stesso tempo il messaggero e il messaggio del suo Amore per ogni uomo e per ogni donna.

Vincent Lambert: la vita va sempre difesa.

Vincent Lambert con i genitori

Di Sara Manzardo

 

Vincent è senza idratazione da 6 giorni, per volontà di un’ideologia di morte che considera indegno di vivere un uomo con #disabilità grave, e gli toglie l’unico supporto di cui ha bisogno, l’acqua e il cibo, condannandolo a una morte terribile.

Leggo il comunicato dei suoi #genitori, che si sono ormai arresi alla sua morte inevitabile, ma che non smettono di amarlo con tutte le forze e di pregare incessantemente per la sua #Vita che sta per iniziare.

Penso a quanta sofferenza stanno vivendo quella mamma e quel papà, nel sentirsi impotenti e schiacciati, di fronte a un figlio che soffre e che si aggrappa disperatamente alla vita, quella vita bella, piena, segnata dalla sofferenza ma anche dall’#amore. Quella vita che è dono di Dio e altri vorrebbero strappargli.

Penso a quanto mi si spezzerebbe il cuore nel vedermi vietare di dare da bere a mio figlio per 6 giorni e più, di ignorare il suo sguardo. Considerandolo indegno di vivere solo perché non riesce a parlare ed esprimere i suoi bisogni.

E penso che ciascuno di noi, oggi, abbia la grande #responsabilità di scegliere sempre la vita, di difenderla, di prendersene cura soprattutto quando è imperfetta, debole, completamente dipendente dagli altri. E di parlarne, perché chi è intorno a noi non si lasci ipnotizzare da quell’ideologia malata che chiama “vegetale” chi è malato, che non considera umano un bambino nel pancione, che cerca di risparmiare eliminando i disabili e gli anziani, che ti fa credere che il tuo valore dipenda da quanto sei in salute, da quanto produci, da quanto sai essere indipendente dagli altri.

Guardando il mio bambino di un mese che dorme beato, sazio e dissetato, l’unica cosa che riesco a fare è affidare lui e ognuno di noi, insieme a Vincent, a quel Dio che sulla #croce, di fronte a sua madre, diceva “ho sete”.

Non perché ci eviti ogni sofferenza, ma perché ci dia la forza di non arrenderci, il coraggio di #combattere per chi amiamo e per ogni uomo e ogni donna che soffrono, la #serenità di vivere ogni difficoltà con la certezza che in ogni momento possiamo scegliere di farci dissetare da Lui.

E di rinascere di nuovo, nonostante le condanne e le sentenze del mondo.

– Sara Manzardo

#jesoutienvincentlambert #scelgolavita #corxiii

Occhi nuovi – Prendi esempio ma sii te stesso

Prendi esempio ma sii te stesso

: : PRENDI ESEMPIO, MA SII TE STESSO! : : :
#occhinuovi

Lo ammetto, anche se non si dovrebbe “tifare” per un santo in particolare perché sarebbe come preferire un fratello maggiore tra i tanti… però, credo non sia scandaloso, ciascuno secondo la propria sensibilità, avere un #modello di riferimento, no? 😇

Insieme a sant’Ignazio di Loyola, mi piace san Francesco d’Assisi, un esempio per lo stesso fondatore dei gesuiti. Mi risulta facile amare la sua gioia, la sua generosità, la sua autenticità! Tuttavia, anch’io corro il rischio di ridurlo a un’immaginetta che impedisce di lasciarmi interrogare a fondo dalla sua persona e dalle sue #scelte.

Il “poverello d’Assisi” ha fatto davvero tantissime cose, impossibili da riassumere in poche righe. Di certo, non era un matto sognatore che in solitudine parlava con gli animali o un tipo solo ossessionato dalla povertà materiale. Fu un uomo pratico, di azione, perfino precipitoso nei compiti che si assumeva. 💪🏼

Ha scritto di lui G.K. Chesterton: «Noi non siamo mai saliti così in alto, perché non siamo mai scesi così in basso». Aveva infatti tanti #limiti e si riconosceva peccatore. Ma era animato da una #passione infuocata per Cristo che voleva imitare con tutto se stesso. 

