Vale la pena vivere?

vale la pena vivere?

di Mattia Negri – Responsabile del progetto per adolescenti Nello Sguardo di un Altro

Ci sono tre domande che ogni persona che decida di fare un cammino è chiamato a porsi. Tre interrogativi che ruotano intorno al centro dell’esistenza, tre questioni che chi vuol fare sul serio nella vita non può saltare. Esse aiutano a dare un senso e una direzione alla vita, iniziano già a raccontare il gusto di una pienezza che si scoprirà, passo dopo passo, lungo il cammino.

La prima domanda è questa: vale la pena vivere? Sembra essere scontata ma non lo è. È scontata per tutti quelli che non ascoltano il grido che sale da tante vite affaticate, l’urlo silenzioso del popolo che soffre e che fatica a dare una ragione seria per continuare il proprio cammino su questa terra. È anche cruccio quotidiano di tutti coloro che vivono in modo superficiale, non riuscendo a fare il salto che possa regalare una qualità migliore alla propria esistenza.

È domanda celata dietro la porta chiusa della camera di tanti ragazzi che nel silenzio della loro stanza si chiedono quale possa essere il senso di una vita che al momento sembra essere una battaglia difficile da vincere: a scuola dove le relazioni quotidiane con professori e compagni sembrano essere una fatica insostenibile; nel gruppo di amici che spesso risulta essere luogo di esclusione; nella relazione con l’altro sesso che fa emergere la paura di sentirsi inadeguati, premessa ad un rifiuto difficile da sostenere.

Questa domanda non mente, anzi regala un sano realismo: “vale la pena” è modo di dire che mette in conto che il valore di una cosa è dato anche dalla fatica che essa comporta. E se è vero che la vita va accolta come un dono, probabilmente il più prezioso, lo è altrettanto che essa comporta la responsabilità di un impegno che porti verso il compimento: e non è facile, anzi è spesso faticoso. Ma la fatica stessa ne custodisce la preziosità, come la salita fa con il panorama che si gusta dalla vetta.

La seconda domanda è: per cosa vale la pena vivere? Sicuramente per vivere è necessario un senso, una direzione, un desiderio che da dentro faccia da motore per la vita. 

Si racconta che un giorno un uomo andò dall’Abbé Pierre manifestandogli il suo desiderio di suicidarsi. L’Abbè non si oppose al suo desiderio di togliersi la vita ma gli disse: “Sono solo e stanco: prima di andare ad ucciderti dammi una mano a costruire case per questi miei fratelli poveri”. L’uomo accettò ed iniziò ad aiutarlo in questo lavoro. Passarono gli anni e continuò ad aiutarlo. Quando giunse agli ultimi giorni della sua vita disse all’Abbè: “Se tu mi avessi dato del denaro, avrei ritentato il suicidio. Non mi mancava qualcosa per vivere, ma i motivi per farlo!”.

Ognuno di noi ha bisogno di dire a se stesso cosa lo spinge ad alzarsi alla mattina, quale sia la cosa per cui ama mettersi in gioco, quella per cui è disposto a giocarsi la vita. Perché la vita non prevede possibilità infinite, ma la necessità di essere capaci di scegliere un percorso preciso che metta in gioco i nostri talenti e che nella sua realizzazione doni gioia alla propria quotidianità.

La terza domanda è: per chi vale la pena vivere? C’è un’illusione dentro la quale tutti passiamo e molti rischiano di rimanere. Tutti desideriamo la felicità, tutti la cerchiamo in modo più o meno consapevole.

Il rischio è quello di cercarla nel modo e nel posto sbagliato. Se la cerchi in te stesso, in una realizzazione personale, non la troverai: è un’illusione. Se la trovi in uno o più volti da amare allora la incontrerai e la vedrai crescere. Infatti la gioia, quella vera, avendo a che fare con l’amore si realizza sempre nel mettersi a servizio della vita di un altro, nel renderla più bella, nell’essere partecipi del compimento della sua vocazione.

Chi ha paura di un cromosoma in più?

chi ha paura di un cromosoma in più

di Sara Manzardo

Sento mio figlio scalciare e cambiare posizione, rispondere alle carezze e al solletico con dei piccoli movimenti, riconoscere la voce di papà che gli canta la ninna nanna attraverso il pancione. Vedo che cresce, là dentro, e mi chiedo di che colore avrà gli occhi, come sarà il suo primo sorriso. Se anche avesse un cromosoma in più, forse non cambierebbe proprio nulla, non me ne accorgerei neanche. Quello che conta ora è che c’è un amore che cresce e che mi coinvolge, che dà linfa nuova alla nostra famiglia.

E un bambino con sindrome di down o con qualsiasi altra sindrome, tutto quello che chiede e tutto quello che dà è amore. Conosco coppie a cui era stato consigliato di abortire, che ora vivono la gioia di un bimbo che sì, forse ci metterà un po’ di più a raggiungere certi traguardi, ma che da subito ha imparato a dare amore, sorrisi e gioia ai suoi genitori e ai suoi fratelli.

L’amore non conta i cromosomi, perché l’Amore proprio non sa contare. Quello stesso amore che va in perdita, che dona tutto, che si spreca, come può fermarsi di fronte a un piccolo unico cromosoma in più? Quell’amore infinito e perfetto che tutti sogniamo e ci auguriamo, come può fermarsi di fronte a quella che il mondo chiama imperfezione?

È vero, c’è un amore extra che viene richiesto a quei genitori che hanno un figlio così. Ogni caso specifico richiede delle cure particolari, delle attenzioni maggiori, un piccolo surplus di pazienza e di attesa, la forza di rispondere magari anche alle solite stupide domande e considerazioni che la gente fa.