Era un pellegrino che univa la giustizia verso i poveri, l’impegno concreto nella società del tempo, il raggiungimento della letizia perfetta e lo #sguardomeravigliato verso il cosmo. Un mistico che viveva in armonia con Dio, gli altri, se stesso e la natura. Un artista, perché sapeva cogliere il #mistero di ciò che lo circondava e ne cantava la bellezza, coinvolgendo tutti a lodare e amare Dio.

Ma quando osservo san Francesco la domanda che mi pongo non è tanto chi fosse lui, quanto chi sono io!

Sinceramente, non voglio assomigliargli… Perché Dio ha messo me, unico e insostituibile ai suoi occhi, in questo momento della storia umana, e non un altro. E mi chiama ad essere #segno del suo amore/ come posso esserlo solo io, con i miei pregi e i miei difetti, i miei slanci e le mie cadute, e non un altro. Forse è questa la #lezione più bella che mi ha lasciato san Francesco.

Un impegno concreto: Esiste un #santo o un beato particolare che ho preso a modello perché sento mi somiglia un po’? Cosa mi colpisce soprattutto di lui/lei?
Sono consapevole che Dio chiama anche me ad essere testimone del suo amore qui e ora? Come rispondo alla sua #chiamata?

Di Andrea Navarin

Occhi Nuovi – Fai fiorire il tuo deserto

Occhi nuovi - Andrea Navarin

: : : FAI FIORIRE IL TUO DESERTO :::
#occhinuovi

Quanti #deserti l’essere umano deve attraversare! Succede anche me, soprattutto quando perdo di vista l’amore di Dio e verso il #prossimo, la cura attenta per quanto mi circonda, la consapevolezza dei #doni piccoli o grandi che ricevo.

E sebbene possa avere la speranza che un #giardino mi attende, camminare sulla sabbia rimane faticoso e la sua aridità difficile da sopportare.

 Eppure, non dimentico che, all’inizio del mondo, Dio ha estratto dal deserto del nulla una #bellezza che mai si era vista prima. E può farlo anche dal mio deserto personale.

Spesso nella Bibbia il deserto viene presentato come uno spazio e un tempo necessario, seppur sofferto, dell’#innamoramento. Del perdersi per ritrovarsi, di una assenza (di Dio, dell’altro, di me stesso) utile per scoprire una forma di presenza più decisa.

E non dura in eterno, ma ha un limite: #quaranta. Che siano anni, stagioni, mesi o giorni nulla importa.

Rimane una possibilità e la sua durata è soprattutto un’occasione per crescere, per diventare dei guerrieri della #luce💪🏼

 Qualunque sia la sua funzione, il deserto rimane da attraversare, non da aggirare.

Perché un giardino non nasce giardino: è un deserto al quale sono stati accreditati #fiducia#pazienza e #attenzione. Arature, seminagioni, potature, innesti e annaffiamenti. In questo la natura è davvero una grande maestra, piena di insegnamenti.

E siccome ciascuno di noi è venuto al mondo per coltivare un giardino, attrezziamoci con la promessa di Dio: “Io ti sedurrò, ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore”. 

La “quaresima” di Gesù è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere il giardino della comunione con Dio. La nostra sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare innanzitutto dentro noi stessi una nuova #speranza

 Un impegno concreto: C’è un deserto che sto attraversando nella mia vita? Ha un nome?
 Come posso oggi cominciare a trasformare questo deserto in un giardino? Cosa devo cominciare a coltivare?

– Andrea Navarin

#corxiii #occhinuovi #quaresima 🎯

Vale la pena vivere?

vale la pena vivere?

di Mattia Negri – Responsabile del progetto per adolescenti Nello Sguardo di un Altro

Ci sono tre domande che ogni persona che decida di fare un cammino è chiamato a porsi. Tre interrogativi che ruotano intorno al centro dell’esistenza, tre questioni che chi vuol fare sul serio nella vita non può saltare. Esse aiutano a dare un senso e una direzione alla vita, iniziano già a raccontare il gusto di una pienezza che si scoprirà, passo dopo passo, lungo il cammino.