C’è un extra da considerare, che non è scontato, ma che ti salva la vita. Se hai dei figli o semplicemente se hai almeno un fratello, se sei un educatore in parrocchia, se fai volontariato o sogni di diventare un insegnante, sai bene che ogni bambino, ogni ragazzo, ogni anziano, ogni persona richiede un amore speciale, un modo di essere amato del tutto originale, diverso rispetto a tutti gli altri.

L’amore non ama in serie, ama sul serio. E amare sul serio significa fare lo sforzo di donarsi e di gustare la bellezza là dove il mondo vede solo spreco e mancanza di produttività. Questo tipo di amore, agli occhi di un mondo abituato al massimo comfort e al minimo sforzo possibile, è assurdo da far paura.

E fa paura la gioia, perché ti mette in discussione e scardina quella prigione tanto comoda in cui ti sei chiuso, credendo di stare bene così. Se ci fai caso, un ventunesimo cromosoma è anche sintomo di felicità genuina, non costruita.

Quello che mi hanno insegnato i ragazzi down con cui ho avuto a che fare è che si può essere felici con poco, per le cose belle che spesso io do per scontate. Si può vivere senza il timore di esprimere i propri sentimenti, senza la paura di abbracciare qualcuno dicendogli “ti voglio bene”. Questo fa paura a tanti: la felicità. Perché, come cantava Max Pezzali “chi è deserto non vuole che qualcosa fiorisca in te”.

Ecco perché la sindrome di Down oggi fa paura. Anche se è stata studiata, anche se teoricamente dovremmo essere sempre più istruiti e inclusivi. La verità è che un mondo che ci vuole tutti ugualmente insoddisfatti e tristi, non può sopportare che la gioia esplosiva della vita fiorisca. Un mondo che ci insegna ad essere felici in base al grado di piacere che riceviamo dalle cose e dalle persone, non può concepire quella felicità gratuita che nasce dal semplice fatto di essere vivi e di sentirsi amati. Un mondo che ci valuta in base a quanto siamo prestanti e produttivi, non può sopportare che la fragilità sia accolta come una forza e come il più grande dei tesori da custodire.

Accogliere la vita significa allora vincere questa paura che il mondo vorrebbe metterti addosso, una paura di cui non devi vergognarti, perché non è una tua colpa, può essere naturale e può riguardare chiunque. Ma se prende il sopravvento può precluderti la gioia di poter amare e di essere amato.

Accogliere la vita significa andare controcorrente, là dove tutti ti direbbero che sei pazzo, che sarà troppo difficile, che non ne vale la pena, che il tuo imprevisto è una sfiga da evitare, una preoccupazione da levarti di dosso. Scegliere la vita, scoprire dove sta la vera gioia, amare senza contare e fare calcoli. È questa l’unica cosa che conta davvero.

 

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Leggi anche: 10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

Nello sguardo di un altro – percorso di fede per ragazzi dai 14 ai 19 anni

nello sguardo di un altro

Quando ci hanno parlato del percorso per adolescenti Nello sguardo di un altro, noi di Corxiii abbiamo deciso di andare a testarlo di persona. Lo abbiamo trovato così bello e così completo da non poter fare a meno di consigliarlo a tutti i gruppi giovanissimi, come percorso che ogni diocesi dovrebbe far partire! Ecco di cosa si tratta e quali sono i suoi obiettivi, ce lo racconta Mattia Negri, il responsabile del progetto.

Quando ci ritroviamo davanti ad un ragazzo che inizia un cammino con noi, custodiamo nel cuore alcuni desideri, pregustiamo la gioia di veder crescere in lui alcuni frutti. Sono cinque anche se in verità ne racchiudono altri più piccoli. E sono frutti perché la logica degli obiettivi da raggiungere non ci appartiene; preferiamo scorgere la presenza di germogli e accompagnarne la maturazione; siamo consapevoli di non poter generare il risultato ma di essere semplicemente coloro che si preoccupano di coltivare un terreno perché il processo giunga a compimento.

1. Il primo è lo sviluppo dell’identità o scoperta del progetto di Dio. La possibilità data ad un ragazzo di rispondere alla domanda chi sono io?. Un cammino di comprensione di sé che porta alla scoperta di essere custodi di un tesoro che abbiamo ricevuto in dono; la consapevolezza di non essere soli a sviluppare questo progetto, ma accompagnati da Colui che ci ha creati; la certezza che si è responsabili di un tesoro che è chiamato a fruttare il centuplo già su questa terra non per una soddisfazione personale, ma per vederlo crescere nella vita dei fratelli.

2. Il secondo è la gestione matura delle relazioni. Perché ogni adolescente quando inizia una relazione di amicizia porta nel cuore il desiderio che sia per sempre. Purtroppo non è stato avvisato che il per sempre non si improvvisa, ma si costruisce, giorno dopo giorno, apprendendo gli strumenti che custodiscono una relazione e allontanando tutti quei comportamenti che la mettono in pericolo.

3. Il terzo è la gestione matura del mondo affettivo. Perché l’adolescente vive l’esplosione di questo ambito della vita. E spesso non sa come gestirlo. Due domande accompagnano questa maturazione: Che uomo o donna voglio diventare? Che coppia voglio costruire? La psicologia parla di mentalizzazione, ossia la capacità di accogliere le trasformazioni che stanno accadendo nel corpo e saper dare un senso ai gesti compiuti attraverso di esso. La teologia porta a compimento tutto questo dicendo che il corpo è il luogo della manifestazione dell’amore che abita in una persona. E la sessualità porta con sé tutta la bellezza di gesti ai quali va restituito un senso profondo, perché non siano vissuti con superficialità. Essa è la manifestazione di una comunione di cuore e di una responsabilità che se non sono presenti nella relazione di coppia rischiano di farla disgregare fino a farla cessare.

4. Il quarto è entrare nella logica upsidedown del Vangelo. Quella per cui essere in cammino verso la felicità porta con sé la necessità di capire e vivere le beatitudini, ossia di permettere all’amore di dare un senso al nonsenso dell’essere afflitti, dell’essere perseguitati (leggi bullizzati per i ragazzi). Quella che vuole essere operatrice di pace in un mondo fortemente votato all’incapacità di gestire il conflitto in modo adeguato. Quella che non si pone obiettivi o che non si basa sulla logica dei risultati, perché ha imparato, come dicevamo all’inizio, che si tratta di coltivare un terreno per poter veder maturare i frutti.

5. Il quinto è scoperta della presenza del Padre. Ossia essere capaci di vivere una relazione profonda con un Padre, che attraverso la sua Parola, ha la possibilità di consegnarci consigli importanti in relazione alle sfide che ogni adolescente è chiamato ad affrontare nella sua quotidianità. È quindi un frutto trasversale agli altri perché permette di portare a compimento tutti i precedenti. E farlo non semplicemente per uno sforzo personale, non solo per l’aiuto di educatori che si sanno prendere cura, ma soprattutto per la presenza di un Padre provvidente che ha cura dei propri figli.

di Mattia Negri – responsabile del progetto

Se vuoi far partire il percorso anche nella tua parrocchia o nel tuo vicariato, o vuoi saperne di più, contatta l’associazione  Nello sguardo di un Altro!

OCCHI NUOVI – Per vivere la Quaresima con uno sguardo diverso sul mondo

a cura di Andrea Navarin

Nel suo recente Messaggio per la Quaresima, papa Francesco scrive: “La “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini”.

Se ci proiettiamo al mattino di Pasqua, è immediato ricordare il Risorto che appare a Maria Maddalena proprio nelle vesti di giardiniere. Egli cioè crea una umanità nuova e prende la figura di quel Dio che, al momento della creazione del mondo, realizza un giardino e lo affida alle cure di Adamo ed Eva. Il giardino in sé è un luogo di convivialità universale e il giardiniere è chiamato a curare con attenzione gli elementi e ad orchestrarli con amore.

Per prendere coscienza ed essere riconoscenti della convivialità di cui ogni cristiano è responsabile, il papa propone tre atteggiamenti fortemente legati al cammino quaresimale.

Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore.

Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia.

Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene.

E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità”.

Tre passi da gigante nella piena realizzazione di quella “ecologia integrale” che permette di educare lo sguardo mistico e poetico di san Francesco nei confronti del mondo, dei fratelli e di Dio, e che vorremmo coltivare attraverso un cammino speciale.

Ogni lunedì, mercoledì e venerdì, ti verrà proposto un invito per vivere una Quaresima diversa, guidata dalle parole di Papa Francesco e da alcune domande che si trasformino in gesti concreti di profonda conversione degli occhi e del cuore.

Tutta la creazione è “protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). Sei pronto a dare il tuo contributo a questa ardente aspettativa? Sei pronto a guardare con occhi nuovi la realtà che ti circonda?

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Digiunare… da se stessi

digiunare... da se stessi

di don Filippo Gorghetto 

Ogni anno, la Quaresima parte con delle indicazioni bel precise date durante il mercoledì delle ceneri: digiuno, elemosina e preghiera. In questa prima domenica ci presenta Gesù che passa quaranta giorni nel deserto e alla fine, giustamente, ha fame… e nonostante la proposta di Satana continua imperterrito nel suo non mangiare.

Se guardiamo bene, la Bibbia ci parla di un digiuno che più che un togliere, chiede di fare. Solo un esempio, da Isaia:

Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi
e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza trascurare i tuoi parenti?

Fare qualcosa di più per gli altri, in fondo, vuol dire fare qualcosa di meno per noi. Forse in questa quaresima ci viene chiesto di digiunare da noi stessi. Non nel senso che non pensiamo più a noi, ma nel senso che pensiamo di più agli altri che a noi.

E’ una sfida dura, ammettiamolo. Quante volte ci capita di voler aver ragione, quante volte pensiamo che siamo noi a ragionare correttamente, o che la soluzione migliore sia quella che proponiamo noi, o che il punto di vista migliore su una situazione sia il nostro. Un saggio dei nostri tempi dice ironicamente “È un peccato che le persone che sanno come far funzionare il paese siano troppo occupate a guidare taxi o a tagliare capelli.”

Gesù alla proposta del diavolo avrebbe potuto tranquillamente trasformare le rocce in pane, o gettarsi dal pinnacolo del tempio e volare o inventarsi qualcosa senza ricorrere agli angeli. Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. Perché ha lasciato da parte se stesso, e si è fidato e affidato a Dio. Sarebbe stato molto più facile risolvere al momento la situazione, ma sarebbe stato solamente negli interessi di Satana.

Digiuniamo, allora, digiuniamo. Facciamo digiuno dal nostro io, da noi stessi. Ci sarà più spazio per gli altri e per Dio. È vero, è più difficile, perché fare un passo indietro ci da quasi l’idea di essere perdenti, di essere deboli, ma in realtà sappiamo che proprio quando siamo deboli, allora siamo forti. Già sentita, no?