La prima domanda è questa: vale la pena vivere? Sembra essere scontata ma non lo è. È scontata per tutti quelli che non ascoltano il grido che sale da tante vite affaticate, l’urlo silenzioso del popolo che soffre e che fatica a dare una ragione seria per continuare il proprio cammino su questa terra. È anche cruccio quotidiano di tutti coloro che vivono in modo superficiale, non riuscendo a fare il salto che possa regalare una qualità migliore alla propria esistenza.

È domanda celata dietro la porta chiusa della camera di tanti ragazzi che nel silenzio della loro stanza si chiedono quale possa essere il senso di una vita che al momento sembra essere una battaglia difficile da vincere: a scuola dove le relazioni quotidiane con professori e compagni sembrano essere una fatica insostenibile; nel gruppo di amici che spesso risulta essere luogo di esclusione; nella relazione con l’altro sesso che fa emergere la paura di sentirsi inadeguati, premessa ad un rifiuto difficile da sostenere.

>Questa domanda non mente, anzi regala un sano realismo: “vale la pena” è modo di dire che mette in conto che il valore di una cosa è dato anche dalla fatica che essa comporta. E se è vero che la vita va accolta come un dono, probabilmente il più prezioso, lo è altrettanto che essa comporta la responsabilità di un impegno che porti verso il compimento: e non è facile, anzi è spesso faticoso. Ma la fatica stessa ne custodisce la preziosità, come la salita fa con il panorama che si gusta dalla vetta.

La seconda domanda è: per cosa vale la pena vivere? Sicuramente per vivere è necessario un senso, una direzione, un desiderio che da dentro faccia da motore per la vita. 

Si racconta che un giorno un uomo andò dall’Abbé Pierre manifestandogli il suo desiderio di suicidarsi. L’Abbè non si oppose al suo desiderio di togliersi la vita ma gli disse: “Sono solo e stanco: prima di andare ad ucciderti dammi una mano a costruire case per questi miei fratelli poveri”. L’uomo accettò ed iniziò ad aiutarlo in questo lavoro. Passarono gli anni e continuò ad aiutarlo. Quando giunse agli ultimi giorni della sua vita disse all’Abbè: “Se tu mi avessi dato del denaro, avrei ritentato il suicidio. Non mi mancava qualcosa per vivere, ma i motivi per farlo!”.

Ognuno di noi ha bisogno di dire a se stesso cosa lo spinge ad alzarsi alla mattina, quale sia la cosa per cui ama mettersi in gioco, quella per cui è disposto a giocarsi la vita. Perché la vita non prevede possibilità infinite, ma la necessità di essere capaci di scegliere un percorso preciso che metta in gioco i nostri talenti e che nella sua realizzazione doni gioia alla propria quotidianità.

La terza domanda è: per chi vale la pena vivere? C’è un’illusione dentro la quale tutti passiamo e molti rischiano di rimanere. Tutti desideriamo la felicità, tutti la cerchiamo in modo più o meno consapevole.

Il rischio è quello di cercarla nel modo e nel posto sbagliato. Se la cerchi in te stesso, in una realizzazione personale, non la troverai: è un’illusione. Se la trovi in uno o più volti da amare allora la incontrerai e la vedrai crescere. Infatti la gioia, quella vera, avendo a che fare con l’amore si realizza sempre nel mettersi a servizio della vita di un altro, nel renderla più bella, nell’essere partecipi del compimento della sua vocazione.

Chi ha paura di un cromosoma in più?

chi ha paura di un cromosoma in più

di Sara Manzardo

Sento mio figlio scalciare e cambiare posizione, rispondere alle carezze e al solletico con dei piccoli movimenti, riconoscere la voce di papà che gli canta la ninna nanna attraverso il pancione. Vedo che cresce, là dentro, e mi chiedo di che colore avrà gli occhi, come sarà il suo primo sorriso. Se anche avesse un cromosoma in più, forse non cambierebbe proprio nulla, non me ne accorgerei neanche. Quello che conta ora è che c’è un amore che cresce e che mi coinvolge, che dà linfa nuova alla nostra famiglia.

E un bambino con sindrome di down o con qualsiasi altra sindrome, tutto quello che chiede e tutto quello che dà è amore. Conosco coppie a cui era stato consigliato di abortire, che ora vivono la gioia di un bimbo che sì, forse ci metterà un po’ di più a raggiungere certi traguardi, ma che da subito ha imparato a dare amore, sorrisi e gioia ai suoi genitori e ai suoi fratelli.

L’amore non conta i cromosomi, perché l’Amore proprio non sa contare. Quello stesso amore che va in perdita, che dona tutto, che si spreca, come può fermarsi di fronte a un piccolo unico cromosoma in più? Quell’amore infinito e perfetto che tutti sogniamo e ci auguriamo, come può fermarsi di fronte a quella che il mondo chiama imperfezione?

È vero, c’è un amore extra che viene richiesto a quei genitori che hanno un figlio così. Ogni caso specifico richiede delle cure particolari, delle attenzioni maggiori, un piccolo surplus di pazienza e di attesa, la forza di rispondere magari anche alle solite stupide domande e considerazioni che la gente fa.

C’è un extra da considerare, che non è scontato, ma che ti salva la vita. Se hai dei figli o semplicemente se hai almeno un fratello, se sei un educatore in parrocchia, se fai volontariato o sogni di diventare un insegnante, sai bene che ogni bambino, ogni ragazzo, ogni anziano, ogni persona richiede un amore speciale, un modo di essere amato del tutto originale, diverso rispetto a tutti gli altri.

>L’amore non ama in serie, ama sul serio. E amare sul serio significa fare lo sforzo di donarsi e di gustare la bellezza là dove il mondo vede solo spreco e mancanza di produttività. Questo tipo di amore, agli occhi di un mondo abituato al massimo comfort e al minimo sforzo possibile, è assurdo da far paura.

E fa paura la gioia, perché ti mette in discussione e scardina quella prigione tanto comoda in cui ti sei chiuso, credendo di stare bene così. Se ci fai caso, un ventunesimo cromosoma è anche sintomo di felicità genuina, non costruita.

Quello che mi hanno insegnato i ragazzi down con cui ho avuto a che fare è che si può essere felici con poco, per le cose belle che spesso io do per scontate. Si può vivere senza il timore di esprimere i propri sentimenti, senza la paura di abbracciare qualcuno dicendogli “ti voglio bene”. Questo fa paura a tanti: la felicità. Perché, come cantava Max Pezzali “chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te”.

Ecco perché la sindrome di Down oggi fa paura. Anche se è stata studiata, anche se teoricamente dovremmo essere sempre più istruiti e inclusivi. La verità è che un mondo che ci vuole tutti ugualmente insoddisfatti e tristi, non può sopportare che la gioia esplosiva della vita fiorisca. Un mondo che ci insegna ad essere felici in base al grado di piacere che riceviamo dalle cose e dalle persone, non può concepire quella felicità gratuita che nasce dal semplice fatto di essere vivi e di sentirsi amati. Un mondo che ci valuta in base a quanto siamo prestanti e produttivi, non può sopportare che la fragilità sia accolta come una forza e come il più grande dei tesori da custodire.

Accogliere la vita significa allora vincere questa paura che il mondo vorrebbe metterti addosso, una paura di cui non devi vergognarti, perché non è una tua colpa, può essere naturale e può riguardare chiunque. Ma se prende il sopravvento può precluderti la gioia di poter amare e di essere amato.

Accogliere la vita significa andare controcorrente, là dove tutti ti direbbero che sei pazzo, che sarà troppo difficile, che non ne vale la pena, che il tuo imprevisto è una sfiga da evitare, una preoccupazione da levarti di dosso. Scegliere la vita, scoprire dove sta la vera gioia, amare senza contare e fare calcoli. È questa l’unica cosa che conta davvero.

 

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Leggi anche: 10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

Nello sguardo di un altro – percorso di fede per ragazzi dai 14 ai 19 anni

nello sguardo di un altro

Quando ci hanno parlato del percorso per adolescenti Nello sguardo di un altro, noi di Corxiii abbiamo deciso di andare a testarlo di persona. Lo abbiamo trovato così bello e così completo da non poter fare a meno di consigliarlo a tutti i gruppi giovanissimi, come percorso che ogni diocesi dovrebbe far partire! Ecco di cosa si tratta e quali sono i suoi obiettivi, ce lo racconta Mattia Negri, il responsabile del progetto.