Outfit 2019: uno sguardo sincero, libero e davvero felice.

Outfit 2019

Di Sara Manzardo

Ho vissuto per anni a Venezia, e ora mi piace tornarci con Emanuele per mostrargli i posti nascosti, le calli meno trafficate, la vita quotidiana che precede l’arrivo giornaliero dei turisti. L’ultima volta che ci siamo stati, abbiamo deciso di uscire in strada di prima mattina: lui era pronto per partire in meno di 5 minuti, io in 10, senza pensare a truccarmi nei minimi dettagli: quando si cammina, si impara che è l’Essenziale a fare la differenza.

E quell’essenzialità che ci aveva fatto volutamente dimenticare a casa bagagli ingombranti, un trucco perfetto e un outfit studiato, ci ha permesso di partire leggeri, vivendo l’esperienza unica di chi trova la bellezza dell’alba là dove pochi andrebbero a cercarla.

Dopo lo splendore dell’alba che tinge di oro lo skyline veneziano, una messa nella cappellina sobria della sagrestia della Basilica di san Marco e una colazione vissuta senza corse o preoccupazioni per la giornata che iniziava, ecco affiorare piano piano i turisti, nei loro outfit impeccabili: wow, sembrava di essere dentro una pubblicità di Vogue!

E mentre Emanuele stava finendo il suo cappuccino, mi domanda: “ma a che serve essere così infighettati se poi hanno quelle facce tristi?”. Ed effettivamente l’ultima moda sembra un po’ questa: sguardi seriosi, distaccati e un po’ tristi, che non lasciano spazio a sorrisi sinceri e liberi e che sempre meno spesso lasciano posto all’originalità. Perché?

Ogni giorno vediamo intorno a noi persone leopardate, impellicciate, risvoltinate,  ma tristi.

Vediamo persone sulla carta perfette e realizzate, ma che nella loro cura minuziosa per valorizzare la loro esteriorità dimenticano che c’è un “accessorio” che non si può mascherare: lo sguardo. Non il volto, quello è facile, ma lo sguardo.

Te ne accorgi girando per una città turistica ed estroversa, ma lo puoi vivere tutti i giorni sulla tua pelle, quando prendi consapevolezza che la tua vita è segnata da un costante velo di ansia da perfezione, dalla convinzione che l’ammirazione dell’altro significhi una maggiore possibilità di essere amato e rispettato. Eppure non è per i punti di forza che cerchi di mostrare, ma è per la tua fragile bellezza nascosta che lo sguardo di chi sa amare si posa su di te. 

Una non sospetta Coco Chanel, che di bellezza se ne intendeva, diceva questo: “Gli unici occhi belli sono quelli che vi guardano con tenerezza”. Ed è vero, c’è una bellezza genuina e incontaminata che ti abita dentro e che cerca solo di emergere attraverso i tuoi gesti quotidiani, attraverso la tua capacità di guardare l’altro con stupore e con tenerezza.

Allora il migliore outfit che puoi scegliere, è scientificamente provato, è il tuo sorriso. Non quello costruito davanti allo specchio o grazie alle prove del selfie perfetto, non quello dai denti finlandesi e sbiancati, non quello di circostanza.

Il tuo migliore abito è quel sorriso che spunta senza che tu te ne accorga, che non si limita ad un’espressione facciale provvisoria: l’abito più bello è quel sorriso che nasce come conseguenza di ciò che abita di bello nel tuo cuore.

Ed è vero o no: il sorriso imperfetto di una persona felice e serena non è contagioso? Non rischia di farti sentire misteriosamente amato e accolto anche se non ti conosce per niente?

Anche per chi crede, lo sguardo, con il suo sorriso sincero, a maggior ragione, diventa l’outfit senza confronti, 4 stagioni su 4.

“Crederò al Risorto quando incontrerò persone che lo hanno incontrato”. È la parafrasi di una citazione di Nietzsche, che riassume un po’ le perplessità delle persone che incontriamo ogni giorno. Se sei cristiano, dimostramelo, sembrano dirci i nostri coetanei. Se mi dici che la tua vita è diversa, è piena, è bella, fammelo vedere.

Perché non arriverò a credere in Dio per una serie di prediche convincenti e ragionamenti razionali sulla Sua esistenza, né per paura di finire all’inferno, né per semplice necessità di spiritualità. Crederò a quello in cui credi tu solo quando il tuo volto si mostrerà trasfigurato dalla gioia di vivere un Incontro, e ti ancora di più, quando ti vedrò sinceramente gioire o piangere per quello che ho nel cuore e che nessun altro sembra vedere. 

Crederò al Risorto quando imbattendomi nei tuoi occhi – e non in quello che indossi o nella tua dialettica – riuscirò a riconoscere davvero la bellezza della Vita che fiorisce. 

10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

10 motivi per cui scegliere la vita è il vero progresso

di Sara Manzardo

Il vero atto rivoluzionario, oggi, è scegliere la vita là dove il mondo ti spingerebbe a gettare la spugna. Eppure noi cristiani, che dovremmo essere i portatori di un messaggio di vita e di una saggezza evangelica sconvolgente, molto spesso restiamo timidamente intimoriti dalle tesi di una società che vede il piccolo e il fragile come un peso, e che di fronte alla solitudine di una madre in attesa propone come soluzione l’aborto.

Oggi tocca a noi giovani dimostrare che il vero progresso è quello che sceglie la vita e la difende, con il buonsenso e l’intelligenza di chi non combatte per ideologia o per partito preso, ma perché la sua ragione e il suo studio approfondito confermano i valori in cui crede. Per difendere la vita in modo coerente e convincente, però, occorre formarsi e conoscere.