Quando ci ritroviamo davanti ad un ragazzo che inizia un cammino con noi, custodiamo nel cuore alcuni desideri, pregustiamo la gioia di veder crescere in lui alcuni frutti. Sono cinque anche se in verità ne racchiudono altri più piccoli. E sono frutti perché la logica degli obiettivi da raggiungere non ci appartiene; preferiamo scorgere la presenza di germogli e accompagnarne la maturazione; siamo consapevoli di non poter generare il risultato ma di essere semplicemente coloro che si preoccupano di coltivare un terreno perché il processo giunga a compimento.

1. Il primo è lo sviluppo dell’identità o scoperta del progetto di Dio. La possibilità data ad un ragazzo di rispondere alla domanda chi sono io?. Un cammino di comprensione di sé che porta alla scoperta di essere custodi di un tesoro che abbiamo ricevuto in dono; la consapevolezza di non essere soli a sviluppare questo progetto, ma accompagnati da Colui che ci ha creati; la certezza che si è responsabili di un tesoro che è chiamato a fruttare il centuplo già su questa terra non per una soddisfazione personale, ma per vederlo crescere nella vita dei fratelli.

2. Il secondo è la gestione matura delle relazioni. Perché ogni adolescente quando inizia una relazione di amicizia porta nel cuore il desiderio che sia per sempre. Purtroppo non è stato avvisato che il per sempre non si improvvisa, ma si costruisce, giorno dopo giorno, apprendendo gli strumenti che custodiscono una relazione e allontanando tutti quei comportamenti che la mettono in pericolo.

3. Il terzo è la gestione matura del mondo affettivo. Perché l’adolescente vive l’esplosione di questo ambito della vita. E spesso non sa come gestirlo. Due domande accompagnano questa maturazione: Che uomo o donna voglio diventare? Che coppia voglio costruire? La psicologia parla di mentalizzazione, ossia la capacità di accogliere le trasformazioni che stanno accadendo nel corpo e saper dare un senso ai gesti compiuti attraverso di esso. La teologia porta a compimento tutto questo dicendo che il corpo è il luogo della manifestazione dell’amore che abita in una persona. E la sessualità porta con sé tutta la bellezza di gesti ai quali va restituito un senso profondo, perché non siano vissuti con superficialità. Essa è la manifestazione di una comunione di cuore e di una responsabilità che se non sono presenti nella relazione di coppia rischiano di farla disgregare fino a farla cessare.

4. Il quarto è entrare nella logica upsidedown del Vangelo. Quella per cui essere in cammino verso la felicità porta con sé la necessità di capire e vivere le beatitudini, ossia di permettere all’amore di dare un senso al nonsenso dell’essere afflitti, dell’essere perseguitati (leggi bullizzati per i ragazzi). Quella che vuole essere operatrice di pace in un mondo fortemente votato all’incapacità di gestire il conflitto in modo adeguato. Quella che non si pone obiettivi o che non si basa sulla logica dei risultati, perché ha imparato, come dicevamo all’inizio, che si tratta di coltivare un terreno per poter veder maturare i frutti.

5. Il quinto è scoperta della presenza del Padre. Ossia essere capaci di vivere una relazione profonda con un Padre, che attraverso la sua Parola, ha la possibilità di consegnarci consigli importanti in relazione alle sfide che ogni adolescente è chiamato ad affrontare nella sua quotidianità. È quindi un frutto trasversale agli altri perché permette di portare a compimento tutti i precedenti. E farlo non semplicemente per uno sforzo personale, non solo per l’aiuto di educatori che si sanno prendere cura, ma soprattutto per la presenza di un Padre provvidente che ha cura dei propri figli.

di Mattia Negri – responsabile del progetto

Se vuoi far partire il percorso anche nella tua parrocchia o nel tuo vicariato, o vuoi saperne di più, contatta l’associazione  Nello sguardo di un Altro!

OCCHI NUOVI – Per vivere la Quaresima con uno sguardo diverso sul mondo

a cura di Andrea Navarin

Nel suo recente Messaggio per la Quaresima, papa Francesco scrive: “La “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini”.