Ecco allora 10 delle tesi più usate a favore dell’aborto e le 10 (e più) risposte da dare per dimostrare che scegliere la vita è sempre vincente:

 

1. “Fino al terzo mese non è vita”. L’idea di difendere qualcosa che nell’immaginario collettivo è un grumo di cellule privo di vita, e quindi non cosciente e incapace di sentire dolore e provare sentimenti, appare a molti insensata. Eppure è vero il contrario: il bambino che porti in grembo – dall’istante del concepimento, e non da un determinato momento della gravidanza – è un essere vivente diverso da te. Già nella primissima fase embrionale la nuova creatura invia messaggi all’organismo materno, si fa riconoscere come essere vivente autonomo proprio per non farsi espellere, ma al contrario per farsi proteggere e nutrire fino alla nascita. Dal recente studio della Rockefeller University di New York e dell’Università di Cambridge, risulta che l’embrione è da subito capace di auto-organizzarsi autonomamente anche in assenza di segnali esterni. Questo significa che è vita sin dal concepimento, momento in cui inizia il dialogo materno-embrionale e in cui, secondo la scienza, inizia ufficialmente il ciclo vitale della persona.

 

2. “Per avere un figlio servono i soldi”. Moltissime donne si ritrovano da sole di fronte a una gravidanza inaspettata, non sanno come mantenere il figlio o come garantirgli un’infanzia dignitosa. Sono motivazioni che preoccuperebbero ogni persona responsabile, ma che non dovrebbero impedire a una madre di poter comunque accogliere la vita che porta in sé. Il benessere economico è importante, ma non vale la vita di un bambino che chiede solo protezione e amore. La soluzione al problema, sempre più diffuso, esiste: associazioni, Cav, parrocchie, vicini di casa pronti a dare una mano… Nessuna madre merita di essere lasciata sola e di vedersi costretta a rinunciare a suo figlio per motivi economici.

 

3. “Questa gravidanza è stata un errore”. Le cosiddette gravidanze indesiderate sono per lo più dovute a “incidenti di percorso”, calcoli sbagliati, metodi di contraccezione non efficaci. Se anche il concepimento è stato un “errore”, se anche non è stato desiderato o atteso, il frutto che ne è nato non si sta sviluppando e non sta crescendo come un errore. Dai primissimi istanti della sua vita intrauterina, il bambino si forma in modo perfetto e strabiliante, senza alcun aiuto esterno. Rimediare ad un errore di percorso eliminando la creatura che miracolosamente ha già preso posto in te, è l’unico vero grande errore che puoi fare.

 

4. “Un bambino è un ostacolo alla carriera”. È vero che una gravidanza cambia le priorità, perché ti costringe a rivedere progetti e piani in diversi ambiti della tua vita. Un ricalcolo delle priorità, però, non è per forza un ostacolo alla propria felicità e alla propria realizzazione: oggigiorno sempre più madri riescono ad avere successo nel lavoro e a seguire i propri interessi. Se tutti i datori di lavoro conoscessero la ricchezza che può portare una madre in un’azienda, in termini di capacità organizzative, team building, intraprendenza e umanità, la crisi economica verrebbe sconfitta nel giro di pochi anni.

 

5. “Non posso tenere un bambino che non è frutto di amore”. Una delle tesi a favore dell’aborto riguarda le gravidanze che seguono violenze o semplicemente storie finite nel rancore e nella menzogna. Il dolore che può esserci non deve essere banalizzato, perché reale, ma allo stesso tempo è vero anche che un figlio non è il promemoria di uno sbaglio o di una violenza subita. Uccidere un innocente non può in alcun modo essere considerata una valida terapia, perché provoca inevitabilmente un dolore uguale o più grande, mentre può esserlo difendere la vita che è nata da un atto di violenza, tenendola con sé o comunque dando il bambino in adozione dopo la nascita. In questo modo non si aggiunge dolore al dolore, ma si fa fiorire la vita là dove sembrava esserci stato solo dolore e sofferenza.

 

6. “Se è malato o disabile, soffrirà”. La sofferenza, la malattia e la morte non appartengono esclusivamente a chi nasce con disabilità o malattie, ma fanno parte della vita di ciascuno. Di fronte a una gravidanza difficile, è importante che vengano richiesti e offerti tutti gli aiuti necessari e il sostegno concreto per alleviare la fatica e le difficoltà che probabilmente non mancheranno. Ma prima di rinunciare a far nascere una creatura perché potrebbe non avere una vita “normale”, pensaci: se scegli di abortire, non vedrà mai la luce e si accorgerà in quell’istante, in cui sarà cosciente, di non essere desiderato e amato; se scegli la vita rischia di nascere e di soffrire o di vivere poco tempo. Ma rischia anche di essere amato e di amare, di sentirsi accolto e difeso, di guardarti negli occhi e gustarsi il tuo abbraccio ogni volta che ne sentirà il bisogno.

 

7. “Un figlio richiede troppi sacrifici”. È vero, richiede sacrifici. Ma forse abbiamo una concezione negativa di questo termine, che letteralmente significa “rendere sacro”. Nessuno può negare che l’arrivo di un figlio porti con sé la richiesta di maggiori attenzioni, di piccole e grandi rinunce, di una fatica extra. Ma questo è ciò che chiunque accetta quando si pone una meta da raggiungere, in ambito lavorativo, sportivo, scolastico… la differenza tra “privazione” e “sacrificio” sta proprio nella motivazione per cui decidi di ricalcolare il tuo stile di vita e le tue comodità. Se questa motivazione è una creatura che avrà il tuo sorriso, il gioco vale la candela.

 

8. “Non ha senso fare figli se per loro non c’è futuro”. Viviamo in un’epoca difficile per molti aspetti, ma non si può negare che, rispetto ad altri momenti storici, questo sia caratterizzato da un relativo benessere e da una certa stabilità. Molte volte si sente dire che mettere al mondo un figlio è un atto di egoismo, perché verrà condannato a fatiche, a possibili future guerre, all’inquinamento e chi più ne ha più ne metta. Eppure, scegliere la vita significa scegliere una speranza concreta per questo mondo, donare un’opportunità nuova e unica per far sì che l’umanità non muoia, ma cresca in amore, in responsabilità, in cooperazione, in relazione.

 

9. “Tenere o non tenere il bambino è una scelta della donna”. Una delle tesi a favore dell’aborto sostiene che questo riguardi solamente la donna, che liberamente può scegliere di eliminare il frutto del concepimento senza avere conseguenze particolari. La verità è che in una gravidanza sono coinvolte sempre almeno due persone, in stretta relazione e incredibilmente interdipendenti. Al di là della sindrome postaborto e della depressione che esso causa nella madre, di cui già si conosce qualcosa, secondo uno studio dell’Arizona State University dal momento del concepimento alla nascita alcune cellule del feto passano dalla placenta al sangue materno, arrivando nei tessuti e fino al cervello, stabilendosi lì fino addirittura ai 38 anni successivi e condizionando la relazione e l’attaccamento madre-figlio per tutta la vita. Il legame che si crea tra madre e figlio, quindi, non è solo psicologico ma anche estremamente fisico e permanente, anche nel caso in cui la gravidanza non venga subito accettata e accolta.

 

10. “Non mi sento pronta per essere madre”. Questo è l’ultimo ostacolo, ed è quello che accomuna forse tutte le madri di questa terra. Anche se hai da sempre desiderato un figlio, arriva il momento in cui il test di gravidanza ti scuote e ti comunica che c’è già qualcuno che si fa spazio dentro di te, e allora non sai bene se essere più felice o più preoccupata. Quel senso di insicurezza e di inadeguatezza che nasce è del tutto normale, ma non deve travolgerti. Ci saranno nove mesi di tempo in cui giorno dopo giorno, in un modo incredibile, il tuo corpo si preparerà, ti manderà segnali, ti insegnerà le cose giuste da fare. Ci saranno nove mesi in cui curiosamente incontrerai persone che ti arriveranno con dei vestitini usati o con le informazioni che cercavi. Nove mesi in cui piano piano conoscerai tuo figlio, sentendolo scalciare, fare le capriole, anche quando tutti intorno a te vedranno solamente una pancia che cresce. Fidati di te stessa, della tua forza e della tua intuizione: se scegli la vita, la vita sarà abbondante e piena. Avrà gli occhi del tuo stesso colore e ripagherà ogni piccola paura e ogni piccola insicurezza che potrai avere.

Giovani e fede: ecco cosa puoi fare per avvicinare i tuoi coetanei a Dio

Giovani e fede: ecco cosa puoi fare per avvicinare i tuoi coetanei a Dio

di Sara Manzardo

Fammi vedere in che cosa credi veramente, e ti dirò chi sei.

La sfida più grande per noi giovani cristiani è, oggi, quella di contagiare i nostri coetanei con la bellezza della fede. Il fatto che le chiese siano vuote – soprattutto di under 40 – non è colpa dell’insensibilità e della superficialità delle nuove generazioni, quanto piuttosto di un modo sbagliato, superficiale e non abbastanza efficace che fino ad ora è stato adottato per mostrarci che è bello credere, è bello vivere la Chiesa, è bello trovare il senso della propria vita.

Scriveva don Oreste Benzi: “guai a me se non predicassi il Vangelo, perché priverei gli uomini dell’incontro con Gesù”. Credo sia questo il motivo che dovrebbe muoverci nel testimoniare la gioia del Risorto.

Le chiese sono vuote, ma noi giovani abbiamo sete di Dio, sete di infinito, sete di significato. Ecco allora che testimoniare la fede tra i nostri coetanei diventa una priorità, una sfida avvincente che avrà l’entusiasmo di scoprire il “perché” questi giovani si avvicineranno alla pienezza attraverso la nostra amicizia e la nostra vita, senza l’ansia di contare “quante” persone abbiamo trascinato con la forza in parrocchia.

Sì, perché da una parte ci sono le religioni, che vanno in cerca di seguaci e magari rischiano di diventare settarie. Dall’altra c’è la fede che non guarda i numeri ma i cuori. E la fede in Gesù è per tutti gli uomini e le donne del mondo, è una fede che forma cercatori d’oro, che hanno capito dove sta la pienezza della vita e vogliono raccontarlo a tutti.

La differenza sta tutta qui: saremo veri testimoni di Cristo quando non ci limiteremo a raccontare la religione cristiana come insieme di norme e divieti utili per vivere bene e volerci bene. Saremo veri testimoni, sarai un vero testimone di Cristo quando inizierai a vivere in ogni istante quello in cui credi, non per paura di una punizione o per sentirti a posto con la coscienza, ma come spontanea riconoscenza per un Amore che ha donato tutto se stesso per te, che ha reso luminosa la vita di chi ha deciso di seguirlo, che ha risollevato anche me dalla paura, dalla solitudine, dal sentirmi inadeguata e invisibile per molti.