Se ci proiettiamo al mattino di Pasqua, è immediato ricordare il Risorto che appare a Maria Maddalena proprio nelle vesti di giardiniere. Egli cioè crea una umanità nuova e prende la figura di quel Dio che, al momento della creazione del mondo, realizza un giardino e lo affida alle cure di Adamo ed Eva. Il giardino in sé è un luogo di convivialità universale e il giardiniere è chiamato a curare con attenzione gli elementi e ad orchestrarli con amore.

Per prendere coscienza ed essere riconoscenti della convivialità di cui ogni cristiano è responsabile, il papa propone tre atteggiamenti fortemente legati al cammino quaresimale.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore.

Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia.

Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene.

E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità”.

Tre passi da gigante nella piena realizzazione di quella “ecologia integrale” che permette di educare lo sguardo mistico e poetico di san Francesco nei confronti del mondo, dei fratelli e di Dio, e che vorremmo coltivare attraverso un cammino speciale.

Ogni lunedì, mercoledì e venerdì, ti verrà proposto un invito per vivere una Quaresima diversa, guidata dalle parole di Papa Francesco e da alcune domande che si trasformino in gesti concreti di profonda conversione degli occhi e del cuore.

Tutta la creazione è “protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). Sei pronto a dare il tuo contributo a questa ardente aspettativa? Sei pronto a guardare con occhi nuovi la realtà che ti circonda?

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Digiunare… da se stessi

digiunare... da se stessi

di don Filippo Gorghetto 

Ogni anno, la Quaresima parte con delle indicazioni bel precise date durante il mercoledì delle ceneri: digiuno, elemosina e preghiera. In questa prima domenica ci presenta Gesù che passa quaranta giorni nel deserto e alla fine, giustamente, ha fame… e nonostante la proposta di Satana continua imperterrito nel suo non mangiare.

Se guardiamo bene, la Bibbia ci parla di un digiuno che più che un togliere, chiede di fare. Solo un esempio, da Isaia:

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Fare qualcosa di più per gli altri, in fondo, vuol dire fare qualcosa di meno per noi. Forse in questa quaresima ci viene chiesto di digiunare da noi stessi. Non nel senso che non pensiamo più a noi, ma nel senso che pensiamo di più agli altri che a noi.

E’ una sfida dura, ammettiamolo. Quante volte ci capita di voler aver ragione, quante volte pensiamo che siamo noi a ragionare correttamente, o che la soluzione migliore sia quella che proponiamo noi, o che il punto di vista migliore su una situazione sia il nostro. Un saggio dei nostri tempi dice ironicamente “È un peccato che le persone che sanno come far funzionare il paese siano troppo occupate a guidare taxi o a tagliare capelli.”

Gesù alla proposta del diavolo avrebbe potuto tranquillamente trasformare le rocce in pane, o gettarsi dal pinnacolo del tempio e volare o inventarsi qualcosa senza ricorrere agli angeli. Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. Perché ha lasciato da parte se stesso, e si è fidato e affidato a Dio. Sarebbe stato molto più facile risolvere al momento la situazione, ma sarebbe stato solamente negli interessi di Satana.

Digiuniamo, allora, digiuniamo. Facciamo digiuno dal nostro io, da noi stessi. Ci sarà più spazio per gli altri e per Dio. È vero, è più difficile, perché fare un passo indietro ci da quasi l’idea di essere perdenti, di essere deboli, ma in realtà sappiamo che proprio quando siamo deboli, allora siamo forti. Già sentita, no?

Outfit 2019: uno sguardo sincero, libero e davvero felice.

Outfit 2019

Di Sara Manzardo

Ho vissuto per anni a Venezia, e ora mi piace tornarci con Emanuele per mostrargli i posti nascosti, le calli meno trafficate, la vita quotidiana che precede l’arrivo giornaliero dei turisti. L’ultima volta che ci siamo stati, abbiamo deciso di uscire in strada di prima mattina: lui era pronto per partire in meno di 5 minuti, io in 10, senza pensare a truccarmi nei minimi dettagli: quando si cammina, si impara che è l’Essenziale a fare la differenza.