Sarai un vero testimone di Cristo quando ti affiderai completamente alla sua grazia: ti accorgerai che la tua vita acquisterà qualità, ti accorgerai di essere prezioso, unico, speciale, a immagine di chi ti ama così tanto da aver voluto ogni singolo istante della tua vita.

E allora ti verrà voglia di gridarlo dai tetti, di parlarne con i tuoi amici, di non tenere nascoste le tue scelte per paura di essere giudicato, perché cosa te ne fai di una gioia così grande se intorno a te ci sono persone disperate, sole, apatiche, rassegnate? Cosa te ne fai se le persone che hai accanto hanno il cuore annoiato e perso?

Perché diciamocelo, noi non ci guadagniamo niente a fare proselitismo, non riceviamo nessun premio se riempiamo le chiese, non abbiamo diritto a nessuna promozione telefonica speciale se portiamo un amico a un incontro in parrocchia, dai frati o ai 10 comandamenti.

Però ci guadagniamo la gioia nel vedere che il nostro amico – che prima pensava di stare bene così com’era – nell’incontro con Gesù scopre dov’è la vera bellezza, scopre qual è la vera pienezza della vita, scopre che essere davvero felici è possibile, realizzabile, esaltante.

Forse uno dei nostri più grandi sbagli è stato quello di annacquare tutto per avvicinare qualche fedele in più. Di far passare la fede cristiana per uno stile di vita come tanti – che si può seguire, ma se la domenica mattina vuoi dormire, va bene anche lo yoga del giovedì sera – , di far credere che il Vangelo sia semplicemente un bel messaggio da contestualizzare, con delle belle parabole e uno stile narrativo scorrevole e che Gesù sia stato un personaggio storico (almeno su questo concordano tutti) che ha detto tante cose belle… di vivere la messa come un momento di festa insieme, togliendole il sacrificio e la croce, per non scandalizzare nessuno.

Ma cosa attira di più, un Dio che si avvicina solo quando la comunità è in festa o un Dio che sa essere presente anche nella sofferenza umana, e anzi la vive in prima persona, lui che è Dio e che se la potrebbe risparmiare, e sconfigge la morte perché ama l’uomo e non ce la fa a vederlo distruggersi così?

Forse la sfida dei cristiani di oggi – e in particolare di noi giovani – è quella di raccontare questo amore, e di far vedere con la nostra vita che è bello e dà vita dedicarsi ai poveri e ai sofferenti, è bello e rende realizzati intessere amicizie costruite sulla Roccia, è bello e liberante stare con Dio e affidargli ogni singolo progetto e ogni singola preoccupazione.

Abbiamo bisogno di giovani che raccontino con la loro vita che è meraviglioso sposarsi, è meraviglioso aprirsi alla vita, è meraviglioso diventare prete o suora, andare in missione, trovare finalmente la propria vocazione, il proprio posto, la propria felicità.

“Dio è amore” significa che crediamo in un Dio che ha inventato quell’Amore che solo stando con Lui possiamo imparare, perché costa sangue, chiede di perdonare, si dedica all’amato al 100%, ogni singolo giorno, fa tutto per l’altro ed è felice, cresce dell’amore che dona, fiorisce ed è sereno anche nelle difficoltà. 

E chi ha provato cosa significa sperimentare questo amore anche solo per un istante, sa quanto sia assurdo pensare di volerne fare a meno…

Dai qualità a questo anno partendo dalle tue relazioni

Dai qualità a questo anno partendo dalle tue relazioni

di Sara Manzardo

Il miglior modo per iniziare bene un nuovo anno è quello di non fare buoni propositi. O meglio, di non fare propositi irrealizzabili, con il solo scopo di dare una svolta apparente alla propria vita e alla propria routine, dimenticando che senza una motivazione valida e di vitale importanza possiamo diventare eroi per qualche istante, ma forse non felici.

Quello che ci muove, quello che ci fa cambiare vita, quello che “ci converte” – nel senso letterale che significa “cambiare direzione”- non è il sentito dire, non è un’idea astratta, non è una moda da seguire, non è il “me l’ha detto lui”.

Ciò che veramente dà un senso alla tua decisione di cambiare vita e di abbandonare un comportamento, uno stile, un modo di pensare e di agire, è la consapevolezza che ciò per cui cambi è decisamente e sicuramente migliore di ciò che lasci. Finché non scopri quella cosa per cui vale la pena vivere e cambiare strada, ogni buon proposito, anche il migliore, resterà l’ennesimo eroico tentativo non proprio riuscito a cui ripensare a fine anno.

La motivazione migliore è questa: scoprire quella chiave che ti rende felice, e la felicità – quella vera – lo sai bene che non ha consistenza se non comprende gli affetti, l’amore, la tua interiorità.

Ecco allora la proposta: quest’anno metti da parte le promesse eroiche e parti da qualcosa di concreto, che più concreto non si può. Quest’anno parti dalle tue relazioni, a tutti i livelli.

Parti dalla tua relazione con le persone più vicine a te, con quelle che vanno male e con quelle che comunque potrebbero andare meglio. Parti dall’accorgerti di chi ti vive accanto, dal fare più attenzione a chi incontri di sfuggita. Fai caso all’imprevisto, che ha sempre un volto e una storia e che non entra mai per caso nella tua vita.

Quest’anno parti da quelle relazioni ferite che ti pesano più di tutte, da ciò che dai per scontato, dalla tua incapacità di chiedere scusa, dalla tua abitudine a stare con l’altro solo perché ne hai bisogno. Impara a capire che ci si può accorgere di aver bisogno di qualcuno perché lo si ama realmente, non si può credere di amare qualcuno solo perché si ha bisogno di quella persona.

Parti dalle relazioni frivole, dai legami di facciata, dai tornaconto, dalle amicizie che non ti fanno andare avanti. Impara a capire che una relazione che non fa bene a te e non fa bene all’altro è una relazione tossica, che non potrà mai renderti felice.

Se sei sposato o fidanzato, parti dalla tua relazione con la persona che ami e che hai scelto, perché è lì che si gioca tutto. Fai la scelta coraggiosa e vincente di prendere decisioni, di fare strada insieme, di non chiudervi a riccio su di voi. Impara a dire grazie perché l’altro è benedizione per te.

E parti dalla tua relazione con Dio. Soprattutto se pensi che non ci sia alcuna relazione tra te e Dio, soprattutto se sai che fai fatica a credere e senti una lontananza tra la tua vita e chi l’ha creata. Parti dalla consapevolezza che con Dio puoi avere una relazione, qualsiasi sia la tua storia, qualsiasi sia la tua situazione oggi. Un Dio che ti ha messo nel cuore il desiderio di non vivere da solitario, non vuole lasciarti solo nella tua interiorità: scopri chi è per te, abbi il coraggio di sentirti amato così come sei.

E se anche non credi che i miracoli possano accadere, impara ad accorgerti, quest’anno, del miracolo che è la tua vita. Parti da qui.

Epifania, ecco cosa puoi imparare dai Re Magi!

di Andrea Navarin

 

Seguendo le impronte dei Magi ho imparato che ogni cercatore di Dio si incammina sapiente, col bagaglio della propria esperienza e delle proprie conoscenze, ma scopre alla fine del viaggio di essere un salvato!

Perciò, il loro percorso rappresenta un “itinerario a tappe” esemplare per chi si domandi come incontrare il Signore e cosa fare dopo averlo incontrato.

 

Tutto inizia con lo scrutare il cielo, guardare in alto, per leggerne i segni. È il primo passo della fede: non solo vedere la realtà, ma interpretarla chiedendosi che senso abbia e soprattutto dia alla propria vita. I Magi si interrogano, inseguono un’intelligenza più profonda e non si accontentano delle risposte altrui. In fondo, se l’uomo non cerca il significato oltre il visibile, difficilmente potrà definirsi uomo…

 

Giunti a Gerusalemme, si preoccupano di trovare il luogo di nascita del re dei giudei, anche se in verità il primo luogo in cui ogni uomo incontra Dio è quello della ricerca stessa, l’inquietudine che lo spinge ad andare. I Magi, d’altro canto, potevano essere soddisfatti di aver visto Erode. Ma quest’uomo non risponde a ciò che inseguono, perché hanno visto la SUA stella. E poco importa sia o meno una cometa perché essa rappresenta l’oggetto della loro scelta: hanno scelto di seguire la stella!

 

Però non basta vedere la stella, andare a Gerusalemme, incontrare Erode, perché il fine di ogni ricerca è ADORARE.

C’è chi cerca per adorare (i Magi), e chi (Erode e gli scribi) compie indagini accurate, usando la Scrittura, ma si ferma lì. Anzi, sfocia nell’uccisione, la strage degli innocenti. Se Dio non lo riconosci come Dio, se hai un altro dio, lo uccidi!

Erode non può adorare, perché non vuole un altro re.
Il cammino di fede invece impegna non solo la mente per capire, ma anche il cuore per amare.
Allora, non si tratterà tanto di trovare un posto in cui è nato il Messia, quanto di coltivare un atteggiamento: “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

 

La gioia è il segno della presenza di Dio! Certo, anche l’inquietudine che muove alla ricerca, la ragione che guida, la Scrittura che chiarisce sono una presenza. Ma dove c’è gioia, c’è LA presenza. Solo Dio ti può dare gioia, anche nella prova, nel dolore, nella morte. Per questo il più grande lavoro spirituale è vivere costantemente nella gioia, cioè alla presenza di Dio.

 

Ed ecco che, vedendo il bambino e sua madre, si prostrano per adorare.

Ad-orare vuol dire portare alla bocca, cioè baciare. Il punto di arrivo del cammino dei Magi è questa gioia tra amanti: è nell’amore che lo incontrano.

L’uomo è fatto per questa comunione di vita con Dio e dove esiste questo desiderio, lì Dio nasce ancora oggi: è il Natale che possiamo vivere ogni giorno.

 

Poi offrono in dono oro (i beni concreti), incenso (i beni spirituali) e mirra (un sollievo alle ferite), ovvero ciò che hanno e che sono. Dio si è offerto a loro nel bambino e loro offrono se stessi a Lui. Così divento come Lui: quando con gioia amo come sono amato da Dio e dono il cuore come Dio si è donato a me.

 

E si conclude sottolineando che “fecero ritorno”.

In greco il verbo significa fecero gli anacoreti (si ritirarono). Anche il cristiano è un anacoreta: vive in questo mondo, ma ha scoperto qualcos’altro che è il senso di questo mondo. Da qui nasce il suo essere pellegrino sulla terra.

Eppure, i Magi non si ritirano nel deserto, ma tornano nel loro paese. Cioè saranno a casa loro, vivranno la loro esistenza quotidiana; ma, avendo scoperto e baciato il Signore e avendogli aperto il loro cuore, saranno sorretti dal senso profondo di essere dei salvati.

 

Se anche noi ogni volta che ci accostiamo alla Parola gustiamo una grandissima gioia, ci prostriamo per adorare e apriamo il cuore, allora possiamo dire che il Signore si è manifestato (epifania) a noi e di aver davvero incontrato la nostra Salvezza!