E quell’essenzialità che ci aveva fatto volutamente dimenticare a casa bagagli ingombranti, un trucco perfetto e un outfit studiato, ci ha permesso di partire leggeri, vivendo l’esperienza unica di chi trova la bellezza dell’alba là dove pochi andrebbero a cercarla.

Dopo lo splendore dell’alba che tinge di oro lo skyline veneziano, una messa nella cappellina sobria della sagrestia della Basilica di san Marco e una colazione vissuta senza corse o preoccupazioni per la giornata che iniziava, ecco affiorare piano piano i turisti, nei loro outfit impeccabili: wow, sembrava di essere dentro una pubblicità di Vogue!

E mentre Emanuele stava finendo il suo cappuccino, mi domanda: “ma a che serve essere così infighettati se poi hanno quelle facce tristi?”. Ed effettivamente l’ultima moda sembra un po’ questa: sguardi seriosi, distaccati e un po’ tristi, che non lasciano spazio a sorrisi sinceri e liberi e che sempre meno spesso lasciano posto all’originalità. Perché?

Ogni giorno vediamo intorno a noi persone leopardate, impellicciate, risvoltinate,  ma tristi.

Vediamo persone sulla carta perfette e realizzate, ma che nella loro cura minuziosa per valorizzare la loro esteriorità dimenticano che c’è un “accessorio” che non si può mascherare: lo sguardo. Non il volto, quello è facile, ma lo sguardo.

Te ne accorgi girando per una città turistica ed estroversa, ma lo puoi vivere tutti i giorni sulla tua pelle, quando prendi consapevolezza che la tua vita è segnata da un costante velo di ansia da perfezione, dalla convinzione che l’ammirazione dell’altro significhi una maggiore possibilità di essere amato e rispettato. Eppure non è per i punti di forza che cerchi di mostrare, ma è per la tua fragile bellezza nascosta che lo sguardo di chi sa amare si posa su di te. 

Una non sospetta Coco Chanel, che di bellezza se ne intendeva, diceva questo: “Gli unici occhi belli sono quelli che vi guardano con tenerezza”. Ed è vero, c’è una bellezza genuina e incontaminata che ti abita dentro e che cerca solo di emergere attraverso i tuoi gesti quotidiani, attraverso la tua capacità di guardare l’altro con stupore e con tenerezza.

Allora il migliore outfit che puoi scegliere, è scientificamente provato, è il tuo sorriso. Non quello costruito davanti allo specchio o grazie alle prove del selfie perfetto, non quello dai denti finlandesi e sbiancati, non quello di circostanza.

Il tuo migliore abito è quel sorriso che spunta senza che tu te ne accorga, che non si limita ad un’espressione facciale provvisoria: l’abito più bello è quel sorriso che nasce come conseguenza di ciò che abita di bello nel tuo cuore.

Ed è vero o no: il sorriso imperfetto di una persona felice e serena non è contagioso? Non rischia di farti sentire misteriosamente amato e accolto anche se non ti conosce per niente?

Anche per chi crede, lo sguardo, con il suo sorriso sincero, a maggior ragione, diventa l’outfit senza confronti, 4 stagioni su 4.

“Crederò al Risorto quando incontrerò persone che lo hanno incontrato”. È la parafrasi di una citazione di Nietzsche, che riassume un po’ le perplessità delle persone che incontriamo ogni giorno. Se sei cristiano, dimostramelo, sembrano dirci i nostri coetanei. Se mi dici che la tua vita è diversa, è piena, è bella, fammelo vedere.

Perché non arriverò a credere in Dio per una serie di prediche convincenti e ragionamenti razionali sulla Sua esistenza, né per paura di finire all’inferno, né per semplice necessità di spiritualità. Crederò a quello in cui credi tu solo quando il tuo volto si mostrerà trasfigurato dalla gioia di vivere un Incontro, e ti ancora di più, quando ti vedrò sinceramente gioire o piangere per quello che ho nel cuore e che nessun altro sembra vedere. 

Crederò al Risorto quando imbattendomi nei tuoi occhi – e non in quello che indossi o nella tua dialettica – riuscirò a riconoscere davvero la bellezza della Vita che fiorisce.